Da quando è iniziato l’attacco all’Iran il presidente degli Stati Uniti Trump ha detto tutto e il suo contrario. Con il risultato che l’annuncio, il gesto, valgono più della realtà concreta
A quanto pare, Donald Trump ha trasformato la guerra in una conferenza stampa permanente. O almeno, la narrazione della guerra per lui è altrettanto importante, anzi lo è di più, della guerra stessa. Prima colpisce, poi annuncia che il conflitto è vicino alla conclusione. Poi promette altre due o tre settimane di attacchi «estremamente duri». Fino a evocare l’idea di ricacciare l’Iran «all’età della pietra».
Nel discorso televisivo agli americani, durato diciannove minuti, Trump ha rivendicato di aver messo in ginocchio la marina e l’aeronautica iraniane e di aver gravemente compromesso il programma missilistico e nucleare del Paese. Ha detto che gli Stati Uniti sono “molto vicini” a finire il lavoro, non ha indicato né una vera exit strategy, né un assetto politico credibile per il dopo. È un discorso che mostra la natura più profonda del trumpismo. Che consiste, ormai lo abbiamo imparato, nello scambiare il gesto per il risultato, l’annuncio per la soluzione.
Missione compiuta?
Trump ha ripetuto che la missione sarebbe ormai quasi compiuta, ma nello stesso tempo ha lasciato aperta la porta a un’ulteriore escalation, compresi possibili colpi alle infrastrutture energetiche iraniane se Teheran non dovesse piegarsi ai termini americani. Il linguaggio apocalittico si adegua, come si vede, agli obiettivi mobili e ai confini sempre revocabili tra guerra limitata e guerra allargata. Trump ha aperto il conflitto, ufficialmente, per il nucleare, ha parlato, più o meno apertamente, di cambio di regime, ed è finito nell’impasse dello stretto di Hormuz. Partiamo, allora, dal primo obiettivo proclamato: fermare l’Iran sulla strada dell’atomica.
Il nodo del nucleare e il regime change
La guerra, dunque, non ha sciolto il nodo nucleare: lo ha sepolto più a fondo, rendendolo insieme meno visibile e più pericoloso. Per di più, secondo fonti concordanti, dentro l’ala più dura della Repubblica islamica si fa sempre più insistente la spinta a varcare la soglia nucleare. E a rimettere in discussione perfino la permanenza nel Trattato di non proliferazione. In altre parole, la guerra che doveva bloccare il passo finale verso la bomba ha rafforzato, dentro il regime, la tentazione di compierlo davvero. Nemmeno il secondo obiettivo, quello del regime change, ha preso forma. Trump può raccontare agli americani che il regime è già cambiato perché alcuni vertici sono stati eliminati.
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Ma la realtà resta più ostinata della sua retorica. L’apparato dei Pasdaran continua a essere il baricentro del potere iraniano; la continuità ideologica non si è spezzata; al massimo si è prodotta una sostituzione di uomini dentro la stessa architettura repressiva. Cambiare personale non equivale a cambiare regime. Anzi, in sistemi di questo tipo l’eliminazione dei vertici tende spesso a radicalizzare il nucleo sopravvissuto. Anche su questo il discorso di Trump è stato rivelatore: ha negato di volere formalmente il cambio di regime, ma ha continuato a parlare come se il collasso dell’ordine iraniano fosse già scritto nella logica dell’intervento.
La sfida di Hormuz
Ma il vero lascito tangibile della guerra, per ora, è Hormuz. Mentre Washington proclama il successo e prepara l’uscita, il mondo si ritrova con uno dei corridoi energetici più importanti del pianeta quasi paralizzato e trasformato in leva di ricatto. Nel discorso agli americani Trump non ha nemmeno chiarito se la fine delle operazioni militari dipenda davvero dalla riapertura dello stretto. Ha ripetuto, piuttosto, che dovrebbero pensarci i Paesi che dipendono dal petrolio del Golfo, non gli Stati Uniti. È un messaggio brutale nella sua chiarezza: incendiare l’ordine strategico e poi scaricare su altri l’onere di ricomporlo. Nel frattempo, mentre l’amministrazione americana continua a oscillare tra minacce e distacco, il Regno Unito ha riunito più di trenta Paesi per studiare come riaprire il passaggio.
Se il caos diventa strategia
Israele, da parte sua, ha ragioni profonde, storiche, perfino esistenziali per considerare l’Iran una minaccia intollerabile. Però proprio per questo dovrebbe guardare con lucidità al prezzo di una guerra condotta sotto la regia di una presidenza americana che concepisce il potere come improvvisazione muscolare e narrazione permanente. Una democrazia si difende anche scegliendo con rigore il rapporto tra mezzi e fini. Qui resta invece un paesaggio di instabilità: uranio sotterraneo e meno controllabile, falchi rafforzati, stretto militarizzato, alleati esposti, opinioni pubbliche chiamate a pagare l’inflazione strategica del decisionismo. Alla fine, la vera firma di Trump potrebbe essere proprio questa: non vincere una guerra, lasciare al mondo un problema più grande di quello che diceva di voler risolvere. È il suo talento politico più cupo. Fare del caos una strategia di governo, per poi venderlo come prova di leadership.



















