13 Ott, 2026

Il Centro schiacciato dalle “tifoserie” di Meloni Schlein

Dopo aver svolto un ruolo da protagonista nella coalizione di Berlusconi e in quelle di Prodi e Renzi, il Centro sembra sempre più schiacciato dalle opposte tifoserie: la comune visione politica di Meloni e Schlein lo relega a una posizione ancillare


Non che i tre decenni e passa che abbiamo alle spalle non ci abbiano abituati agli scontri, anche rumorosi, tra destra e sinistra nella politica italiana: si pensi all’agitar di fantasmi comunisti da un lato e a certa esasperata personalizzazione dell’antagonismo politico dall’altro nella lunga stagione berlusconiana. Tuttavia neanche in quella stagione la divaricazione tra estremi riuscì a rimuovere del tutto ciò che l’avvento del maggioritario si era proposto come mantra: l’area di mezzo, quel Centro che faceva comunque inciampare le parole d’ordine agitate agli albori della Seconda Repubblica, tipo «bisogna stare o di qua o di là» e «tertium non datur» perché il centro è una roba da furbastri del potere.

Il Centro che resiste

Poi così non è andata affatto, il Centro è rimasto e, nel catalogo delle bizzarrie abbiamo pure registrato la negazione del bipolarismo con la “coincidentia oppositorum” dei due populisti-antagonisti, Cinque Stelle e Lega, avvinghiati in un abbraccio di governo, mentre la lievitazione dell’offerta dei partiti in lizza ha superato quella dei tempi della Prima Repubblica, altro che riduzione a due.

Conservatori e moderati

Ma la memoria non aiuta, nella nuova stagione dell’algoritmo veloce. In quel tempo, dunque, accadde che quella “terra di mezzo” sopravvisse e si fece parte essenziale delle alleanze in lizza. Ce n’era una conservatrice, interpretata da Forza Italia, sicuramente incerta tra suggestioni paternalistiche e aneliti liberali, sicuramente condizionata dalla personalità del fondatore e tuttavia capace di intercettare un pezzo importante di consenso moderato, già patrimonio dell’elettorato centrista della prima Repubblica. Forza Italia svolse il ruolo di coagualatore e di egemone del polo di destra, sdoganando gli eredi del Msi e i secessionisti di Bossi.

I progressisti

Tra i progressisti successe qualcosa di analogo. È vero, il soggetto politico che metteva insieme il “puzzle” dell’alleanza vedeva l’egemonia degli eredi del Pci, ma i centristi, vuoi nella forma dei Popolari di Franco Marini, vuoi più tardi con la Margherita, svolgevano un ruolo essenziale. In questa alleanza, infatti, furono partner indispensabili non solo per la consistenza della dotazione elettorale necessaria per vincere, ma anche per la capacità di attrarre un importante segmento del ceto medio, riformista ma non proveniente dallo stesso ceppo del Pci, garantendo così anche la percezione di un’alleanza con dignità uguale.

Prodi e Renzi

Gioverà ricordare che quando il centrosinistra ha vinto le elezioni politiche, 2006 e 2008, ha avuto come testimone Prodi, e così accadde nelle elezioni europee del 2014 quando il PD ha portato a casa il 42% dei voti con Renzi come leader. Entrambi di cultura cattolico-democratica.

La sofferenza

Nella divaricazione a cui è costretta oggi la politica italiana, i “centri” sono in enorme sofferenza. A destra si è ribaltato lo schema del tempo berlusconiano: Forza Italia è oggi in una condizione subalterna nell’alleanza con il partito della premier Giorgia Meloni che lo sopravanza di almeno 20 punti percentuali. A sinistra va ancora peggio: il cosiddetto campo largo è fatto di soggetti politici che dichiarano di interpretare le culture della sinistra, dalla socialdemocrazia piddina al comunismo di Avs al complicato ircocervo dell’agorà digitale del M5S. Addirittura si tratta con una certa schizzinosità “l’alleato esterno” Renzi. In questo contesto s’affaccia anche la suggestione del “partito spoiler” in auge alla Duma russa, promuovendo liste centriste d’incerto destino elettorale ma di potenziale conflittualità con chi già c’è.

Meloni e Schlein

In una cosa sono sicuramente allineate Meloni e Schlein: la spinta verso una marcata polarizzazione che releghi le posizioni intermedie a ruoli ancillari. Non è questione di tecniche elettorali, è proprio una visione della politica perfettamente accordata con la comunicazione che scaturisce dal mondo “in bianconero” dell’algoritmo imperante. Che toglie al dibattito politico ogni profondità lasciando il posto al digrignamento dei denti.

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