Da Egonu ad Antropova, da Billie Holiday a Harry Edward: cognomi, origini, colori. Ma sul podio l’Italia di Velasco non fa distinzioni. Ci sono solo campionesse
Le ragazze di Velasco, la “generazione di fenomene” (licenza linguistica un po’ woke: la parola fenomeno è ugualitaria perché tipi del genere non hanno “gender”, esistono e basta), si è qualificata per la semifinale di questo Europeo di pallavolo: è l’Italia d’oro di Parigi 2024 per dire solo del massimo che c’è.
Può darsi che abbiano avuto il tempo, dal ritiro pre-evento ad oggi, tra una battuta, una schiacciata e un monster block, di leggere quei libri che Velasco ha donato loro (due ciascuna: un invito alla lettura, al pensiero).
A Paola Egonu ha dato “Le mille e una notte” e lei ce le sta restituendo, fin qui vincenti. Per Ekaterina Antropova le “Finzioni” di Borges, che non sono né le fiction né i reality (quasi mai veri, oltre tutto, nonostante il nome). A Miriam Sylla “L’amica geniale” della Ferrante (ce n’è un’ampia scelta nel roster azzurro). A Sarah Fahr “La donna giusta” di Sandor Marai: lei lo è.
Essendo due i libri, ricorderemo anche che a Paola Egonu ha “consigliato” anche “La signora canta i blues” di Billie Holiday.
Intanto Paola conta i punti. Alla Svezia l’altro giorno ne ha fatti 27…
“Strange fruit“
Billie Holiday, tanto per ricordare, fu una delle prime cantanti nere ad esibirsi con musicisti bianchi ai tempi del razzismo più feroce (non che con gli agenti dell’ICE di trumpiano decreto stiano molto meglio) e fra i suoi successi era quello “Strange fruit” che recitava, fra l’altro, «gli alberi del Sud danno uno strano frutto,/ sangue sulle foglie e sangue sulle radici,/ un corpo nero dondola nella brezza del Sud,/ strano frutto appeso agli alberi di pioppo».


Di tutte le ragazze di Julio Velasco abbiamo citato solo quattro per una ragione specifica: hanno cognomi che non suonano come Rossi, Ferrari, Russo, Esposito o Bianchi che certe statistiche registrano come i cinque più diffusi nel Belpaese.
Sembreranno “stonati” a quanti ancora giudicano l’accessibilità alla cittadinanza italiana dall’apparenza di un nome (mai letto Shakespeare? Aspettano il dono di “Romeo e Giulietta” da parte di Velasco o di chicchessia? «Forse che quella che chiamiamo rosa cesserebbe d’avere il suo profumo se la chiamassimo con altro nome?») o, peggio ancora, guardano al colore della pelle.
LEGGI Tutti gli articoli di Piero Mei
Sul podio ci sono solo campioni
Che poi ha ragione la nuotatrice Sara Curtis, mamma nigeriana, che tutti gli uomini sono di colore, anche i bianchi. Dice la spiegazione che «il bianco è un colore acromatico, con luminosità ma senza tinta».
O a quelli che vogliono allungare a vent’anni (è una proposta vannacciana) il periodo di residenza in Italia prima della “concessione” della cittadinanza a un richiedente.
Riportandola allo sport, sai quante medaglie di categoria master in più vincerebbero gli azzurri invece di quelle che stanno vincendo nelle più diverse competizioni internazionali, che siano d’atletica o di pallavolo, di basket o di nuoto (perfino! Ma i neri non erano quelli che non nuotavano? Quelli dalle ossa pesanti e dalle fibre veloci?).
E invece ci stiamo orgogliosamente godendo questa collana di medaglie italiane: perché, per riprendere una famosa risposta di un bambino tedesco a chi gli chiedeva se ci fossero migranti nella sua classe.
«No – disse – ci sono solo bambini». E vale per il podio: ci sono migranti lassù? No, ci sono solo campioni.

C’è un’Italia nuova
Un domani, è inevitabile oltre che auspicabile e giusto, accadrà anche nel calcio. E, essendo questo lo sport più popolare, anche se non più il più vincente, forse la lezione sarà compresa ovunque: c’è un’Italia nuova.
Non aspettiamo cent’anni per apprezzarlo, o quanto meno rendercene conto come sta capitando a una simbolica storia inglese, quella di Harry Edward.
Chi era costui che hanno finalmente deciso (ma lui non lo saprà mai: è morto da un pezzo) di inserire nella “Hall of Fame” dell’atletica britannica? È il primo nero del Regno Unito conquistatore di una medaglia olimpica, anzi di due, giacché prese il bronzo sia nei 100 che nei 200 metri ai Giochi di Anversa 1920.
Harry Edward, il campione cent’anni dopo
Era nato in Germania, a Berlino: sua madre era un’insegnante di pianoforte, tedesca, suo padre era un ragazzo migrante dalla Dominica (colonia inglese allora, inizio Novecento) che era venuto in Europa a cercare una vita migliore: la trovò lavorando in un circo.
L’adolescente Edward vinse i campionati tedeschi nel 1914 nello stadio di Berlino costruito per i Giochi del 1916 che non si tennero mai: era l’estate e scoppiò la Grande Guerra. Harry, cittadino britannico, venne internato in un campo dedicato ai “nemici”.
Ha raccontato in una autobiografia che è stata pubblicata postuma e intitolata “Quando passai sotto la Statua della Libertà sono diventato nero”: «La qualità del cibo peggiorò progressivamente: il pane nero era adulterato con segatura, bucce di patate e ossa polverizzate. La carne dei cavalli uccisi in battaglia veniva conservata in salamoia e inviata ai campi di prigionia». A proposito di “accoglienza”…
Di lui Harold Abrahams, il campione di “Momenti di gloria”, ha detto che era uno dei più forti velocisti che avesse mai incontrato: infatti non riuscì mai a batterlo.
Adesso, più di mezzo secolo dopo la sua morte (accadde nel 1973) il suo merito britannico viene riconosciuto. Meglio tardi che mai sì, ma meglio ora.






























