16 Ott, 2026

Medio Oriente, Morabito: «Tra Hormuz e Bab el Mandeb si rischia la crisi globale»

Dagli attacchi degli Houthi alle possibili mosse di Washington, passando per la sicurezza delle rotte energetiche e le tensioni con Israele, il generale Giuseppe Morabito analizza gli scenari di escalation in Medio Oriente e le strategie dei principali attori regionali.


Le tensioni tra Iran, Israele e Arabia Saudita, le mosse di Donald Trump e la sicurezza delle rotte energetiche strategiche stanno ridisegnando gli equilibri del Medio Oriente. A ridosso delle elezioni di mid-term, Teheran potrebbe cercare di aumentare la pressione su Washington facendo leva sul prezzo del petrolio e sulla vulnerabilità dei traffici marittimi. Intanto Ita Airways sospende la tratta aerea tra Italia e Riad fino al 18 novembre e quella per Dubai fino a fine novembre. A fare il punto è il generale Giuseppe Morabito che analizza le possibili strategie degli attori regionali e gli scenari di un’ulteriore escalation.

Generale Morabito, Trump è tornato a evocare la possibilità di un intervento militare a sostegno dell’Arabia Saudita. Quanto è concreta questa ipotesi?

«Alcuni giorni fa Trump aveva detto esattamente il contrario, escludendo di voler intervenire militarmente in aiuto dell’Arabia Saudita. Nelle ultime ore, invece, ha aperto alla possibilità di un coinvolgimento. Non credo, tuttavia, che il presidente americano voglia impiegare direttamente gli aerei imbarcati sulle portaerei schierate nelle vicinanze della penisola arabica. Washington potrebbe però fornire un sostegno diverso, mettendo a disposizione dell’Arabia Saudita le informazioni raccolte dalla propria intelligence e dai satelliti, contribuendo al coordinamento logistico delle operazioni. In questo modo, Riad potrebbe condurre attacchi mirati disponendo d’informazioni più precise sugli obiettivi da colpire. È una forma di collaborazione che gli Stati Uniti potrebbero offrire senza partecipare direttamente con attacchi aerei».

Quando potrebbe arrivare il momento di un eventuale intervento americano?

«Non credo che accadrà prima del 3 novembre, cioè delle consultazioni di metà mandato. Anzi, lo escludo. Il fattore decisivo sarà capire se gli Stati Uniti rischiano seriamente di perdere l’Arabia Saudita come alleato strategico. Dobbiamo ricordare che Riad sta chiedendo sostegno al Regno Unito e alla Francia, mentre sul territorio saudita sono presenti anche assetti italiani. Inoltre, l’Arabia Saudita ha firmato un accordo di difesa con Pakistan e Turchia, l’Accordo di difesa congiunta della Mecca. Il Pakistan condivide con Riad importanti interessi strategici e, grazie al proprio arsenale nucleare, rappresenta anche un elemento di deterrenza. Invece con la Turchia l’Arabia Saudita cerca di consolidare il rapporto con un Paese membro della Nato, di grande peso politico e militare Dal mio punto di vista, tuttavia, Ankara resta un interlocutore poco affidabile».

Quali obiettivi perseguono i ribelli fondamentalisti Houthi con i loro ripetuti attacchi contro Riad e quale ruolo svolge il fattore energetico?

«Gli Houthi cercano di sfruttare tutte le capacità militari ancora a loro disposizione, comprese le risorse missilistiche residue, per alimentare l’instabilità e soprattutto far aumentare il prezzo del petrolio. Possono contare anche sul sostegno di milizie regionali vicine all’Iran, situate ad esempio in territorio iracheno. L’obiettivo è mettere in difficoltà l’Arabia Saudita e, di riflesso, anche gli Stati Uniti.

Se il prezzo del greggio dovesse salire sensibilmente a ridosso delle elezioni di metà mandato, l’aumento dei costi energetici potrebbe danneggiare ulteriormente l’immagine dell’amministrazione Trump e penalizzare i repubblicani. Se gli attacchi riuscissero a spingere il prezzo del petrolio oltre i 110 dollari al barile, avrebbero ottenuto un risultato importante sul piano della pressione economica e politica. Bisognerà poi vedere come reagirà il sistema economico internazionale e quali attori riusciranno a trarre vantaggio dalla crisi».

Quali altri interessi e Paesi ci sono in gioco?

«Molti. Non dimentichiamo che l’aumento dei prezzi energetici può favorire anche alcuni operatori commerciali e assicurativi, essendo molte imprese d’intermediazione e assicurazione soprattutto olandesi, anche se gli effetti variano a seconda delle attività e dell’esposizione al rischio. L’Egitto, inoltre, potrebbe intervenire militarmente a sostegno di Riad contro gli Houti perché il blocco dei transiti navali del Mar Rosso porta a una riduzione importante del traffico attraverso il canale di Suez. L’economia egiziana trae enormi guadagni dai diritti su Suez e quindi l’Egitto tutelerà innanzitutto i propri interessi».

Come si stanno muovendo i Paesi del Golfo in questa fase di stallo delle trattative?

«L’Oman vorrebbe che gli Stati Uniti contribuissero a garantire un sistema di difesa più efficace e sicuro, ma non vuole essere trascinato in un conflitto contro l’Iran. La sua priorità è una tregua che permetta di ripristinare condizioni di sicurezza e riprendere regolarmente le esportazioni di petrolio. Anche l’Arabia Saudita ha bisogno di maggiori garanzie sul piano della difesa. I recenti attacchi degli Houti, compreso quello contro l’aeroporto internazionale di Riad, hanno mostrato quanto possano essere vulnerabili le infrastrutture strategiche del Regno.

Tra le vittime dell’attacco all’aeroporto figurava anche un cittadino americano, un elemento che accresce la rilevanza della vicenda per Washington. La Russia, dal canto suo, guarda con interesse a quanto avviene, perché un aumento dei prezzi gioca a suo vantaggio per la quota di greggio che riesce ancora a commerciare. Inoltre, c’è il sospetto che passi all’Iran informazioni sul dispositivo Usa nell’area del Golfo arabico. Le posizioni dei diversi attori, tuttavia, non coincidono necessariamente: ciascuno cerca di tutelare soprattutto i propri interessi economici e di sicurezza».

L’Iran cercherà di mettere ulteriormente in difficoltà Trump?

«Sì, ritengo che Teheran cercherà di aumentare la pressione sugli Stati Uniti, anche per evidenziare le conseguenze di scelte del presidente americano che non incontrano il consenso di gran parte dell’opinione pubblica. L’Iran potrebbe puntare a compromettere la sicurezza delle rotte energetiche, prendendo di mira petroliere e metaniere nelle acque del Golfo e mettendo a rischio le esportazioni di petrolio e gas. Gli effetti si ripercuoterebbero sui mercati internazionali e sui costi dell’energia, con possibili ricadute politiche negli Stati Uniti.

In questo quadro bisogna considerare due passaggi marittimi fondamentali: lo Stretto di Hormuz, che collega il Golfo Persico al Golfo di Oman, e lo Stretto di Bab el-Mandeb, all’imboccatura meridionale del Mar Rosso. Il primo è cruciale per le esportazioni energetiche del Golfo; il secondo è essenziale per i collegamenti marittimi tra il Mar Rosso, il Golfo di Aden e l’Oceano Indiano. La pressione su queste rotte può trasformare una crisi regionale in un problema economico e strategico di portata globale».

Anche Netanyahu, in vista delle elezioni del 27 ottobre, minaccia di sferrare nuovi attacchi contro l’Iran. Quale potrebbe essere la risposta di Teheran e quanto è concreto il rischio di un’escalation?

«Nel periodo trascorso dall’ultimo attacco israeliano contro l’Iran, Israele ha avuto modo di rifornire le proprie difese aeree del sistema Iron Dome e altri strumenti d’intercettazione. Un ulteriore attacco potrebbe essere preso in considerazione qualora la situazione precipitasse, con l’obiettivo di colpire le basi missilistiche iraniane e i siti nucleari, distruggendoli o rendendoli temporaneamente inoperativi per rallentare le capacità militari di Teheran. L’Iran, dal canto suo, potrebbe rispondere lanciando missili e droni contro obiettivi israeliani e contro le installazioni militari americane presenti nella regione, nella speranza di saturare o superare le difese avversarie.

A questo si aggiunge il ruolo delle operazioni clandestine e dell’intelligence. Se Israele decidesse di colpire nuovamente, potrebbe contare su un patrimonio informativo rilevante, costruito anche attraverso la collaborazione con l’intelligence americana. La conoscenza degli obiettivi strategici iraniani potrebbe quindi facilitare la pianificazione di eventuali attacchi. Il problema è che una nuova operazione militare potrebbe innescare una catena di reazioni difficili da controllare. Teheran dispone ancora di strumenti per rispondere e allargare il confronto, mentre il coinvolgimento diretto o indiretto di altri Paesi aumenterebbe ulteriormente il rischio di un conflitto regionale».

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