25 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

25 Apr, 2026

La ministra Roccella all’Altravoce: Sui bambini la giustizia non sfoci nell’arbitrio

La ministra della famiglia Eugenia Roccella risponde alla lettera aperta del direttore dell’Altravoce, che evidenziava la necessità di una legge per tutelare i minori


Caro Direttore, la lettera che mi hai recapitato tramite le colonne del tuo giornale parla dei bambini della famiglia Trevallion, di quanto la drastica decisione del tribunale di staccarli dal loro ambiente e dai genitori possa produrre traumi irreversibili, di cosa fare per stabilire la gerarchia tra i diversi diritti del minore, quello a mantenere le proprie relazioni affettive e altri, come socialità o istruzione. Ma in questo dibattito così acceso e a tratti lacerante, che ha visto coinvolto l’intero Paese, hai toccato un punto davvero cruciale: la discrezionalità che intercorre tra una norma e la sua applicazione, che è forse il vero nodo di una giustizia giusta.

L’arbitrio e le norme

Quando la discrezionalità perde i connotati della scelta rispettosa e responsabile e si traduce in arbitrio? Quando, nonostante tutte le garanzie formali e sostanziali, il cittadino precipita dentro un meccanismo che lo sovrasta, che invade i più intimi e necessari spazi di libertà? È un tema che tocca da vicino, ad esempio, tanti aspetti del diritto penale – pensiamo alla carcerazione preventiva, o alle intercettazioni, disciplinate da leggi sulla carta rigorosissime ma dilatate a dismisura nella pratica concreta – e che diventa drammatico e spesso straziante quando incide sulla vita dei bambini.


Eppure il complesso delle norme parla chiaro: il faro deve essere l’interesse del minore, e l’allontanamento dai genitori deve essere una misura estrema da assumere solo di fronte a maltrattamenti, ad abusi, a pericoli gravi e immediati. Quello che però è cambiato, da un po’ di tempo a questa parte, è il substrato culturale sul quale le valutazioni di chi applica le leggi si innestano. La relazione familiare ormai non è più considerata un bene primario per i bambini, nonostante la mole di studi su come il legame con i genitori, a partire dalla protezione rassicurante offerta al nascituro dal corpo materno, sia necessario e insostituibile per la crescita serena di un bimbo.

Le famiglie e i sistemi educativi

Le famiglie, come tutte le realtà umane, sono imperfette. Ma proprio per questo il margine discrezionale dovrebbe servire a calare la norma generale e astratta nella concretezza delle singole situazioni, avendo però ben chiara la scala di valori di riferimento. Una scala che non è figlia di opinioni o ideologie ma dell’esperienza umana di ogni tempo, scolpita peraltro nelle carte internazionali, nella nostra vita quotidiana e in evidenze scientifiche di ogni ordine e grado. Quante volte abbiamo sentito affermare che per crescere i bambini “basta l’amore”? Eppure quando, come in questo caso, l’amore c’è, ci sono un uomo e una donna che si amano e amano i propri figli, l’amore sembra non bastare più. Per i magistrati, e per i loro consulenti, ancora più importante del rapporto con la mamma e il papà sembrano essere il rapporto con i pari, i coetanei, e altri elementi educativi.

L’iniziativa del governo


Ben prima del caso della cosiddetta “famiglia nel bosco” il governo ha promosso una legge, recentemente approvata dalle Camere, che stabilisce, nel pieno rispetto della privacy, un monitoraggio accurato e capillare degli allontanamenti familiari; non solo il loro numero, ma anche tempi, modi e motivazioni, rilevandone eventuali anomalie e criticità. Ci sono inoltre alcuni disegni di legge depositati in Parlamento che condividiamo e che compiranno il loro percorso, consentendo il necessario confronto tra i diversi orientamenti, e provando a mettere ordine in questa materia così delicata.

Rompere il circuito dell’arbitrio


Quello che è essenziale è spezzare il circuito autoreferenziale che trasforma la discrezionalità in arbitrio e la responsabilità in strumento di potere. E’ il criterio che abbiamo seguito con le ultime leggi sulla violenza contro le donne, fissando strumenti, tempi e procedure per un’efficace e tempestiva valutazione del rischio da parte della magistratura, responsabilità dalla quale non sarà più possibile esimersi salvo incorrere in gravi omissioni. Ed è il criterio che vorremmo adottare anche sul fronte degli allontanamenti dei minori, che in troppi casi avvengono seguendo criteri astratti, senza considerare fino in fondo la possibilità che la separazione dai genitori crei ai bambini un danno maggiore di quello da cui li si vorrebbe proteggere.

In un’epoca nella quale l’ascolto dei più giovani è un imperativo al quale si viene richiamati in ogni occasione, quando si tratta di scelte gravi, che riguardano direttamente la loro vita e il loro benessere, ci si scherma spesso dietro una pletora di figure intermedie, senza un ascolto diretto da parte di chi ha il potere di decidere. L’ascolto del minore, calibrato sul grado della sua maturità personale, è un passaggio fondamentale, una responsabilità diretta di chi giudica, e va allargato a una platea di esperti che non siano limitati a quelli di abituale riferimento dei tribunali.

E anche quando si chiede insistentemente alle istituzioni di vederci chiaro, ad esempio attraverso l’invio di ispettori, non bisogna dimenticare che l’esito delle ispezioni e l’eventuale riscontro di irregolarità procedurali (che non riguardano comunque il merito delle decisioni) finisce in quel Csm e in quella sezione disciplinare che purtroppo non si è riusciti a liberare dall’autoreferenzialità.

Il bisogno di una cultura condivisa


Cercare di indirizzare l’operato degli apparati dello Stato, a cominciare dalla magistratura, entro binari meno opinabili, è senz’altro cosa e buona e giusta. Un margine di discrezionalità è però ineliminabile, e nessuna legge, nessun criterio obbligato può sostituirsi alla responsabilità di chi amministra la giustizia. Ma la discrezionalità non può essere affidata solo a opinioni individuali sul benessere del minore, o peggio ancora a incrostazioni ideologiche o stereotipi socioculturali. Serve una cultura condivisa che davvero metta al centro la famiglia e la persona.

Che sappia fare tesoro dell’esperienza e del vissuto di ognuno di noi, partendo dal rispetto per le relazioni che strutturano la personalità, e tutelano il nostro spazio di crescita. Perché non si espanda il margine di discrezionalità, e non diventi arbitrio, oltre a regole che facciano da argine serve ricordare che le utopie della perfettibilità sono destinate a creare infelicità e sofferenza, e che l’inevitabile imperfezione va corretta accompagnando i cambiamenti e non imponendoli, sostenendo le famiglie e non separandole.

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