5 Ott, 2026

7 ottobre e Gaza, la trappola di scegliere il dolore

7 ottobre e Gaza

Il massacro di Hamas e la devastazione inflitta ai civili di Gaza: tre anni dopo siamo ancora prigionieri di un linguaggio che ci impone di scegliere quale tragedia riconoscere. La sfida è tornare a «sopportare due verità» e recuperare una possibilità di dialogo umano


Tre anni fa, il 7 ottobre 2023, con il sanguinoso attacco di Hamas e della jihad palestinese dalla Striscia di Gaza contro il sud di Israele, cominciava la guerra islamista da più fronti contro lo Stato ebraico.

Quel giorno, circa tremila uomini armati hanno attraversato il confine uccidendo 1200 persone. In gran parte civili nei kibbutz, nelle città e al Nova Music Festival, e prendendo in ostaggio più di 220 israeliani.

Eppure già il giorno dopo, quell’evento militare ha dato origine, a sua volta, a un evento intellettuale e culturale destinato ad assumere una portata globale. Al punto da provocare quella vera e propria frattura cognitiva in cui ci troviamo oggi.

Ci sono state, cioè, immediatamente – prima ancora che la risposta israeliana producesse la devastazione a Gaza dei mesi successivi – prese di posizione. Soprattutto dal mondo accademico progressista, che riconducevano il massacro esclusivamente alla storia dell’occupazione o della repressione israeliana.

Addirittura lo stesso 7 ottobre ben trentaquattro gruppi studenteschi di Harvard attribuivano al “regime israeliano” la responsabilità delle violenze in corso.

Il massacro prima interpretato e poi rimosso

Bisognerebbe forse partire da qui, oggi. Da questa reazione che forse molti non ricordano, e chiederci perché, in certi ambienti “radical”, si è sentito il bisogno di interpretare il massacro prima ancora di riuscire a guardarlo.

E perché poi quel massacro è stato rimosso da una parte del discorso pubblico occidentale. Come dimostra anche l’acclamato documentario “Naza”, nel quale il 7 ottobre resta fuori campo rispetto alla rappresentazione della guerra successiva.

Vero è che la causa di questa rimozione è stata anche la stessa guerra a Gaza, che ha prodotto una devastazione enorme e un numero elevatissimo di morti civili (nell’ordine di almeno 50-60 mila).

Ma il fatto che lo shock del 7 ottobre sia stato progressivamente sommerso dalle immagini di Gaza e dalle violenze dilaganti dei coloni israeliani in Cisgiordania, non basta a spiegare le ragioni dell’oblio.

Da dove nasce la difficoltà di affermare che quel giorno è stato commesso un crimine che nessuna occupazione può giustificare, esattamente come la distruzione inflitta ai civili di Gaza non è accettabile solo perché Israele è stato vittima di quel crimine?

L’«odio virtuoso» della sinistra radicale

La risposta va cercata proprio in quella reazione immediata di tre anni fa, nella dichiarazione di Harvard, o nelle parole dello storico attivista della Cornell University, Russell Rickford, che ammise di essersi sentito inizialmente “esaltato” dall’attacco. O del teorico dell’ecologia radicale, lo svedese Andreas Malm, che dichiarò di aver accolto con “grida di giubilo” la visione dell’assalto delle prime ore, fino a quelle della guru della “queer theory” Judith Butler, Arrivata a definire il 7 ottobre un “atto di resistenza armata” e a mostrare scetticismo sulle prove delle violenze sessuali compiute da Hamas.

La risposta, cioè, è in quello che la sociologa Eva Illouz ha definito l’“odio virtuoso” attraverso il quale la sinistra radicale ha potuto percepire l’ostilità verso Israele come moralmente legittima. Proprio perché esercitata in nome degli oppressi.

Un “odio virtuoso” che sta alimentando la più grave ondata di antisemitismo dai tempi della Seconda guerra mondiale. Un antisemitismo insieme vecchio e nuovo, sdoganato dalla parola “sionismo”, usata come una sorta di alchimia dell’intersezionalità, per la quale Palestina, femminismo, diritti LGBT, antirazzismo, ecologismo ecc. sono parti della stessa lotta globale contro un’oppressione di cui un Israele demonizzato rappresenta il simbolo.

Così, anche se non c’era ancora stata la risposta militare dell’Idf a Gaza, l’indignazione collettiva era già disponibile prima dei fatti, Perché era disponibile la struttura attraverso la quale interpretarli.

La vittoria della propaganda e la polarizzazione

Dopo, tutto è stato più facile. O più difficile. Hamas ha subìto militarmente una sconfitta pesantissima, ma ha vinto senza alcun dubbio la guerra della propaganda. In questi tre anni nel mondo occidentale l’attivismo propal, innescato dai campus universitari americani, non a caso foraggiati in gran parte dai sussidi qatarioti, ha assunto spesso i caratteri di un’appartenenza religiosa con i suoi dogmi. Mentre in settori della società israeliana e delle comunità ebraiche della diaspora la stessa polarizzazione ha prodotto irrigidimenti speculari. Compresa la deriva messianico-nazionalista del governo Netanyahu.

All’improvviso, ogni parola di autocritica è diventata impossibile.

Gli «shibboleth» che hanno avvelenato il dibattito

Il linguaggio dell’opinione pubblica, come ha detto la rabbina e scrittrice francese Delphine Horvilleur in una recente intervista a “Libération”, si è riempito di “shibboleth”. Un termine ebraico usato nel libro dei Giudici per distinguere, attraverso la pronuncia, chi apparteneva a un gruppo e chi all’altro.

Parole come “genocidio”, “apartheid”, “colonialismo”, “sionismo”, slogan come “Palestina libera”, rimandano ormai a concetti che non possono più essere discussi e verificati. Servono solo a definire un’identità.

Gli shibboleth, però, sono usati anche nel campo avverso. Basti pensare alla diffusione del termine “Giudea e Samaria” al posto di Cisgiordania, o all’uso della stessa parola “antisemitismo” come strumento di neutralizzazione di ogni critica a Israele, per capire fino a che punto l’accecamento di parte ha intossicato il dibattito pubblico.

Due immagini, due verità da tenere insieme

Siamo dentro una guerra linguistica che precede la guerra sui fatti. Da cui è derivato un sistema binario nel quale non si è più capaci di comprendere le ragioni dell’altro e di mettere in discussione le proprie.

Non solo è mancata la capacità di tenere insieme due immagini – del 7 ottobre e di Gaza -, di sopportare due verità contemporaneamente. Ma è stato costruito un linguaggio che consente di non doverci nemmeno più provare.

Eppure è arrivato il momento di cominciare a farlo, da destra e da sinistra, sostenitori della causa palestinese senza Hamas e difensori del diritto all’esistenza di Israele senza l’estrema destra nazional-religiosa, se non vogliamo che la frattura cognitiva diventi un baratro incolmabile. Che renderà impossibile il vivere civile.

E bisogna farlo subito, anche, a partire da questa ricorrenza. Disinnescando le provocazioni delle iniziative propal che hanno scelto deliberatamente il 7 ottobre per rivendicare quella data come momento della “resistenza palestinese”. A a Bologna, a Torino, a Bergamo. E iniziando proprio con l’imporci un razionale scardinamento di quel linguaggio tribale, dei suoi cliché e dei suoi shibboleth, per riconoscerci reciprocamente una possibilità di dialogo umano, prima ancora che politico.

Una voce delle notizie: da oggi sempre con te!

Accedi a contenuti esclusivi

Potrebbe interessarti

Le rubriche

Mimì

Sport

EDICOLA