Il governo mette in conto 28 miliardi di deficit aggiuntivo in due anni per energia e Difesa. Meloni affronta subito il nodo delle spese militari, Crosetto accetta il taglio e Salvini deve fare i conti con il «non un euro in più per le armi» promesso a Pontida
Uno voleva almeno superare il “suo” congresso, a fine ottobre, che dovrebbe secondo copione riconfermarlo segretario praticamente a vita. L’altro voleva tutto e subito perché «la Difesa è sicurezza e dobbiamo onorare impegni già assunti anche in sede internazionale». Ma l’uno e l’altro – il vicepremier e ministro Matteo Salvini e il titolare della Difesa Guido Crosetto – sono stati sacrificati sull’altare del melonismo, inteso che si-fa-come-dice-Giorgia.
E Giorgia Meloni è in campagna elettorale, ipotizza il voto «nella prima parte della primavera» (marzo-aprile) e sa bene che la manovra per la legge di bilancio ’26-’27 è una cicuta da ingoiare in fretta sperando di sopravvivere diluendo il più possibile nel tempo gli effetti nefasti.
È un “angolo” molto scomodo da cui è difficile uscire. La premier e leader del partito di maggioranza ha messo sul tavolo due opzioni. La prima: affrontare subito le scelte difficili sperando che poi il fattore tempo e anche un pizzico di fortuna le facciano dimenticare. La seconda: “usare” l’Unione europea come alibi su cui scaricare eventuali fallimenti.
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«Ho chiesto a von der Leyen di compensare la maggiore spesa dovuta all’inflazione», per cui se poi la flessibilità nei conti non dovesse arrivare la colpa sarà di Bruxelles. Analogo schema si ripete anche sull’immigrazione, il secondo dossier protagonista nella campagna elettorale oltre quello economico. Il blocco di Schengen con la Spagna e i rimpatri forzati (e di massa) in caso di arrivi massicci sono necessari. Se non sarà possibile farli, citofonare sempre Bruxelles.
Ventotto miliardi di spese extra
Restiamo sul dossier economico. È stata più dura per Salvini che per Crosetto digerire il Documento programmatico di finanza pubblica approvato ieri sera dal Cdm. Meloni ha voluto affrontare subito lo scoglio dello scostamento di bilancio per maggiore indebitamento.
È stato deciso di chiedere 28 miliardi di spese extra per energia e armi. Salvini ha dovuto ingoiare il deficit per il capitolo difesa-sicurezza. Sul pratone di Pontida aveva promesso: «Non un euro in più per le armi, meno che mai all’Ucraina».
Detto fatto: nel 2027 saranno chiesti lo 0,3% del Pil per l’energia e lo 0,3 per la difesa; nel 2028 sempre lo 0,3 per l’energia e “solo” lo 0,3 (invece dello 0,6%) per la Difesa. Il totale sono 28 miliardi in due anni invece di 36.
Le “armi” – ma non si tratta solo di questo, c’è ricerca, spazio, ingegneria – ci sono ma saranno otto miliardi in meno del previsto.
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Crosetto ingoia il rospo
Crosetto ingoia il rospo: l’importante è mantenere gli impegni nel 2027 grazie allo 0,3 previsto; nel 2028 si vedrà, prima o poi il quadro geopolitico si aggiusterà.
«Comprendo perfettamente – ha detto – le ragioni che hanno portato al taglio. L’importante è che lo 0,3% per il 2027 non venga toccato e sia utilizzato per le priorità individuate dalla Difesa. Per il 2028 mi auguro che le condizioni cambino e consentano un successivo intervento in aumento. Ben vengano gli interventi sul caro energia per andare incontro ai problemi di ogni famiglia».
Per Salvini è senza dubbio più difficile aggiustare la cosa: ha Vannacci sul collo che continua a mangiare consenso e il tema delle “armi” e della “pace” – temi fasulli perché declinati in chiave semplicistica e populista – ha facile presa sull’elettorato “estremista”, a destra come a sinistra.
E neppure gli sarà d’aiuto sapere che la flessibilità sull’energia andrà per l’ecobonus al 65% e per i pannelli per scuole e ospedali.
Né Salvini né Crosetto – e neppure Antonio Tajani, a cui era scappata una cifra («7 miliardi di scostamento») in difetto – sono andati in conferenza stampa. Per la Lega c’erano Giancarlo Giorgetti e Vania Gava. Al posto di Tajani, il ministro Paolo Zangrillo.
L’altra pedina è Bruxelles
E poi c’è l’Europa, l’altra pedina che la premier Meloni sta pensando di muovere per uscire dall’angolo stretto dei conti pubblici. L’interlocuzione avviata con altri leader Ue – per ora il presidente ceco Andrej Babiš, ma altri si aggiungeranno – per chiedere una nuova flessibilità per via dell’inflazione e di quella che oramai è ribattezzata “tassa Trump” è un dossier che avrà risposta nelle prossime settimane.
Sono in calendario due Consigli europei (ottobre e dicembre) e molto dipenderà da come evolverà la situazione. Se Meloni otterrà qualcosa potrà dire «è merito mio». Se non avrà risposta, la “colpa” sarà di Bruxelles.
Win-win, come si dice, vince sempre. Ma parliamo di vittorie di Pirro: il nuovo deficit mette a rischio infatti l’uscita dell’Italia dalla procedura di infrazione Ue che sarà tassativa entro il 2027. Problemi di chi verrà dopo di lei.































