Gian Domenico Caiazza, presidente del comitato “Sì Separa” e in passato numero uno dell’Unione delle Camere Penali, commenta l’esito del referendum sulla riforma della giustizia, senza lesinare critiche alla strategia comunicativa adottata dal governo Meloni
«In democrazia il risultato di un voto popolare si accetta e si rispetta, specie con questo livello di partecipazione. Naturalmente questo risultato ha molto poco a che fare con il contenuto della riforma. Il voto referendario è diventata l’occasione per esprimersi sui temi di opposizione più vari: da Trump alla guerra, al movimento femminista. Le valutazioni politiche non sta a me farle». Avvocato penalista con una lunga storia nel campo del diritto e delle battaglie garantiste, presidente dell’Unione delle Camere Penali Italiane dal 2018 al 2023, Giandomenico Caiazza, esce ovviamente avvilito dal risultato del voto referendario.
Ma nella veste di presidente del comitato “Sì Separa”, promosso dalla Fondazione Luigi Einaudi, non ha nulla da rimproverarsi: «Abbiamo fatto ogni sforzo per informare correttamente i cittadini sul contenuto della riforma. Mai c’è stato da parte nostra un deragliamento da questo perimetro, nonostante la formidabile opera di mistificazione operata in questi mesi dal fronte del No. Evidentemente non ci siamo riusciti». Tuttavia, precisa, «i precedenti referendum costituzionali si erano conclusi con 20-30 punti di differenza tra il sì e il no. Oggi il risultato è chiaro, ma quasi la metà del Paese questa riforma l’avrebbe voluta: bisogna farne tesoro per il futuro».
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Qual è la sua considerazione più amara sullo svolgimento della campagna?
«Purtroppo abbiamo assistito a un fatto inedito: la magistratura italiana, una istituzione che dovrebbe fare della terzietà e dell’imparzialità la sua cifra di comportamento, si è fatta partito e ha condotto in prima fila una battaglia politica con una parte del Paese. Temo che l’Italia pagherà questa scelta dell’Anm. E il conto sarà abbastanza salato».
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Che intende dire? Che cosa teme precisamente?
«In quale altro Paese del mondo giudici e pubblici misteri si mettono a capo di uno scontro politico di queste dimensioni? Ciò non era avvenuto nemmeno nel referendum Tortora sulla responsabilità civile dei magistrati: lì l’Anm non fu protagonista politica con ruolo di leadership come oggi. È un fatto che agli occhi della metà del Paese rappresenterà un problema. Tutti noi, sia la politica che i cittadini che hanno a cuore la Costituzione e le istituzioni del paese, dovremo impegnarci perché la magistratura recuperi la sua condizione di terzietà».
L’estrema polarizzazione ha giovato alla mobilitazione?
«Mi pare proprio di sì. Abbiamo assistito a manifestazioni che hanno messo insieme il no alla riforma e il no alla guerra. Abbiamo sentito esponenti politici favorevoli alla separazione delle carriere che si sono espressi per il no solo per andare contro il governo. Né credo che milioni di persone che in passato non votavano si siano mobilitate contro il sorteggio del Csm. È stata una mobilitazione politica che ha colto il pretesto del quesito referendario».
Come si spiega il voto compatto del Sud contro la riforma?
«Non credo di avere titolo per fare analisi politologiche sulla geografia del voto, tuttavia mi chiedo se la classe dirigente meridionale sia totalmente scollata dal consenso dei cittadini o se abbia scelto espressamente di non sostenere la riforma: il voto siciliano è clamoroso in tal senso. Ma dovete chiederlo a loro».
Fare la riforma senza l’opposizione è stato un errore del governo?
«Ero presidente dell’Unione delle Camere Penali quando si è avviato il percorso parlamentare della riforma. Abbiamo fatto ogni sforzo con il ministro perché iniziasse un dialogo in Parlamento ma è stato inutile. C’era tutto il tempo. Aspettare due anni e mezzo dopo l’inizio della legislatura per fare una riforma con tempi ristretti è stato un errore. È anche vero però che l’opposizione, inclusa l’ANM, ha rifiutato immediatamente l’idea stessa della riforma: era un “no” esplicito alla separazione delle carriere, non al “come” questa si potesse realizzare. Nella fase delle audizioni nelle commissioni parlamentari c’è stata una totale chiusura. Mai un’apertura nel merito, solo un “no” secco. Sarebbe un’ipocrisia negarlo».
Certo che i toni di Nordio e Bartolozzi non hanno aiutato…
«Il primo deragliamento nel dibattito c’è stato quando il fronte del No, con l’avallo dell’Anm, ha veicolato contenuti che nella riforma non c’erano: abbiamo votato sulla sottoposizione del pm all’esecutivo, cosa che nella riforma non solo non c’è, ma è proprio impedita. Detto questo, alcune uscite dovute a un pessimo governo della comunicazione politica hanno pesato. Nordio ha detto che quello del Csm era un “metodo mafioso”, avrebbe dovuto specificare che era la citazione di parole testuali del giudice Nino di Matteo quando si candidò al Csm. Il capo di gabinetto del ministro della giustizia ha partecipato a delle trasmissioni usando frasi scomposte. Ma noi non dovremmo nemmeno sapere come si chiama il capo di gabinetto: che se poi parla, impegna anche il ministro. Errori comunicativi che in uno scontro così duro diventano assist formidabili».
Quale sarà l’atteggiamento della magistratura adesso? Teme qualche inchiesta contro esponenti del governo?
«Mi auguro proprio di no. Se accadessero fatti giudiziari quali conseguenze di un voto politico sarebbero di enorme gravità: non vorrei essere deluso anche in questo. Però rischia di accadere ciò che il presidente dell’Anm Parodi ha detto solo pochi giorni fa: “L’agenda della giustizia la facciamo noi”. Sarebbe un’anomalia eclatante: un ordine burocratico totalmente irresponsabile e privo di controlli popolari che agenda dovrebbe fare? Da quando in qua al potere giudiziario spetta di dettare l’agenda al governo, sia esso di destra o di sinistra? È un tema di cui purtroppo dovremo discutere».
Ci sarà un’altra occasione per la riforma in futuro?
«Il fronte politico che ha sostenuto il “no” non intende modificare in nulla l’assetto del sistema giudiziario né il ruolo della magistratura».
Lei adesso che farà?
«Sono animato da passione politica da quando ero studente liceale. Ho trascorso la quasi totalità della mia esperienza civile con i radicali di Marco Pannella: quindi sono abituato a essere minoranza. Da radicale e liberale sono dispiaciuto ma sono abituato a cercare di rendere maggioritarie le posizioni minoritarie. Come diceva anche Luigi Einaudi, è il destino di chi sostiene idee difficili da veicolare e comunicare. Se ci saranno altre occasioni sarò in prima fila».






















