28 Marzo 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

28 Mar, 2026

Pasolini, la generazione Gaza e i finti innocenti

Pasolini aveva già messo in guardia rispetto all’ipocrisia di chi vede nei giovani degli eterni innocenti


Nella famosa, controversa, citatissima e in verità brutta poesia, «Il PCI ai giovani!!», scritta un mese dopo gli scontri a Valle Giulia tra studenti e poliziotti del primo marzo 1968, Pier Paolo Pasolini si rivolse ai ragazzi del movimento in questi termini: «Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi / quelli delle televisioni) / vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio / delle Università) il culo. Io no». Scriveva così, senza alcuna perifrasi. Il bersaglio, in realtà, non erano tanto gli studenti – contrapposti come figli di papà ai poliziotti che «sono figli di poveri» – ma il «giovanismo» come concetto.

Il Sessantotto e la Generazione Gaza

Era, cioè, quell’idea insieme sentimentale e autoritaria secondo cui la giovinezza possiederebbe per natura una superiorità etica, una sorta di verginità civile, una chiaroveggenza automatica che la collocherebbe dalla parte giusta della storia senza bisogno di studio, di esperienza, di mediazione, di dubbio. È una delle superstizioni più tenaci della modernità democratica. E come tutte le superstizioni, si presenta in forme sempre nuove conservando intatto il nucleo. Sessant’anni dopo, la liturgia è cambiata di poco.

Oggi la funzione simbolica che allora spettava agli studenti del Sessantotto viene attribuita alla cosiddetta Generazione Gaza: ragazzi trasformati da una parte del ceto politico, mediatico e intellettuale in una riserva etica della nazione, investiti del compito di incarnare la coscienza morale del Paese, consacrati, all’indomani della vittoria del No al referendum sulla giustizia, come «nipotini della Costituzione». Il meccanismo è identico: si applaude prima ancora di capire, si attribuisce ai ragazzi una profondità che quasi mai viene loro chiesta di conquistare.

Il conformismo dei giovani

Ma al di là di questa paternalistica devozione pedagogica con cui il nostro tempo parla dei ragazzi, bisognerebbe pur trovare il coraggio di dire che i giovani, proprio in quanto tali, sono quasi sempre i più esposti al conformismo. Rispetto alla riforma costituzionale sulla quale si chiedeva di votare, ad esempio, che tipo di familiarità hanno con il diritto, che esperienza delle istituzioni, coscienza dei limiti del potere, memoria delle torsioni storiche attraverso cui le parole nobili vengono piegate a usi tutt’altro che nobili?

Che cosa sanno della Costituzione reale rispetto alla sua versione catechistica o della Resistenza storica rispetto alla sua riduzione a santino disponibile per ogni corteo? Che competenze hanno di geopolitica rispetto al melodramma morale che i loro educatori sentimentali offrono già confezionato? Che conoscenza ha davvero questa generazione delle garanzie, della separazione dei poteri, della differenza tra giustizia e moralismo, tra indignazione e responsabilità? O delle procedure, dei vincoli, delle mediazioni, del fatto che la democrazia liberale vive di limiti prima ancora che di slanci?

Sarebbe interessante capirlo, verificarlo. Io, per parte mia, ho provato a indagare, a comprendere, e i risultati sono stati piuttosto sconfortanti. I ragazzi sanno molto poco, inevitabilmente. Certo, non hanno vissuto Mani Pulite e la stagione dell’orrendo giustizialismo mediatico, e non è colpa loro, semmai hanno notizia di Stefano Cucchi e degli abusi del potere statale. Eppure, anche qui, tornando ancora al Pasolini della poesia sul ‘68: «Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia. / Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!». Difficile essere più eloquenti (e più attuali) di così! Le generazioni cambiano, ma resta immutato il loro bisogno di strumenti, di storia, di complessità.

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I maestri che mancano

E soprattutto il loro bisogno di buoni maestri: quelli che insegnano come pensare, non cosa pensare. Spesso, invece, si insegna loro a sentirsi dalla parte giusta – con tutto il contorno di slogan, analogie azzardate, mobilitazioni emotive, parole assolute – ma assai meno a capire dove si trovano. Perché ciò che appare come rottura spesso è soltanto continuità travestita. La rivolta, una volta entrata nel circuito mediatico e dei social, diventa facilmente merce. E la merce preferita del nostro tempo è proprio l’innocenza esibita. Per questo il «giovanismo» è una truffa che si finge omaggio. Dice ai ragazzi: siete il futuro. E intanto li esonera dalla fatica del pensiero.

E il dettaglio più grottesco è che questo culto piace agli adulti perché li assolve. Basta accodarsi ai giovani, attribuire loro un’istintiva sapienza civile, ripetere che «ci stanno dando una lezione», e il proprio dogmatismo assume all’improvviso l’aria nobile dell’ascolto democratico. In questa faccenda, infatti, c’è sempre una complicità silenziosa: ogni generazione proclamata innocente serve quasi sempre a coprire la cattiva coscienza di qualcuno. E invece, come scrisse Benedetto Croce, «l’unico diritto dei giovani, e dovere assieme, è, semplicemente, di cessare di essere giovani, di passare da adolescenti ad adulti».

L’ipocrisia del “giovanismo”

La giovinezza non è un valore in sé. Trattarla come un santuario permanente significa condannarla a una forma di minorità adornata di retorica. Il problema, naturalmente, non è che la Generazione Gaza protesti, si indigni, prenda posizione o voti compatta a un referendum sulla giustizia, concependo quel voto come un atto di Resistenza. Il problema è la trasformazione della giovinezza in una categoria redentrice, che dispensa dal merito delle questioni e sostituisce il pensiero con l’identificazione.

A forza di celebrare i giovani come coscienza morale, li si sottrae all’unica vera educazione possibile: quella che li costringe a dubitare di sé stessi. Pasolini resta urticante ancora oggi per questo. Perché toglieva agli studenti il privilegio dell’innocenza. E quello, a ben vedere, era l’unico gesto davvero pedagogico. Tutto il resto era già allora, come ora, adulazione interessata, incenso ideologico. Ai giovani tutto questo non serve. Serve un esame di realtà, il diritto di sbagliare, la fatica di capire, il dovere di crescere. Il resto è «giovanismo». E il giovanismo resta una delle forme più ipocrite con cui gli adulti continuano a ingannare i giovani e a ingannare sé stessi.

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