18 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

17 Mag, 2026

Le forme del mondo a carte scoperte

Fin dai primi giorni della avventura umana nel mondo, le persone hanno sempre cercato di comprendere la loro posizione nell’universo e sulla terra anche attraverso le mappe



Uno dei passatempi più diffusi di quando si era bambini, era il viaggio sull’atlante. Seguendo con l’indice i fiumi d’Europa o accarezzando le catene montuose dell’Asia e dell’Americhe, si poteva viaggiare senza confini, suggerendo alla fantasia un non so che di misterioso, forse di magico.

Fin dai primi giorni della storia umana, le persone hanno sempre cercato di comprendere la loro posizione nell’universo. Un interesse alimentato da curiosità e scoperte, ma anche da scopi commerciali, guerre e conquiste.  Studiando la posizione delle stelle e ascoltando i resoconti dei viaggiatori, gli uomini sono stati in grado di “mettere su carta” il mondo, per riconoscerlo e per farlo conoscere. Una necessità che ha accompagnato la società umana nel suo cammino evolutivo, riflettendone i cambiamenti e i multiformi aspetti culturali. Così, l’individuo affascinato dai misteri della Terra e delle stelle, ha documentando per secoli le sue esplorazioni in modi sempre diversi e sorprendenti. Era questo, afferma il cartografo Peter Barber, lo scopo primario delle carte geografiche “non solo ausilio alla navigazione” ma anche “riassunto visivo di tutta la conoscenza umana”. 

La prima mappa nel VI secolo

Le mappe, all’inizio, erano degli strumenti che riportavano consigli su come intraprendere un viaggio, su come non rischiare di esaurire le provviste a metà strada e sui pericoli che si potevano incontrare lungo il tragitto.

Risale al VI secolo la prima mappa, ritrovata nel 1899 dall’archeologo britannico Sir Leonard Woolley nell’antica città sumera di Sippar, oggi situata in Iraq. Si tratta di una tavoletta d’argilla che raffigura una rappresentazione schematica del mondo conosciuto a quel tempo, con la città di Sippar come punto centrale. Non solo una raffigurazione geografica, ma anche un insieme di simboli ed elementi mitologici, testimonianza delle conoscenze e delle credenze di un popolo che viveva unendo scienza e spiritualità.

La mappa di Anassimandro

Al filosofo Anassimandro si deve, invece, la realizzazione della prima mappa del mondo, per come conosciuto a quei tempi, che raffigurava la Terra come un cilindro sulla cui superficie superiore doveva trovarsi la parte abitata, probabilmente a forma di disco. Rispetto ai greci, i Romani non apportarono conoscenze nuove in campo cartografico, ma sicuramente vi aggiunsero uno spiccato spirito pratico. La produzione cartografica di epoca romana aveva un chiaro indirizzo concreto, per le necessità militari di conquista dei nuovi territori, importando alle legioni istruzioni precise per localizzare i luoghi, e per le necessità amministrative di mantenimento dei territori dell’Impero e del suo gran numero di strade. È così che le mappe geografiche si rivelano veri e propri pezzi di storia, offrendo la possibilità di toccare con mano il passato, seguendo le pieghe di esemplari antichi.

Tolomeo il più grande geografo dell’antichità

Il più grande geografo dell’antichità è considerato Claudio Tolomeo, al quale si deve una rappresentazione del mondo, per come noto all’epoca dell’impero romano, raffigurato in modo estremamente preciso e dettagliato in una sola cartina.

Si tratta della Mappa tolemaica, contenuta nell’opera Geographia, rimasta valida fino a quando i viaggi di esplorazione verso est di Marco Polo, riportati sulla carta di Fra Mauro, e quelli compiuti da Cristoforo Colombo verso ovest, raffigurati sul planisfero Castiglioni di Juan de la Cosa, disvelano un mondo nuovo e più vasto con l’inserimento delle terre del nuovo mondo, sostituendo le narrazioni delle vecchie carte geografiche con una rappresentazione più funzionale alle logiche e alle necessità di mercanti, sovrani e avventurieri. Analogo destino è riservato anche alle informazioni contenute ne Il Milione di Marco Polo, che influenzeranno tantissimo la redazione delle successive carte geografiche, come per esempio l’Atlante Catalano, rappresentando una fonte molto importante per la stesura delle mappe dell’epoca che venivano create mettendo insieme dati reali e storie.

Dal territorio al paesaggio

Una conoscenza, quella custodita nelle mappe geografiche, che doveva dare sostanza e spessore storico al territorio trasformandolo in paesaggio culturale e valoriale. Del resto, quando ancora erano pochi in grado di leggere e scrivere, le mappe erano un vero e proprio strumento di comunicazione perché costituivano un linguaggio chiaro e immediatamente comprensibile a tutti. Ma, è anche vero che le mappe potevano rivelarsi il più subdolo dei dispositivi, poiché nulla più della mappa pareva godere dell’illusione dell’attendibilità.

La prova di quanto le mappe geografiche ci ingannino è la “proiezione di Mercatore”. Studioso cinquecentesco fiammingo, al quale si deve la rappresentazione del mondo che ancora oggi usiamo, realizzata studiando gli angoli in modo che potessero soddisfare con precisione le esigenze dei marinai. Tuttavia, si tratta di una rappresentazione distorta delle vere dimensioni di Stati e Continenti, dovuta alla trasposizione della superficie sferica della Terra su un piano. Anche se c’è chi racconta che l’intento di Mercatore fosse di porre su carta l’idea dell’Europa come centro economico e politico del pianeta.

A tal punto che l’Europa sembra più vasta dell’America Latina, che invece ha una superficie più che doppia, mentre la Scandinavia sembra più grande dell’India, che in realtà è tre volte più estesa. A rendere giustizia a tutti i paesi del mondo, è la mappa del tedesco Arno Peters del 1974, che rappresenta la superficie del mondo in modo accurato e, indirettamente, chiarisce che tutte le culture e tutti i popoli hanno pari dignità ed importanza.

Chi tirava i fili delle carte

Un inganno, talvolta, perpetrato dai creatori di mappa geografiche anche con l’intento di enfatizzare l’estensione del dominio di un sovrano o valorizzare specifiche rotte commerciali per affermarne il dominio e l’influenza. In passato, come ricorda Jerry Brotton in  Ai quattro angoli del mondo. Viaggio inaspettato nelle direzioni della storia (Ed. Feltrinelli), le mappe non erano solo strumenti di navigazione, e i cartografi erano burattini vestiti con un linguaggio tecnico, ma i fili erano tirati da altri. Si trattava di costruzioni di potere, propaganda ed educazione, che riflettevano i pregiudizi culturali e politici e le visioni dei loro creatori, plasmando la mente dei lettori.

Ne è una chiara testimonianza il fatto che, nel medioevo, Gerusalemme venisse collocata al centro del mondo e l’Est fosse messo in alto anziché a destra. I grandi imperi utilizzavano le mappe per manifestare a tutti la grandezza del loro dominio, ribadendo la propria autorità e sigillando il loro potere sui territori posti sotto il loro controllo. Una pratica diffusa nel 1500, quando la repubblica di Venezia controllava numerosi territori della costa orientale dell’Adriatico e il suo dominio commerciale si spingeva fino alle coste della Turchia. Con l’intento di fornire prove documentali del proprio potere, i dogi veneziani investirono molto nella cartografia. Una strategia che si rivelò un successo, suscitando l’invidia di buona parte dei poteri europei, e non solo.

Rappresentazione o manipolazione?

Così, le mappe geografiche non erano solo rappresentazione del mondo, ma talvolta si prestavano ad essere strumenti in grado di manipolarlo, distorcerlo, ricostruirlo o re-immaginarlo. È quanto accaduto anche durante la seconda guerra mondiale. Un periodo storico in cui la cartografia diviene mezzo di propaganda dei governi totalitari, che ne sfruttavano il potere comunicativo, usando le mappe come manifesti per inneggiare il valore della patria o per diffondere le loro idee. Seguendo questa strategia, in Italia vennero pubblicati numerosi atlanti che veicolavano l’idea che i confini di stato dell’Etiopia fossero indefiniti, nonostante si trattasse di una nazione sovrana, perché l’Italia aveva mire espansionistiche su quell’area e cominciò a far circolare l’idea che fosse un territorio senza padrone ben prima di conquistarlo, anche se non era vero.

Robert Louis Stevenson, storie e visioni

Un mondo, quello della cartografia, destinato ad essere anche fonte di fascinazione, forse proprio per questa sua capacità di generare storie e visioni. Basti pensare al potere della mappa dell’Isola del tesoro raccontato da Robert Louis Stevenson, ispirandosi ad una mappa disegnata dal figlio. Qui, la mappa viene prima del territorio, ma anche prima di qualsiasi narrazione: è la mappa-matrice per antonomasia, perché da essa prende forma il romanzo, la vicenda, lo spazio dell’intreccio, escono i personaggi, i luoghi, i percorsi. Questo perché, il fascino delle mappe sta nella loro ambivalenza e nella nostra capacità di ricavare tra le linee dell’immagine nuovi significati, segreti e visioni contrapposte del mondo.

Anche se le mappe non possiedono una grammatica, sono un linguaggio da decodificare, una costruzione della realtà, immagini gravide di significati e di simboli, prodotti di singoli pensieri e di più vasti valori culturali in ciascuna peculiare società. Ciò spiega il loro valore imperituro. Dai primitivi dipinti murali alle prime mappe rudimentali, passando alle sfide di rappresentare la forma rotonda della Terra su carta piana, il panorama della cartografia ha continuato ad esistere, subendo una vera e propria rivoluzione grazie anche ai grandi viaggi di esplorazione.

 Con il tempo, nuove tecnologie e diverse scoperte scientifiche hanno permesso alla cartografia di innovarsi e di creare elementi d’ausilio sempre più all’avanguardia.

Nel Quattrocento i primi mappamondi

Nel Quattrocento, nelle città tedesche di Norimberga e Bamberga, nascono i mappamondi in legno e rame. Il più antico giunto a noi è il cosiddetto Erdapfel (letteralmente “la mela terrestre”) realizzato da Martin Behaim tra il 1490 e il 1492, ma con una raffigurazione del mondo sfornita delle Americhe, poiché la loro scoperta non aveva ancora oltrepassato l’oceano, in quanto Cristoforo Colombo non tornerà in Spagna prima del marzo del 1493.

Lavorando sulle basi gettate nel corso di migliaia di anni, rapidi e rivoluzionari sono stati i cambiamenti nell’arte della cartografia: dalla fotografia aerea prima, e ai satelliti dopo, con l’intento di fornire agli utenti mappe complete e facilmente fruibili. Pensiamo anche solo alle guerre e alla siccità, fenomeni che oggi vengono raccontati e analizzati grazie alle fotografie e ai dati di società che lavorano con le immagini provenienti dai satelliti. Inoltre, grazie alle mappe digitali tutti noi oggi possiamo contribuire personalmente e gratuitamente arricchendo o correggendo i dati spaziali degli elementi che si trovano nella realtà per costruire una rappresentazione digitale del terreno.

Tutto questo accade perché le cartografie, ieri come oggi, non sono al di fuori della società, ma fanno parte di essa come elementi costitutivi all’interno del più vasto mondo.  Non ci sono chiari nessi causali che vanno dalla società alla mappa, ma piuttosto nessi causali che fluiscono in entrambi i sensi. Così, quando accade che le regole sociali della cartografia siano celate alla vista, sta a noi cercare di estrarre le finalità segrete dalle linee della mappa, cercando di dare risalto non tanto a ciò che la mappa mostra, ma a quello che omette.

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