2 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

2 Apr, 2026

Gravina lascia la Figc: «Il governo ha finalmente infuso ottimismo: si è dimesso»

Dopo il fallimento della Nazionale, Gravina si dimette dalla Figc. Ad essere gramsciani, che ormai ce n’è dovunque di sedicenti seguaci, è solo l’ottimismo della volontà che s’accompagna al pessimismo della ragione. Ora si apre la partita per la successione


Il presidente Gravina si è dimesso. Dimissioni in Federcalcio, dunque. Disse una volta un politico serbo: «Il governo ha finalmente infuso un certo ottimismo: ha rassegnato le dimissioni».

Ad essere gramsciani, che ormai ce n’è dovunque di sedicenti seguaci (non dite followers che Gramsci non è un influencer di tipo webete), è solo l’ottimismo della volontà che s’accompagna al pessimismo della ragione. L’assemblea elettiva è fissata per il 22 giugno. Almeno il calcio italiano avrà qualcosa per cui competere nel periodo durante il quale 48 altre nazioni andranno in campo per giocarsi il mondiale 2026, il terzo mondiale consecutivo che non vedrà nemmeno una sfumatura d’azzurro (sprazzi d’italiano in panchina per i patrioti: Ancelotti nel Brasile, Montella nella Turchia e Cannavaro nell’Uzbekistan) dopo che i due precedenti avevano visto una fugace Italia eliminata al primo turno.

Due generazioni delle nostre non hanno ancora vissuto “notti magiche”, e neppure “tragiche”. O queste sì: quella dell’altra sera a Zenica, Bosnia. C’era una volta Middlesborough: ci giocò la Corea del Nord con il falso dentista Pak do-ik, altro che un “falso nueve”.

Le dimissioni tra politica, linguaggio e costume

Dimissioni: la parola è antica ma in realtà è come un neologismo, perché solo in questi ultimi tempi è divenuta d’uso più comune, come il metaverso e l’algocrazia, il ghostare e il dissare, l’amichettismo e i maranza, l’overtourism e l’infodemia. Ce n’è una che è ancora neonata ma è bella: il “fuffa guru”, di facile comprensione e ancor più facile identificazione… Sembra, comunque, finalmente finita la stagione nella quale «in Italia le dimissioni si chiedono, non si danno». Come ebbe a sottolineare Roberto Gervaso. Ed ha trovato luogo, la pratica delle dimissioni, in varie e avariate stanze.

Il vertice in Federcalcio e il sostegno di un anno fa

L’annuncio è venuto al termine d’un “gabinetto di crisi” riunito nella sede federale di Via Allegri (è la toponomastica, non ha riferimenti a Massimiliano, non è come quella scritta su di un viale, «quando c’era Lui», dove una anonima mano vergò sotto all’ufficiale “Via Arnaldo Mussolini” un pasquinante «e via anche suo fratello») presenti tutte le componenti con i loro presidenti non (ancora) dimissionari. Simonelli della Lega di Serie A, Bedin di quella di B, Marani di quella Pro, Abete di quella Dilettanti, Calcagno dell’Associazione Calciatori e Ulivieri di quella Allenatori. Va considerato, en passant, che le sullodate componenti appena un anno fa avevano sostenuto, con il 98 per cento degli aventi diritto, Gravina ri-presidente.

Pressioni politiche e l’ultima figuraccia in campo

È avvenuto sì su richiesta politica: il ministro dello Sport, Abodi, non aveva lasciato dubbi interpretativi sollecitando il «sussulto di dignità personale» e 40 senatori, in formazione trasversale perché su Trump e Putin, su Netanyahu e l’Ayatollah, sui bambini di Gaza e su quelli di Ucraina, sulle accise e sul salario minimo, sulle bisteccherie e sui pranzi al ristorante ci si può pure dividere, ma sul pallone quando mai, avevano chiesto dimissioni e dibattito in aula. Se non ci occupiamo del panem almeno dei circenses…

È avvenuto, soprattutto, preferiamo pensare, tenendo nel dovuto conto l’ultima fresca figuraccia contro quel “vecchiaccio” di Dzeko, cuore giallorosso, ed i suoi compagni: venuta dal campo di patate su cui s’è giocato (non è una scusa: anche loro ci giocavano e, come ha maliziosamente notato Dzeko, «siete voi italiani più abituati agli stadi malandati»), da scelte occasionali scellerate (il fallo di Bastoni, il drone di Pio Esposito, la traversa spaccata da Cristante, la panchina di Palestra, l’uscita di Kean ciclone stanco dopo 70 minuti mentre nonno Edin ne correva per 120, il divano di Zaniolo o Bernardeschi, ma anche i bosniaci ne hanno fatte: guardare il gol dell’1 a 0 per l’Italia), da un ventennio lastricato di buone intenzioni che, come si sa, se restano tali spalancano la porta dell’inferno, e mica c’è sempre Gigio Donnarumma a sbarrarla.

Totonomi e futuro tra politica e suggestioni

Ora, dopo che ha chiarito che quando ha parlato di professionismo e dilettantismo si riferiva alle regole e non allo spirito guida, Gravina lascia. E con lui Buffon, il suo dirigente di riferimento. Seguirà Gattuso, R.S.V.P. E tutti a dire, come d’uso politico, «prima i programmi e poi i nomi» (il campo di calcio è un po’ largo, talvolta…), a ricordare che per i cinesi crisi e opportunità sono la stessa parola, questione d’intendersi in stile antiquato di “convergenze parallele”.

Ma intanto i nomi se non si scaldano di loro sono “buttati” qua e là per sostenerli o per bruciarli, che a pensar male si fa peccato eccetera eccetera… Il totonomi del presidente rinnovatore prevede al momento Malagò (favorito dai bookmakers: le medaglie tintinnano per lui e i successi dirigenziali pure), Abete e Marani. La “gggente” è più intrigata dalla corsa alla panchina del dopo Gattuso, l’uomo con cui prendersela semmai (e del dopo Spalletti, Mancini, Ventura, Conte: parterre de rois, chi è l’intruso?).

Qui già avanzano le candidabilità, non ancora candidature, del ri-Mancini, ri-Conte, Allegri (stavolta è Max), Simone Inzaghi. E c’è una suggestione che viene da fuori: si libererà, per l’ora della scelta, Guardiola. Mo’ ce lo freghi… Però potrebbe esserci l’assist man giusto: convincere a mettersi in gioco Roberto Baggio. E il calcio è il gioco del Divin Codino, come lo chiamavano. E per “Ancelotti campèon” oba oba…

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