Il vertice di Pechino segna un cambio di equilibrio globale: Donald Trump arriva a Pechino da posizione di debolezza e scopre la forza inaspettata della Cina di Xi
L’attesissimo vertice di Pechino è la conferma definitiva. Donald Trump parla da imperatore, ma viaggia da isolato. Elargisce proclami di guerra e di potenza, ma è costretto all’inchino verso chi oggi dà davvero le carte. Perché negli ultimi anni, quando il mondo di Yalta è andato in pezzi, Xi Jinping ha avuto la saggezza di star fermo e parlare il meno possibile. Di non iniziare guerre, militari e commerciali, per poi trovarsi nel pantano. Di non rompere i rapporti con i propri alleati storici, profferire minacce a mezzo pianeta e nel contempo perdere la fiducia dei suoi sostenitori in patria.
In questo senso, Trump procede parallelamente a Vladimir Putin. Che ha commesso errori fatali e speculari ai suoi. Così, i trionfali protagonisti del vertice in Alaska di neppure un anno fa, oggi sono all’angolo. E più alzano la voce, più lo dimostrano. Le cronache cinesi riferiscono di un presidente americano prodigo di enormità, sorrisi e promesse. «Avremo un futuro fantastico insieme», dice a Xi, dopo averlo definito «un grande leader» e «un amico». Il solito Trump che trasforma ogni incontro «nel più grande summit di tutti i tempi».
Ma dietro la fanfara si intravede un’altra scena: un capo Usa che tratta da posizioni obbligate. E sconta il disordine che lui stesso ha creato in poco più di un anno. Solo che mentre Trump sabotava la Nato e sgretolava l’impero del secondo dopoguerra, mentre vedeva Ucraina ed Europa resistere anche senza di lui, la Cina stava a guardare. E oggi Xi Jinping, fra le pieghe di una formale benevolenza, può permettersi di far accogliere Trump dalle bandierine e dal suo vicepresidente.
Taiwan e la trappola di Tucidide
È la premessa di un colloquio in cui Xi intimerà agli Stati Uniti di non toccare Taiwan, altrimenti sarà guerra. E può permettersi persino di gigioneggiare con la Storia, citando «la trappola di Tucidide»: quando una potenza emergente pensa di sostituire una potenza dominante, il rischio di conflitto diventa altissimo. Altro avvertimento, ancor più minaccioso del primo perché dà all’America il ruolo della ex dominatrice del mondo che d’ora in poi dovrà muoversi a passi felpati per non allarmare Tucidide.
Trump è quindi costretto a cercare nella Cina ciò che un’America forte avrebbe imposto, contenuto o coordinato con gli alleati. Parla di grandezza, ma si muove dentro una dipendenza e una possibile nuova guerra fredda che può scaldarsi in ogni momento. Il presidente americano diventa di colpo solo un tycoon, un magnate che vende anche quello che non ha. Ciò che gli preme di più non sono gli accordi economici, che restano tutto sommato a portata di mano.
Non a caso per perorare gli accordi economici Trump si è fatto accompagnare da vari big dell’impresa mondiale, da Apple a Nvidia, da Tesla a BlackRock. Dovrà offrire tecnologie in cambio di investimenti, ma probabilmente ce la farà. Il nodo vero, però, è l’Iran e la sua guerra finita in un vicolo cieco. Per questo il presidente americano adotta la consueta tattica dell’annuncio eclatante, tentando di trasformare ogni dichiarazione in una copertura politica delle proprie difficoltà strategiche.
L’Iran e il silenzio cinese
«Xi è d’accordo su Hormuz aperto e sull’Iran senza bomba atomica». Due verità scontate, considerando quante navi cinesi passano da quello stretto e che, in materia di atomica, Pechino ha già dovuto ingoiare l’escalation della Corea del Nord. Ciò che Trump non può dire è che la Cina interverrà ufficialmente su Teheran. Se lo farà, sarà per vie informali. Troppo lucroso continuare a non immischiarsi, e vedere l’ex kingmaker sempre più in affanno.
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Trump tornerà dalla Cina con altri roboanti proclami ma nei fatti avrà imparato che il caos non è forza. E che Xi Jinping oggi ha fissato una linea rossa, Taiwan, e un nuovo ciclo di attesa che punta su Stati Uniti stanchi, nervosi, affamati di stabilità. E mentre l’Europa inizia finalmente a capire che non può più permettersi di vivere da provincia benestante dell’impero, fra Washington e Pechino inizia una nuova era. In cui la Cina prende ancora tempo, mentre l’America non ne ha.


















