Dal Medio Oriente all’Europa, il conflitto iraniano ridisegna gli equilibri globali. Con Washington concentrata su una guerra lontana, la Russia di Putin guadagna nuovi margini di manovra
Le guerre, spesso, avvantaggiano unicamente chi non le combatte. Ed è questo il caso dell’attuale guerra in Medio Oriente, lanciata dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran per tentare d’indebolire uno dei Paesi rivali di queste potenze nella regione. Una guerra che però, nonostante i continui proclami di Washington e Tel Aviv, sta indebolendo più che rafforzando la posizione israelo-americana nel Levante. E sta causando indebolimenti a catena in tutte quelle regioni e teatri del mondo in cui gli Stati Uniti sono più attivi.
Sì, perché perdere una guerra, anche una guerra “secondaria” come quella in Iran, non è mai un’esperienza indolore. Il consumo di munizioni, il dispiegamento di mezzi e militari e lo sforzo economico necessario a sostenerla richiedono riallocazioni di risorse che vengono, anche nel caso del più potente impero militare della storia recente, sottratti ad altri contesti. Creando dei vuoti di potere che, seppur momentanei, indeboliscono quei fronti. E in geopolitica il vuoto resta tale raramente.
Il vantaggio strategico di Mosca in Europa
In Europa, teatro di uno dei più complessi conflitti tra Stati dalla Seconda guerra mondiale, quel vuoto va a tutto vantaggio della Russia. Come correttamente segnalato dal Primo ministro polacco Donald Tusk, infatti, la guerra in Iran e la gestione di Donald Trump del conflitto e delle sue ripercussioni rafforzano enormemente la posizione di Mosca nel continente. Danneggiando tanto l’Ucraina quanto, più in generale, il vasto fronte anti-russo europeo. Secondo Tusk le ragioni di questo stato di cose sono molteplici.
In primis, il conflitto in Iran non ha fatto altro che spaccare la Nato, da cui ora Trump minaccia persino di ritirare gli Stati Uniti. Non volendo seguire l’avventura trumpiana in Medio Oriente, del resto, le potenze europee hanno indispettito il volatile leader americano. Mettendolo in rotta di collisione con i suoi vecchi alleati, di cui tra l’altro non ha mai avuto, almeno apparentemente, particolare stima.
Questa crisi interna al fronte occidentale, evidentemente, rafforza la Russia. Che si vede ora nella favorevole posizione di poter sfruttare queste divisioni, soffiando sul fuoco di un incendio che rischia di fratturare definitivamente un fronte compatto contro il quale il Cremlino non può sperare di vincere frontalmente. Divisi, però, gli occidentali sono ben altro bersaglio. Molto più malleabile, meno capace di proiettare quell’aura d’invincibilità emanata dall’enorme dispositivo militare della Nato.
Energia e nuovi equilibri economici
Un altro fronte sul quale la guerra in Iran avvantaggia la Russia è poi quello dell’energia, settore che vede un aumento dei costi vertiginoso che fa ingrossare le casse del Cremlino. Un mportante esportatore tanto di gas quanto di petrolio. In un contesto globale sempre più assetato di idrocarburi, infatti, anche l’idea scomoda di rifornirsi al rubinetto di Mosca diventa ogni giorno meno amara. E questo non solo in contesti altri rispetto all’Occidente, ma anche in Europa, dove il gas e il petrolio russo cominciano a far gola a molti.
Ma le conseguenze peggiori del disastro strategico mediorientale si ripercuotono, com’era del resto evidente a tutti fin dall’inizio, sull’Ucraina. Senza un costante afflusso di armi e munizioni Kiev non può infatti sperare di continuare a resistere agli attacchi russi con la stessa fermezza. E l’enorme consumo di missili e intercettori a cui si sta assistendo in Medio Oriente significa che, almeno nel prossimo futuro, l’invio di questo tipo di sistemi d’arma a Kiev sarà interrotto.
Altri contesti, e in particolare quello israeliano, richiedono di essere riforniti con maggior celerità. E le capacità industriali e produttive americane sono troppo limitate per permettere a Washington di ricostruire i propri arsenali mentre riarma tanto Israele quanto l’Ucraina. E tra i due è piuttosto evidente chi, nei piani e nelle intenzioni americane, abbia la priorità.
Il fallimento del piano Purl
Ciò significa, in poche parole, che anche il tanto decantato piano Purl — il programma di riarmo e sostegno militare a Kiev promosso dagli Stati Uniti con il contributo europeo — rimarrà lettera morta. Dagli Stati Uniti, con o senza finanziamenti europei, non arriveranno armi a sufficienza nel prossimo futuro e il Vecchio Continente non ha risorse sufficienti per sostenere Kiev in autonomia.
Sull’altro lato della linea del fronte, invece, i russi si arricchiranno con la vendita del petrolio e del gas. Ora agevolata anche dalla sospensione di alcune sanzioni voluta proprio da Trump. Il quale, ormai, appare sempre meno un alleato di Kiev e sempre più un agente del caos. Peccato che questo caos non vada a giovamento di nessuno se non di Mosca, che resta oggi come un tempo un rivale diretto degli Stati Uniti.
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In questo contesto, più che la dimostrazione di forza che speravano a Washington, la guerra in Iran rischia di trasformarsi nel simbolo dei limiti della potenza americana contemporanea. Ancora dominante, ma sempre meno capace di imporre ordine su più fronti simultaneamente. E in geopolitica, come la storia insegna, è proprio in queste crepe che si inseriscono gli avversari.



















