15 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

15 Mag, 2026

La “Trappola di Tucidide”: se Pechino si vede come Atene

Xi Jinping richiama la nota “Trappola di Tucidide” per chiedere agli Stati Uniti di accettare l’ascesa di Pechino, come quella di Atene, come un fatto ineluttabile


Nella Grande Sala del Popolo, Xi Jinping ha evocato con Donald Trump la “trappola di Tucidide”. La formula, resa celebre da Graham Allison, indica il rischio che la crescita di una potenza emergente possa produrre paura nella potenza già egemone, e che quella paura possa a sua volta trasformare la competizione in guerra. Il riferimento originario è naturalmente Tucidide, lo storico greco della Guerra del Peloponneso, che individuava nell’ascesa di Atene e nel timore suscitato in Sparta la causa più profonda del conflitto. Se Atene è la città giovane e dinamica, commerciale e marittima, in piena espansione, e Sparta la potenza più antica, terrestre, custode dell’ordine esistente, la distribuzione dei ruoli appare evidente.

Pechino è la forza storica in ascesa, destinata a ottenere spazio e riconoscimento, mentre Washington è l’egemone del secondo dopoguerra che guarda alla crescita cinese come a una minaccia sistemica. Il contenuto politico è altrettanto evidente: l’America non trasformi la propria paura in strategia di contenimento. Xi, citando Tucidide, sta chiedendo dunque agli Stati Uniti di riconoscere la legittimità storica della potenza cinese. Sta dicendo, in sostanza, che la Cina non è un incidente della globalizzazione, una deviazione provvisoria dell’ordine americano, ma una potenza destinata a occupare il centro della scena.

L’ombra imperiale di Atene

Tuttavia Atene, nel racconto tucidideo, non è soltanto la potenza emergente ingiustamente temuta da Sparta. È anche capace di trasformare la propria energia e la propria sicurezza in hybris. Nel dialogo dei Melii, gli Ateniesi arrivano a formulare una delle sentenze più brutali della storia politica: i forti fanno ciò che possono, i deboli subiscono ciò che devono.

È il momento in cui l’ascesa smarrisce il senso del limite e diventa dominio. Perciò il paragone di Xi può essere rovesciato contro sé stesso. Se la Cina vuole essere Atene, dovrebbe riconoscerne anche l’ombra, rappresentata dalla tentazione imperiale di quell’antica città-stato. E inoltre c’è un dettaglio non secondario: Atene, pur con tutti i limiti di una democrazia antica fondata sull’esclusione di donne, schiavi e meteci, era pur sempre una democrazia.

La Cina di Xi, invece, è un potere autoritario che chiede riconoscimento fuori mentre esige obbedienza dentro. E proprio per questo Taiwan non è una variabile regionale, ma il punto in cui la metafora tucididea mostra il suo limite: una potenza autoritaria invoca prudenza contro la paura americana, ma chiede che una democrazia insulare viva sotto la minaccia permanente della propria annessione.

Naturalmente anche Sparta, nel parallelo contemporaneo, non è innocente. Gli Stati Uniti hanno costruito dopo il 1945 un ordine internazionale fondato su istituzioni, alleanze, mercati aperti, garanzie di sicurezza. Quel sistema ha protetto molte democrazie e ha prodotto una lunga stagione di prosperità. Ma ha prodotto anche guerre sbagliate e interventi disastrosi, identificando troppo spesso la stabilità globale con la permanenza del primato americano. Washington non può presentarsi come custode disinteressato dell’ordine. In particolar modo con Trump, che con la sua tendenza a ridurre la politica estera a trattativa personale aggiunge un ulteriore elemento di inquietudine.

La guerra come destino mentale

Tucidide ci costringe pertanto a diffidare delle versioni autoassolutorie delle potenze. La “trappola” è, in fondo, una costruzione politica e mentale. La guerra diventa “inevitabile” quando gli uomini cominciano a considerarla tale. Nel rapporto tra Stati Uniti e Cina il pericolo è precisamente questo. Non soltanto la competizione, che è fisiologica tra grandi potenze, ma la trasformazione della competizione in destino.

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Se Washington vede ogni passo cinese come un’aggressione mascherata, finirà per costruire una politica di contenimento sempre più rigida. Se Pechino interpreta ogni limite posto alla propria espansione come un complotto contro la sua rinascita nazionale, finirà per rispondere con crescente durezza.

L’evocazione della “trappola di Tucidide” obbliga così, da un lato, gli Stati Uniti a interrogarsi sulla propria paura del declino, ma dall’altro consente anche alla Cina di presentare la propria ascesa come un fatto storico da accettare quasi senza condizioni. Il riconoscimento, però, non può significare deferenza, così come la prudenza non può significare abbandono di Taiwan. E la critica dell’egemonia americana non può diventare indulgenza verso una nuova egemonia autoritaria.

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