30 Marzo 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

29 Mar, 2026

Udito: la musa dell’ascolto madre del pensiero

Fin dai primi mesi di vita, la nostra esperienza comunicativa inizia con la percezione di rumori, suoni e voci


Se il senso del tatto e dell’olfatto, così come quello del gusto, ci permettono di conoscere il contesto che ci circonda, mentre quello della vista ci integra con l’ambiente, è l’ascolto che dà all’individuo la facoltà di sviluppare il pensiero umano.

Fin dai primi mesi di vita, la nostra esperienza comunicativa inizia con la percezione di rumori, suoni e voci. Crescendo, però, grazie alle nostre capacità intellettive oltre alla semplice capacità di udire, sviluppiamo anche quella di ascoltare. 

“La mente non è un vaso da riempire, ma come legna da ardere ha solo bisogno di una scintilla che l’accenda”, e questa scintilla per Plutarco è  proprio l’ascolto. Nello scritto L’arte di ascoltare, quale parte  dell’opera  filosofica dei Moralia, Plutarco si rivolge ai giovani con l’intento di farli riflettere sulla consapevolezza che la conoscenza del mondo e di sé stessi passa dalla necessità di adottare i modi giusti per mettere gli altri in condizione di esprimersi, perché “come negli occhi di chi ci sta davanti possiamo vedere riflessi i nostri, così dev’essere con le parole: i discorsi degli altri siano i nostri stessi discorsi. Se teniamo presente questo eviteremo di giudicarli e, quando sarà arrivato il nostro turno, staremo più attenti nel parlare”. Mentre, per il filosofo greco, arroganza, presunzione, protagonismo e invidia sono i difetti da cui bisogna guardarsi quando si ha a che fare con l’ascolto.

Nel mondo greco

Nella mitologia classica è alla parola e al suono delle Muse che ci si doveva rivolgere per cantare le gesta degli dei e la loro gloria, per conoscere l’origine di tutte le cose e il destino mortale degli uomini. “Cantami o Musa del pelide Achille”, è così che ha inizio l’Iliade di Omero, invocando la Musa perché lo assista nel suo lavoro di narrare la madre di tutte le guerre, quella tra Greci e Troiani. L’aedo era colui che cantava e suonava, i cui versi se ben ascoltati e compresi invadevano la mente, per portare conoscenza e verità come dono divino.

Il suono del canto e della musica erano infatti annunciatori del vero, veicolo di conoscenza, e connessi al linguaggio elevavano l’uomo verso il sapere. È quanto accade ad Ulisse. Il suo vero racconto comincia sull’isola dei Feaci mentre l’aedo Demodoco, racconta le vicende di Troia. Ulisse nell’ascoltare quelle parole rivive la sua storia, le proprie sofferenze, e nell’inevitabile spiegazione delle sue lacrime, svela la sua identità. È nell’udire quel racconto che Ulisse ritrova e prende coscienza di sé stesso.

Il significato del canto

Ma, il canto può essere talvolta anche portatore di pura follia e di accecante trasgressione, come il canto delle Baccanti di Euripide: una follia iniziatica che racconta persino la pazzia di una madre che fa a pezzi il proprio figlio. Anche Ulisse, quando incontra le sirene, sa che alcuni suoni e vibrazioni possono essere portatori di follia. Le  Sirene  appartengono da sempre al regno della seduzione e del mistero. Non rassicurano: chiamano, attraggono, disorientano. Sono figure di confine, sospese tra desiderio e pericolo, tra incanto e perdita della rotta, capaci di attirare i naviganti fino alla rovina.

Anche se non è dato sapere cosa Ulisse abbia ascoltato, legato con grosse corde all’albero maestro della nave mentre sentiva la soave voce delle sirene, si può riflettere su ciò che disse Omero “noi tutto sappiamo” riferendosi all’episodio, facendoci intuire che malgrado tali mostri mitologici siano portatori di significati molteplici, che scivolano continuamente dal bene al male, il loro canto è una metafora della rappresentazione della storia dell’uomo alla ricerca della conoscenza del mondo, degli altri e di sé stesso. Come scrive anche Giovanni Pascoli nella poesia L’ultimo viaggio di Ulisse, descrivendo le sirene come scogli silenziosi, che lasciano alla mente umana il compito di sciogliere i dubbi che attanagliano l’individuo e a trovare in sé la forza per proseguire il viaggio.

LEGGI ANCHE La vista, strumento di conoscenza e veicolo di tentazione

La musica e le canzoni

In questo percorso di nascita e di riscoperta di sé stessi, l’ascolto può essere anche un prezioso strumento per il ricordo e la ricostruzione di avvenimenti, usanze, sentimenti diffusi in particolari periodi del passato. Questo è quanto di solito accade quando si porge l’orecchio al suono della musica che oltre che fonte universale di intime sensazioni per chi l’ascolta, in solitudine o in compagnia, permette spesso di recuperare il ricordo di un momento di vita.

Perché se tutta la realtà è vivente, è la musica l’essenza segreta e intima del reale. Qui, si tratta di uno ascolto che ha la capacità di coinvolgere l’interiorità soggettiva dell’individuo, risvegliando associazioni emotive attraverso l’atto spontaneo dell’immaginazione. È accaduto anche a Marcel Proust che, in un passaggio poco famoso dei suoi scritti, fa riferimento alla memoria in termini di  musica: “Le canzoni, anche quelle brutte, servono a  conservare la memoria del passato, più della musica colta, per quanto sia bella”, rendendo vivo e imperituro il ricordo delle nostre esperienze passate.

Il Settecento

È anche vero che le canzoni sono spesso state utilizzate per raccontare avvenimenti, diffondere ideologie e pensieri politici, idee di rivolta, di ribellione. Quando alla fine del XVIII secolo, inizia la deportazione degli schiavi, dalle colonie africane al territorio americano, affinché svolgessero lavori pesanti, spesso in condizioni disumane, degradanti, l’incontro tra la musica e il sentimento di oppressione, di angoscia e di dolore dà origine ad un nuovo genere musicale, il blues. Un grido di dolore, lamenti che denunciavano la fatica e la mortificazione determinate dalle condizioni di vita e di lavoro nei campi, utilizzato dagli afroamericani per esprimere e raccontare la condizione di svantaggio in cui continuavano a trovarsi, essendo vittime di discriminazione e dovendo lottare per l’affermazione dei propri diritti. Un grido che trascendere il piano della protesta sociale, arrivando a esercitare un’influenza concreta sulle situazioni collegate ai diritti civili, alle ingiustizie penali, alla corruzione giudiziali.

Dylan e la storia

È così anche per Bob Dylan che ha spesso composto brani ispirati a fatti di cronaca, vicende giudiziarie ed episodi di grande rilevanza politica, esprimendo attraverso la musica, il suo vivo disappunto per le ingiustizie e le discriminazioni, criticando aspramente la società americana e la sua impostazione culturale. Musiche, brani che sono entrati a far parte del nostro patrimonio culturale, aiutandoci a ricordare, a conoscere meglio la nostra stessa storia, mantenendo vivi i sentimenti che hanno determinato la volontà di agire.

Parole, slogan, ritornelli che ben oliati al ritmo della musica ecco che sono in grado di dare contenuto e significato all’ascolto. Ma questo stesso compito ben può essere svolto anche dal silenzio.

L’ascolto di Calvino

Uno dei racconti più suggestivi del multiforme ingegno di Italo Calvino è Un re in ascolto. Il protagonista, è un re che siede giorno e notte sul suo trono per intercettare i suoni del suo mondo, gli indizi di fedeltà o di congiure, assediato dalla logica del controllo acustico del regno per mantenere il suo potere.  Spinto dal timore che qualcuno possa usurpare il suo trono, tende le orecchie cercando di farsi un’idea del palazzo in cui vive e dove paradossalmente è sovrano e prigioniero.

Fino a quando una voce “parlante”, che proviene “da una persona unica, irripetibile come ogni persona” fa aprire il Re al rapporto con l’altro. Come il daimon socratico, qui è la voce della coscienza che rompe il muro del silenzio e tira fuori il Re dalle ossessioni che la gabbia della sua mente aveva creato e da cui scaturiva una spirale di dipendenza, consentendogli di aspirare a provare il piacere di vivere nella sua autenticità e unicità. 

È così che il silenzio diventa il principale modo per resettare la mente, per ripulirla dalle zavorre accumulate, per poter ricominciare a pensare, divenendo una virtù intimamente legata alla virtù dell’ascolto. A ricordarcelo è ancora una volta Plutarco, definendo il silenzio “una norma di contegno infallibile” se saputo ben dosare. Tanto il successo quanto il fallimento di un discorso possono tornare utili, l’importante è mantenere vigile l’attenzione, nella consapevolezza che il nostro parlare implica delle conseguenze.

Palomar

Ne è convinto anche il Signor Palomar, personaggio di calviniana origine, che in un Paese dove tutti scalpitano a proclamare opinioni e giudizi, preferisce invece mordersi la lingua prima di fare qualsiasi affermazione, e se al terzo morso di lingua è ancora convinto della cosa che stava per dire, la dice, altrimenti rimane in silenzio. Perché il silenzio, come dice Calvino, è un discorso il cui senso “sta nelle interruzioni, cioè in ciò che di tanto in tanto si dice e che dà un senso a ciò che si tace”: l’importante non è tanto dire la cosa giusta, quanto dirla con convinzione partendo da premesse e tenendo conto delle conseguenze.

La rimozione del silenzio

Affermazioni, quelle calviniane, che mai come oggi risuonano attuali. Trovare quella voce autentica è difficile, perché mortificata e messa a tacere dall’uomo contemporaneo che non conosce il silenzio, ma solo il rumore degli affari che vanno a gonfie vele e si traducono in produzione e denaro: il rumore dei macchinari delle industrie, delle auto che sfrecciano, delle saracinesche dei negozi si alzano e si abbassano borbottando senza tregua.

Goethe diceva che “se parlare è un bisogno, ascoltare è un’arte”. Più che un dono, l’ascolto è forse un’attitudine da imparare e coltivare, per instaurare relazioni di fiducia e allo stesso tempo per migliorare noi stessi. Ad esserne profondamente convinto era Socrate, ponendo l’ascolto a fondamento del dialogo, unica vera arma per la costruzione di una società democratica. Per prenderci cura dell’altro dobbiamo attivare l’ascolto, perché il mondo interiore dell’altro possa venire alla luce, così da poter cogliere al di sotto del giardino delle parole il mondo di chi le coltiva. È così che l’azione di ascoltare diventa un atto relazionale, che coinvolge identità e memoria, riflettendo la complessità dell’umanità.

Una voce delle notizie: da oggi sempre con te!

Accedi a contenuti esclusivi

Potrebbe interessarti

Le rubriche

Mimì

Sport

Primo piano

Nessun risultato

La pagina richiesta non è stata trovata. Affina la tua ricerca, o utilizza la barra di navigazione qui sopra per trovare il post.

EDICOLA