15 Ott, 2026

Iran, Trump punta sulla bomba Moab in caso di nuovo conflitto

Il presidente Trump valuta l’impiego della Moab, la “Madre di tutte le bombe”, contro le infrastrutture in Iran, ma i limiti dell’arma sollevano dubbi sulla sua efficacia. Intanto, le elezioni in Israele e negli Stati Uniti e le tensioni in Yemen e Arabia Saudita rischiano di indebolire la posizione americana in Medio Oriente.


Quando le fortificazioni nemiche si rivelano troppo resistenti per poter essere penetrate puoi semplicemente continuare a colpirle con bombe sempre più potenti. Poco importa che si tratti di ordigni inadatti al compito, o che comunque l’intera strategia di bombardamento sia di per sé poco efficace. Questa sembra essere la linea dottrinale che anima il pensiero strategico di Donald Trump per quanto concerne il conflitto con l’Iran in Medio Oriente. A giudicare dalle novità che arrivano dall’America, infatti, il presidente degli Stati Uniti sembra convinto di poter ancora piegare Teheran, qualora si tornasse a combattere, utilizzando la stessa tattica impiegata durante lo scorso conflitto. Solamente, questa volta, con bombe più grandi e pesanti.

La “Madre di tutte le bombe”

Secondo indiscrezioni riportate dalla CNN, l’esercito americano starebbe elaborando piani per utilizzare la bomba GBU-43/B Massive Ordnance Air Blast (nota anche come “Moab”, “Madre di tutte le bombe”) contro le infrastrutture energetiche e i siti nucleari iraniani qualora i combattimenti dovessero riprendere. Un’arma pesante e decisamente devastante, il cui scopo non è però quello di perforare strutture nemiche poste molto in profondità o ben protette come quelle che caratterizzano la rete di strutture nucleari degli Ayatollah.

A differenza delle bombe anti-bunker, impiegate in passato per colpire diversi siti iraniani con scarso successo, le Moab non sono infatti progettate per penetrare in profondità nel sottosuolo. Si tratta di armi, come riferiscono fonti americane al Telegraph britannico, «ottime per sgomberare aree molto vaste, ma utili a poco altro». Il loro impiego potrebbe dunque risultare efficace contro obiettivi in superficie, comprese alcune infrastrutture energetiche, ma difficilmente risolutivo contro le installazioni più protette e profondamente interrate che costituiscono alcuni dei principali obiettivi strategici di Washington.

Trump valuta un attacco prima delle elezioni di midterm

Nonostante queste evidenti limitazioni tecniche, però, il tycoon ha comunque ritenuto necessario, stando alle indiscrezioni, ordinare ai suoi militari di preparare piani di attacco impiegando la Moab. Piani che, sottolineano le fonti alla stampa americana, potrebbero persino esser messi in moto prima del 3 novembre, data delle elezioni di midterm, nonostante le assicurazioni date da Trump in merito. Un’eventuale decisione di procedere prima del voto potrebbe dunque rispondere anche a esigenze elettorali, oltre che a valutazioni di natura strategica.

Del resto, al momento il più grande campo di battaglia dello scontro tra l’Iran, Israele e gli Stati Uniti non è tanto lo Stretto di Hormuz o le montagne iraniane quanto i seggi elettorali a cui saranno chiamati i cittadini americani e israeliani tra poche settimane. Prima in Israele, dove il 27 ottobre si voterà per rinnovare la Knesset, il Parlamento. Poi negli States, dove a novembre si giocherà la partita delle elezioni di midterm. Entrambe sono occasioni, per gli iraniani, di veder pesantemente indeboliti i propri rivali senza particolari sforzi da parte loro.

In Israele la coalizione del Primo ministro Benjamin Netanyahu rischia infatti secondo i sondaggi di subire un pesante contraccolpo e di non riuscire a formare un nuovo governo, mentre in America Donald Trump e i repubblicani potrebbero perdere la maggioranza al Congresso. Un doppio colpo che da una parte toglierebbe momentaneamente dai giochi un ostinato avversario di Teheran, Netanyahu, e che dall’altra potrebbe indebolire la presidenza Trump, costringendola a concentrarsi su affari di politica interna e limitando il raggio di azione delle avventure estere del tycoon.

Yemen e Arabia Saudita, la pressione degli Houthi sugli Stati Uniti

In questo quadro s’inserisce ciò che sta succedendo in queste settimane in Yemen e Arabia Saudita. Gli Houthi, infatti, pur essendo forse il più indipendente dei componenti dell’alleanza regionale nota come “Asse della Resistenza” operano comunque seguendo a modo loro la più ampia strategia regionale iraniana. E colpendo Riad e i loro alleati in Yemen, il cui governo è stato preso di mira ieri ad Aden senza successo, i miliziani sciiti non fanno che rendere evidente quanto sia complessa la posizione di Washington in Medio Oriente.

Gli Stati Uniti, del resto, non possono farsi trascinare di nuovo nel conflitto in Yemen e non possono neanche limitarsi a qualche sortita. Nonostante le apparenti promesse fatte da Trump in tal senso, le capacità americane nella regione sono troppo fragili e troppo scarne sono le scorte nei depositi perché si possa pensare seriamente di ricominciare a bombardare anche in Yemen. Per questo, ogni missile lanciato dagli Houthi contro l’Arabia Saudita non è altro che un altro tassello nel mosaico di operazioni volte a indebolire la posizione di Washington a quelle latitudini.

Colpire Riad, del resto, significa mettere alla prova la credibilità americana in Medio Oriente e alimentare la percezione di una guerra che, anziché rafforzare la posizione di Trump, rischia di indebolirla. E in fin dei conti è questo il possibile vantaggio strategico per Teheran: non necessariamente sconfiggere militarmente gli Stati Uniti e i loro alleati, ma costringerli a sostenere costi crescenti senza ottenere risultati politici proporzionati. Per un’amministrazione già esposta sul fronte del consenso interno, il rischio è che ogni nuova dimostrazione di potenza finisca per mettere in evidenza, anziché nascondere, i limiti della propria strategia.

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