Domani torna la Serie A che gli italiani, abituati a dividersi in guelfi e ghibellini, dimostrano di amare molto più della Nazionale
Il calcio volta pagina. Che avete capito? Non è perché il presidente Gravina si è dimesso e perché il capodelegazione Buffon l’ha seguito a ruota (e lo avrebbe preceduto se avesse seguito l’istinto dell’uomo e non lo spirito di squadra che ha sempre avuto) e perché subito dopo, questa è di ieri, anche Gattuso ha messo fine alla sua “non epopea” in azzurro panchina. Per trovare questa quadra “addà passà ‘a nuttata”, lunga almeno quanto la primavera, essendo che il presidente che verrà (se uno ne verrà) lo farà con l’estate, il 22 giugno.
La corsa alla poltrona
Allora Messi e CR7, Dzeko e Modric, Mbappè e Yamal, Keane e Haaland, McFratm e Yildiz e Vinicius e perfino Shomourodov (do you remember?) saranno in giro per l’America del Nord a giocarsi la World Cup, sempre che Trump non ci metta lo zampone né Infantino la guantiera. Qui, invece, si giocherà non la finale ma il finale della Corsa alla Poltrona. Sentiremo che bisogna attenzionare i vivai, fare spazio ai giovani, sanare i bilanci malati terminali, costruire stadi accoglienti.
Le proposte
Ancora, sentiremo che bisogna far tornare i bambini a giocare (in Norvegia, pare, fino a 13 anni non partecipano a competizioni con classifiche ma al divertimento) senza svuotare le tasche delle famiglie, inventare qualche norma che obblighi perfino il Como, la più bella novità del campionato in corso, a schierare almeno un ragazzo azzurrabile. Ma sai che gliene frega alla proprietà indonesiana o a Cesc Fabregas che poi sono la prima quella che paga e il secondo quello che insegna calcio.
Contatti e contratti
E fare sì che le generazioni che non hanno mai visto un’Italia mondiale di calcio ma soprattutto un’Italia al mondiale di calcio, possano colmare il vuoto. E poi pensiamo anche ai vecchi: perché negare loro un’altra possibilità, se non un’altra gioia? Ne discetteremo noi, un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigratori, come sta scolpito sul Colosseo Quadrato di Roma, ma anche, scolpito nel dna, di primi ministri e commissari tecnici. E impazzeranno nomi e suggestioni, manovre e caminetti, sgambetti che nemmeno Bastoni, pizzini che nemmeno Donnarumma, calci di rigore (chi sarà Tonali? Chi Pio?) e tutto l’armamentario, i metodi della politica insomma. Forse ci scapperà pure l’avviso di garanzia o “il letto racconta”… Contatti e contratti.
Torna il campionato
E invece l’immediato voltar pagina fa riferimento, oggi, alla rivisitazione di quel che scrisse Nick Hornby: «Perdi il lavoro, ti lascia la ragazza, ma c’è sempre un campionato che ricomincia a settembre». Sapete qual è la fortuna del tifoso di calcio (sentiremo la giaculatoria de «il calcio è dei tifosi», anche se non ci pare che i fondi di investimento che adesso hanno preso le squadre che furono dei presidenti «ricchi scemi» come li definì il Coni di Giulio Onesti, siano delle due categorie, ma piuttosto «follow the money»)? Che il campionato, che ricominciava ogni domenica, adesso ricomincia ogni giorno. Perfino il giorno di Pasqua. E il calcio non è la pallavolo, che pochi sanno chi sia il campione d’Italia in carica, ma tutti tengono per l’Italia, né la pallanuoto, che vince sempre la Pro Recco e chissenefrega, è il Settebello nel cuore appassionato. L’Italia del calcio è altro.
La Nazionale? Un contrattempo
La Nazionale è, agli occhi di gioca e di chi fa giocare, e comincia ad esserlo per suo disvalore anche a quelli di chi la guarda, un contrattempo, un intervallo romantico tra un bonus e l’altro, una partita e l’altra. È fuori dal mondiale che verrà? Beh, ma se Malen farà bene o se Lautaro ne facesse un altro, se McFratm fosse l’acrobata che è e se Allegri mettesse davanti il suo “corto muso”, se Vlahovic, hai visto mai?, allora sì che sarebbe una buona Pasqua.
Guelfi e ghibellini
Perché è il campionato che conta: sullo scudetto ci campi un anno al bar sfottendo il vicino di bancone, in ufficio irridendo il dirimpettaio di scrivania, a scuola prendendo di mira il compagno di banco. Ma con l’Italia che ci fai? Siamo tutti italiani, sia guelfi che ghibellini, si sia per Coppi o per Bartali, per la Loren o la Lollo, per la Callas o la Tebaldi, sia interisti che juventini, sia Roma o sia Lazio, sia Napoli o sia Milan.
Tifosi o appassionati?
Dell’Italia non si è tifosi: appassionati sì, specie quando vince (e per il calcio che non lo fa più lo fanno gli altri “dilettanti”, singoli o squadre che siano), orgogliosi quando è l’ora (ma quando mai da vent’anni a questa parte, salvo quella notte a Wembley con Vialli e Mancini), delusi quando è la sera di Zenica, che abbiamo appena imparato che è in Bosnia, anche se a giudicare dal risultato calcistico potremmo pensare che sia un luogo del Brasile, dell’Argentina, della Spagna, della Germania, della Francia, dell’Inghilterra o perfino della Norvegia, per non spaziare, nell’atlante pallonaro fino all’Uzbekistan o a Curaçao che non è solo un liquore dolciastro ma anche una squadra che va al mondiale. Vengo anch’io? No, tu no.
Gli appuntamenti
Ma non buttiamoci giù: anche questa volta sarà per la prossima. Specie se, come dicononel 2030, mondiali del Centenario dell’evento, parteciperanno nei tre continenti organizzatori (Europa, America, Africa: la sublimazione della globalizzazione, alla faccia del risparmio energetico e del cambiamento climatico da inquinamento) non più 48 squadre quante nel 2026 ma ben 64. Se non ci si qualificasse nemmeno così… Dài, voltiamo pagina: domani c’è Inter-Roma, lunedì giocano il Como e la Juve e c’è pure Napoli-Milan. La Champions nell’uovo. La frittata? A Zenica…



















