13 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

13 Mag, 2026

Trump vola in Cina da Xi, sul tavolo Iran, Hormuz e Taiwan

La visita di Stato del presidente Trump in Cina arriva nel momento più difficile della sua presidenza. Sul tavolo dazi, crisi energetica, guerra in Iran e il nodo Taiwan, mentre Xi prova a sfruttare la debolezza strategica di Washington.


Inizia oggi l’attesissima visita del Presidente americano Donald Trump in Cina, una visita di Stato in cui il tycoon spera di rinsaldare quel rapporto con Xi Jinping che da mesi ripete essere «ottimo». Tanti gli argomenti di cui parlare: dazi, commercio ma soprattutto guerra in Iran e Taiwan. Con un’importante postilla, perché Trump arriva alla visita in una situazione politica semplicemente disastrosa. Prima l’annullamento di gran parte dei dazi imposti al mondo intero lo scorso anno da parte della Corte Suprema e poi la sciagurata guerra lanciata contro l’Iran, che oltre ai danni materiali inflitti alle Forze armate americane vede Washington fare i conti con un’inflazione in forte ripresa; tutta a danno dei consumatori americani, perdipiù a pochi mesi dalle midterm.

Mai la situazione globale era stata così propizia per la Cina, che in questa visita potrebbe cercare di spingere Washington a intraprendere decisioni che normalmente non prenderebbe nemmeno in considerazione, come ridurre il supporto per Taiwan. D’altra parte il tycoon aveva già rimandato la visita in Cina, inizialmente prevista per il 31 marzo, proprio a motivo delle ostilità allora in corso contro l’Iran. La disavventura mediorientale, con lo Stretto di Hormuz ancora saldamente in mano a Teheran, si sta dunque trasformando in un pantano di difficile soluzione.

L’Iran al centro dei colloqui

Ecco quindi che la guerra iraniana diventerà giocoforza uno dei principali temi di discussione. Trump non ha fatto mistero in queste settimane di voler usare l’influenza cinese, essendo Pechino il principale partner commerciale dell’Iran, per fare pressione su Teheran, riaprire lo Stretto di Hormuz, fare concessioni sul nucleare e stabilizzare la situazione nella regione. La tattica ha già iniziato ad essere implementata, con il Tesoro americano che non più tardi di lunedì ha inasprito le sanzioni su società e persone che aiutavano Teheran a vendere e spedire petrolio in Cina tramite società di copertura.

Da parte sua, il Ministero del Commercio cinese aveva emesso il 2 maggio il primo “blocking order” (ordine di blocco) della storia contro sanzioni americane, vietando alle aziende cinesi di riconoscere, applicare o conformarsi alle sanzioni contro le cinque raffinerie cinesi che trattano greggio iraniano. Anche Pechino ha però le sue richieste da fare a Washington, in particolare per quanto concerne Taiwan.

Sul tavolo dei colloqui tra Trump e Xi finirà inevitabilmente anche la questione dell’isola rivendicata da Pechino. Il Dipartimento di Stato americano, infatti, ha già congelato l’approvazione di un secondo pacchetto di armamenti da vendere a Taipei in vista del viaggio di Trump a Pechino, e il Dragone non mancherà di chiedere a Washington di fermare definitivamente la vendita di armi da 11 miliardi di dollari approvata lo scorso dicembre; un pacchetto che include sistemi missilistici HIMARS, missili balistici ATACMS, obici semoventi e munizioni a ricerca di bersaglio.

Il voto del Parlamento taiwanese

Il budget per acquistare questi sistemi è stato peraltro approvato dal Parlamento di Taipei appena qualche giorno fa, l’8 maggio, al termine di una lunga e accesa battaglia parlamentare, con il voto favorevole di 59 deputati e 48 astensioni. Si apre così lo spiraglio per un possibile compromesso: da una parte Pechino si impegna a fare pressioni su Teheran per sbloccare lo Stretto di Hormuz, Washington in cambio ritarda o riduce il suo supporto militare a Taiwan.

Non a caso da Taipei si moltiplicano i segnali di nervosismo. Il portavoce del Ministero degli Esteri taiwanese Hsiao Kuangwei ha dichiarato che Taipei sta «monitorando attentamente» i colloqui tra Washington e Pechino, mantenendo «una stretta comunicazione» con gli americani per tutelare i propri interessi. La preoccupazione principale riguarda l’imprevedibilità di Trump, lo stesso tycoon ha già anticipato di voler discutere con Xi la questione delle vendite di armi a Taiwan, affermando che «il presidente Xi vorrebbe che non lo facessimo, e ne parlerò».

Dichiarazioni che suonano molto come una potenziale violazione delle cosiddette “Sei Garanzie” stabilite dall’amministrazione Reagan nel 1982. Tra queste garanzie vi era l’impegno esplicito di Washington a non consultare Pechino riguardo alle vendite di armi a Taipei, un patto storico rispettato da tutti i presidenti americani fino ad oggi. Ryan Hass, direttore del China Centre della Brookings Institution, ha osservato su X che «indipendentemente da ciò che Trump deciderà, ha già fatto un regalo a Xi stabilendo un nuovo precedente pericoloso».

Perché l’accordo appare difficile

Nonostante questo, difficilmente un simile accordo potrà concretizzarsi. Le ragioni sono molteplici. Innanzitutto, Teheran è un attore sovrano e indipendente nel pieno senso della parola, lo ha dimostrato in questo mese e mezzo di trattative, e prima ancora nella guerra contro Stati Uniti e Israele, in cui ha ricevuto supporto limitato d’intelligence dalla Russia e poco altro. Le eventuali pressioni cinesi potrebbero quindi non bastare a convincere la Repubblica Islamica a cedere sul dossier nucleare o a riaprire lo Stretto.

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In secondo luogo, la Cina dovrebbe rinunciare al petrolio iraniano acquistato a prezzi inferiori a quelli di mercato, in un momento di forte tensione energetica globale. Infine, per “tradire” l’alleato iraniano, Pechino esigerebbe da Trump impegni concreti e verificabili su Taiwan, come l’annullamento o il rinvio indefinito della vendita, impegni che il tycoon difficilmente potrebbe sobbarcarsi senza scontrarsi con il Congresso, con segmenti della sua stessa amministrazione e con gli apparati militari e d’intelligence.

Nonostante tutto, il risultato già raggiunto sembra essere una profonda instabilità strategica, in cui gli alleati temono l’abbandono mentre Pechino potrebbe essere tentata di testare i limiti dell’impegno americano in difesa dell’isola da lei rivendicata.

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