Il politologo della Luiss Sergio Fabbrini interpreta l’impatto di Trump sull’identità americana e invita l’Europa a camminare sulle proprie gambe
«Per la prima volta dalla fine della guerra fredda negli Usa è emerso un movimento nazionalista, America First, che aveva finora subito l’egemonia dell’internazionalismo liberale impegnato contro l’Unione Sovietica, l’avversario da battere. Questo nazionalismo ha vinto, è maggioritario. C’è una rottura strutturale che ha trasformato la democrazia americana in senso autocratico e nazionalista. La spaccatura durerà a lungo: anche se vincerà un candidato democratico nel 2028, non potrà fare quello che hanno fatto i presidenti dell’internazionalismo liberale».
Sergio Fabbrini, professore emerito di politica e relazioni internazionali e Intesa Sanpaolo Chair on European Governance alla Luiss di Roma, spiega la svolta trumpista di questa fase. Proprio in questi giorni esce nelle librerie il suo nuovo volume “Tsunami Trump. Il nazionalismo americano e l’Europa”, edito da Il Sole 24 Ore.
«La spaccatura emerge negli anni 90 – continua – quando non ci sono più la disciplina e la paura della guerra fredda. L’America multilaterale che al proprio interno credeva nella separazione dei poteri e che all’esterno aveva creato il diritto internazionale e le alleanze vede l’emersione di un nazionalismo che non accetta più quei vincoli. Trump, dopo aver conquistato il partito repubblicano e al Corte suprema, si scaglia contro la separazione dei poteri, contro i media, le università, le ong e la cultura legale del paese, con un processo di centralizzazione del potere che mette in ginocchio il Congresso».
L’America è definitivamente un sistema autocratico?
«No, Trump non ha ancora vinto: vedremo se al midterm i democratici conquisteranno il congresso. Intanto il federalismo serve per contenere la centralizzazione e la società civile non dimentica facilmente i secoli di libertà».
Questo sistema ha anche una proiezione esterna…
«I due processi sono fortemente coerenti. Non basta la “pazzia” per giustificare certi comportamenti. Trump mette in discussione Onu, Wto e Nato, ovvero il sistema multilaterale liberale. La sua America non è isolazionista ma unilateralista. Siamo di fronte alla manifestazione dell’autocrazia».
Che arriva perfino agli attacchi contro il Papa americano…
«Alcuni dicono che lui vuole polarizzare il mondo cattolico così come la politica americana. I cattolici, spesso messi ai margini dall’America protestante e tradizionalmente vicini al partito democratico, con i maga si sono spostati verso posizioni conservatrici. Dopo che l’arcivescovo conservatore di New York è andato in pensione, Trump vuole staccare l’elettorato cattolico dalle gerarchie che sente meno vicine. Secondo altri, dietro il suo atteggiamento c’è il mondo Maga delle chiese evangeliche: 30-40 milioni di persone che ritengono l’Europa un continente in declino per aver accettato la secolarizzazione e l’immigrazione e perché non si riconosce più nella sua promessa cristiana. Trump fa fatica a capire l’universalismo del Papa».
Ma i consensi per il presidente sono in calo. Potrebbe pensare di manipolare le elezioni di midterm?
«C’è il timore che un attentato o un’emergenza possa spingerlo a sospendere le elezioni, cosa che non si è mai verificata perché la costituzione lo vieta: sarebbe come un colpo di stato. Gli stessi democratici tendono a non manifestare troppo per evitare ogni rischio. Trump potrebbe comunque cercare di condizionare il processo mandando gli agenti dell’Ice nei seggi per verificare i documenti di chi va a votare o mettendo in discussione il voto postale. C’è il rischio che una valanga di ricorsi impedisca di raggiungere la certezza dei dati elettorali».
E i democratici come stanno messi?
«I democratici sono ancora sotto shock dopo le scelte sbagliate di Joe Biden e sono spaccati tra i radicali di sinistra ispirati da Ocasio Cortez e Mamdani e i centristi che governano alcuni stati. Se a novembre conquisteranno la camera dei rappresentanti controlleranno il bilancio e faranno partire il processo di impeachment per condizionare Trump».
Il 9 maggio prossimo lei riceverà a Enna il Premio internazionale per l’Europa Federico II: come deve reagire l’Ue? Perfino il cancelliere tedesco Merz è entrato in contrasto con Trump…
«L’Europa deve imparare a camminare sulle proprie gambe. Negli ultimi mesi questa idea si sta affermando persino in Germania, il paese che nel secondo dopoguerra ha creato una seconda identità nazionale fortemente legata agli Usa come in nessun altro stato europeo. La dipendenza della Germania dagli Usa è quasi psicologica: ecco perché Merz ha dovuto fare quasi un processo di tipo psicanalitico per riconoscere che senza il “padre” bisogna camminare da soli. Con la Francia, da sempre sospettosa del potere americano, possono creare le condizioni per l’autonomia strategica».
Come si realizza questa autonomia?
«O con la comunità europea della difesa, interna alla Ue, oppure con una Schengen della difesa, un trattato esterno all’Ue al quale possono aderire britannici e norvegesi. Tenere a bordo l’Inghilterra è cruciale».
Chi può essere il leader di questo processo?
La Commissione europea è un soggetto intergovernativo schiacciato sulle posizioni tedesche. Servirebbero la Francia e la Germania, con l’Italia a fare da mediatore come fece De Gasperi dopo la guerra. Oggi non lo puoi fare con Meloni che non ha né la cultura né l’interesse a gestire un simile processo.
Molti però hanno criticato il riarmo avviato dall’Unione europea.
«Sono critiche da ignoranti: la difesa europea è necessaria soprattutto a livello europeo. Purtroppo Ursula von der Leyen ha nazionalizzato la difesa europea che così diventerà una somma delle difese nazionali. La Germania ha in programma investimenti massicci, ma che cosa succederà in caso di vittoria dell’AFD? Gli stessi rischi correremo se il Rassemblement National vincerà in Francia. Avremmo dovuto investire gli 800 miliardi dei progetti europei Readiness 2030 e Safe sulla difesa comune sovranazionale. Per affrontare le sfide esistenziali odierne dobbiamo cambiare paradigma dotandoci di una entità governativa comune e di una forza militare europea sostenuta da un sistema militare industriale comune. Sono stupito per la mancanza di una seria riflessione sulla capacità della politica domestica di cambiare queste cose a livello europeo».


















