Pechino guarda gli Usa di Trump impantanarsi in una costosa guerra in Iran e medita le sue mosse. In un contesto favorevole, a Xi basta lasciare che i rivali d’oltreoceano continuino a farsi male
La copertina dell’Economist non avrebbe potuto rappresentarlo meglio: il volto sornione di Xi Jinping che guarda da sopra la sua spalla un Donald Trump intento a sbraitare. Come titolo, una celebre citazione attribuita a Napoleone: «Mai interrompere un tuo nemico mentre sta commettendo un errore». Il quotidiano britannico ha così espresso un pensiero sempre più diffuso e cioè come la presidenza Trump e – in particolare – la sua guerra contro l’Iran si stiano trasformando in un’occasione unica per la Cina e per le sue ambizioni globali.
Innanzitutto si pone naturalmente una questione di sistema. È ormai impossibile per gli Stati Uniti presentarsi come una potenza custode dell’ordine e della prosperità internazionali. In contrapposizione a una serie di potenze ostili e revanchiste. Un paradosso, tenendo conto del fatto che – fisiologicamente – le nazioni “conservatrici” dell’ordine internazionale uscente tendano invariabilmente a presentarsi come i difensori dei dividendi geopolitici derivanti dalla loro gestione, lasciando ai contestatori “revisionisti” il compito di farsi portavoce dell’insofferenza verso gli squilibri di potere del sistema vigente.
Al contrario, oggi la Cina appare – grazie anche a un’attenta e interessata campagna diplomatica – come l’unica superpotenza dedita a preservare un sistema civile delle relazioni internazionali. A fronte, s’intende, del crescente avventurismo militare statunitense. Trump non ha generato il “piano inclinato” morale su cui gli Stati Uniti stanno ora pericolosamente scivolando (si ricordino, per esempio, le controversie attorno all’invasione dell’Iraq). Ma ne ha pericolosamente aggravato il declivio. Su cui adesso Washington rischia di precipitare portandosi dietro tutto il resto del sistema internazionale.
I costi economici del conflitto
Accanto ai grandi discorsi ideali, ci stanno però anche “i conti della serva”, meno vivaci forse – ma non per questo meno importanti. Secondo la famigerata banca d’investimento Goldman Sachs, i rischi connessi al conflitto in corso impatteranno l’economia americano molto più di quella cinese. Con un tasso di rischio pari quasi al doppio di quello di Pechino.
Politiche lungimiranti di stoccaggio delle riserve energetiche strategiche, campagna volte a ridurre la dipendenza dai partner stranieri (tra cui l’investimento nelle risorse rinnovabili, che ormai ammontano a un terzo circa dell’intera produzione elettrica cinese), alleati affidabili nella consegna di rifornimenti energetici a basso costo (in primis, la Russia). E – soprattutto – un sistema economico in cui lo Stato ha un controllo saldo e consolidato su tutte le leve e su tutti i settori industriali. Grazie al quale può intervenire tempestivamente e senza frizioni per correggere la propria politica economica. Questa è la “ricetta Xi” che oggi promette alla Repubblica Popolare di conservare la propria stabilità economica in una congiuntura turbolenta.
Al punto che nei giorni scorsi Pechino ha con discrezione sondato il terreno presso molti Paesi del Sud-est asiatico e dell’Estremo Oriente. Grazie ai suoi buoni uffici con Teheran, coi Paesi del Golfo e con la Russia, la Cina mira a posizionarsi come un grande facilitatore energetico. Che ora rischiano la rovina sociale ed economica a causa del blocco di Hormuz. In cambio naturalmente di politiche estere e commerciali più compiacenti, s’intende.
Il logoramento militare americano
Ma non si tratta solo di energia. Secondo le stime più conservative, dall’inizio del conflitto gli Stati Uniti hanno “bruciato” in Medio Oriente una quantità di munizioni difficilmente rimpiazzabile. Solo di missili Tomahawk Washington ne avrebbe lanciati più di novecento, su poco più di quattromila disponibili. Un ritmo di consumo che impiegherà non meno di un decennio prima di essere colmato con la produzione ordinaria. Comunque vada a finire la disfida del (e per il) Golfo, insomma, il Pentagono rischia di ritrovarsi con gli arsenali vuoti creando un preoccupante squilibrio di forze che avvantaggerà decisamente Pechino in Estremo Oriente.
Per la Repubblica Popolare contendere il primato nella regione a degli Stati Uniti in forze e compatti sarebbe stato un compito estremamente oneroso, ma se Washington – come appare – dovesse uscire dal conflitto mediorientale debilitata e spaccata al suo interno per Xi Jinping potrebbe aprirsi una finestra d’opportunità molto invitante. Potranno, in altre parole, gli americani occuparsi di Taiwan avendo il fronte ucraino e, adesso, anche quello mediorientale ancora aperti? La risposta rischia seriamente di essere negativa.
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Il terremoto impresso da Donald Trump, dalla guerra in Medio Oriente alle sue minacce – inaudite – di porre fine all’Alleanza atlantica, rischia di aprire la strada alle ambizioni di una Repubblica Popolare che ha grandi ambizioni e la volontà politica per perseguirle, oltre che i mezzi. A Xi Jinping, il primo presidente cinese a far inserire – mentre ancora in vita – il proprio “Pensiero di Xi” tra i principi guida del Partito Comunista accanto a quelli del fondatore Mao Tse-tsung, non sarà sfuggito infatti il massimo insegnamento del fondatore della Repubblica Popolare: Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente. E, grazie a Donald Trump, la situazione per la potenza cinese sembra sorridere sempre di più.



















