3 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

3 Apr, 2026

Legge elettorale, Clementi: «Rischi? Premio e mani sul Quirinale»

Francesco Clementi

Francesco Clementi, ordinario di Diritto pubblico comparato presso l’università “La Sapienza” di Roma, indica i due principali rischi nel dibattito sulla nuova legge elettorale: un premio di maggioranza eccessivo e il desiderio di “mettere le mani” sul Quirinale


Il momento è propizio, visto che la vittoria del No al referendum sulla riforma della giustizia ha aperto uno spazio di trattativa tra maggioranza parlamentare e opposizione.

Ma sulla nuova legge elettorale approdata alla Camera nei giorni scorsi incombono almeno due pericoli: il premio di maggioranza troppo alto, che rischia di trasformare la necessaria stabilità in squilibrio del sistema politico, e la tentazione (comune a tutti gli schieramenti) di “mettere le mani” sull’elezione del prossimo presidente della Repubblica. A delineare questo quadro è Francesco Clementi, professore ordinario di Diritto pubblico comparato e direttore del master in Scienze elettorali e del Governo presso l’università “La Sapienza”.

Assistiamo a un’accelerazione del confronto sulla riforma elettorale, ora che il governo ha incassato la sconfitta al referendum e che manca un anno alle elezioni: è il momento giusto?

«Guardi, dal punto di vista politico è inevitabile che il tema si riapra: una sconfitta referendaria rompe un equilibrio e riapre spazi di confronto. In questo senso sì, è “il momento”. Ma dal punto di vista istituzionale io sono sempre prudente: le leggi elettorali non andrebbero mai cambiate troppo a ridosso del voto. Non è un capriccio, è una regola di buona qualità democratica. Oggi siamo in una finestra ancora possibile, ma stretta. Quindi: sì al confronto, ma con metodo, dialogo e senza forzature da parte di alcuno».

L’obiettivo di tutti – almeno a parole – è quello di garantire al Paese una stabilità che consenta al Governo di decidere e al Parlamento di legiferare: l’ipotesi di riforma elettorale presentata da Meloni va in questa direzione? Che tipo di stabilità si prospetta?

«Io distinguo sempre tra una stabilità buona e una cattiva. La stabilità buona è quella che consente agli elettori di sapere chi governa e permette a chi vince di governare davvero. La stabilità cattiva è quella che, non dando un risultato chiaro in un bicameralismo che prevede due voti di fiducia, produce uno stallo, portando a maggioranze artificiali o posticce, nate in modo forzato ed incoerente in Parlamento. La proposta presentata va nella direzione della governabilità, questo è evidente: introduce un premio e cerca di evitare il potenziale pareggio, che al momento parrebbe esservi. Però bisogna stare molto attenti alla misura di questo premio. Se si supera una soglia ragionevole, la stabilità del governo rischia di trasformarsi in uno squilibrio del sistema. E questo, in una democrazia costituzionale, è un problema serio, che di certo non possiamo permetterci».

Quanto è concreto il rischio che il dibattito sulla riforma elettorale sia “inquinato” dalla volontà, in entrambi gli schieramenti, di “mettere le mani” sull’elezione del prossimo presidente della Repubblica?

«Pesa, eccome se pesa. Ed è bene dirlo con chiarezza. Una legge elettorale non deve mai essere pensata per incidere sugli organi di garanzia. Il premio serve a farti governare, non a permetterti di controllare anche l’elezione del Capo dello Stato o gli equilibri della Corte costituzionale e del Csm. Se il meccanismo porta una maggioranza troppo vicino a quei numeri, allora vuol dire che si sta sbagliando metodo ed ottica. Serve lo ripeto, a maggior ragione in vista di questo ulteriore elezione, serve grande equilibrio e dialogo tra le forze politiche».

Una legge come quella proposta garantisce coalizioni omogenee o dobbiamo rassegnarci all’idea di vedere ancora coalizioni in cui, per esempio, un partito difende Kiev e l’altro strizza l’occhio a Putin?

«La legge elettorale può aiutare, ma non fa miracoli. Può incentivare la chiarezza prima del voto, può spingere le forze politiche a presentarsi in modo più coerente, ma non può creare omogeneità dove non c’è. Se dentro una coalizione convivono posizioni incompatibili, per esempio su politica estera o europea, il problema è politico, non tecnico. Una buona legge può premiare chi è credibile; non può impedire alle forze politiche di allearsi per convenienza. Certo sarebbe auspicabile, come avviene altrove, che la politica estera sia un discrimine tra le due principali coalizioni. Aiuterebbe molto a capire le singole scelte in Parlamento prima che al Governo».

Quali sono i punti critici della legge elettorale appena proposta? C’è margine per correggerli?

«Ce ne sono alcuni molto chiari. Il primo è l’entità del premio: io ritengo che il limite ragionevole sia intorno al 55% dei seggi, anche alla luce della giurisprudenza costituzionale. Andare oltre espone a rischi. Il secondo è il ballottaggio per come è congegnato nella proposta del governo. E poi c’è il problema di come è previsto il voto per gli elettori del Trentino-Alto Adige e per gli Italiani all’estero. Insomma, il testo è migliorabile e il margine di correzione c’è, e anche ampio, se si vuole davvero costruire una legge condivisibile. Che si operi quindi in tal senso, con uno spirito di ascolto e confronto vero, non ipocrita».

Una legge che consenta di avere una maggioranza stabile e decidente è anche nell’interesse dell’opposizione? Se sì, Pd, M5S e Avs come dovrebbero porsi dinanzi alla proposta?

«Certo che conviene. Un sistema che produce sempre stallo non conviene a nessuno, neppure a chi oggi è all’opposizione e domani potrebbe governare. Ma attenzione: la stabilità deve essere compatibile con la rappresentanza e con le garanzie. L’opposizione non dovrebbe limitarsi a dire no; dovrebbe entrare nel merito e proporre correttivi. Io credo che la linea giusta sia questa: accettare il principio della governabilità, ma chiedere un premio contenuto, niente forzature costituzionali e pieno rispetto degli equilibri tra i poteri».

Un nodo sono le preferenze: reintrodurle sarebbe utile per ricucire lo strappo tra elettorato e politica?

«Le preferenze non sono la soluzione perché di regola accentuano le dinamiche competitive interne nel medesimo partito invece che con gli avversari, e non sempre migliorano la selezione degli eletti. Reintrodurle a livello nazionale, a mio avviso, non solo non risolve la crisi di fiducia, ma anzi la complica, non da ultimo perché il problema è più ampio, riguardando la qualità delle classi dirigenti, la trasparenza delle candidature, la leggibilità del sistema da parte dell’elettore. Che la politica abbia il coraggio di presentare un’offerta di candidati agli elettori all’altezza dei problemi di questo tempo. Ne guadagnerebbero tutti, anzitutto la credibilità della politica. Infine…».

Prego.

«Vorrei ribadire che l’obiettivo deve essere una legge elettorale semplice, comprensibile e capace di produrre un esito chiaro. Ma deve farlo senza forzare la Costituzione e senza alterare gli equilibri tra i poteri. E’ possibile? Sì, lo è. Senza grandi scossoni, portando governabilità sì, ma dentro un perimetro di garanzie. È questo il punto di equilibrio che si deve cercare. Dentro un dialogo tra le forze politiche che non può che essere salutare. Insomma, il referendum è finito. Che si lavori in Parlamento ora».

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