L’Opas sul gruppo telefonico vale 10,8 miliardi. Nascerà un gigante da 26,9 miliardi di ricavi e oltre 150.000 dipendenti
C’era una volta Tim. Presto, non ci sarà più. Almeno non come la conosciamo. Poste Italiane ha lanciato un’Offerta pubblica di scambio sul gruppo telefonico, chiudendo così una storia ventennale che somiglia più a un feuilleton di terza serata che a una vicenda industriale: lunga, tortuosa, affollata di personaggi improbabili, colpi di scena e debiti. Tanti debiti. Circa sette miliardi, per la precisione. Tim torna in mani pubbliche già ridimensionata: senza rete, senza grandi ambizioni internazionali, con il Brasile come unica partecipazione estera e un organico che ha conosciuto giorni migliori. Insomma, non esattamente il ritorno del figliol prodigo.
La regia
Il regista dell’operazione è il Ministero dell’Economia, che — direttamente e attraverso Cdp — controlla due terzi di Poste che a sua volta già detiene il 27% di Tim. L’amministratore delegato di Poste, Matteo Del Fante, ha illustrato la manovra in conference call scandendo i tempi: documenti a metà aprile, assemblea sull’aumento di capitale a giugno, adesioni «non prima di luglio 2026», piano industriale combinato «entro il quarto trimestre del 2026».
Tutto scritto, tutto previsto, tutto — come si dice in questi casi — «in linea con le attese». Sul fronte regolatorio, poi, nessun brivido: «non ci sono rischi», assicura Del Fante. Anche perché, ha tenuto a precisare, l’operazione è avvenuta «tenendo stretti contatti con il governo». Una frase dal significato preciso: abbiamo suonato il campanello prima di entrare.
L’Offerta di acquisto e scambio
L’Opas vale 10,8 miliardi. Per ogni azione Tim: 0,167 euro in contanti e 0,0218 azioni Poste, per una valorizzazione complessiva di 0,635 euro, con un premio del 9,01% rispetto alle quotazioni di venerdì. L’obiettivo minimo è il 66,67% del capitale; quello finale è il controllo pieno e l’uscita di Tim da Piazza Affari. Titoli di coda, luci spente, arrivederci Borsa.
La Borsa ha reagito con eleganza binaria: Poste giù del 5,9%, Tim su del 6%, a 0,61 euro. Appena sotto il prezzo dell’offerta. Una simmetria quasi didattica.
Del Fante non ha lasciato spazio all’ambiguità: «Da cinque anni Poste Italiane guarda Telecom Italia, i governi nel frattempo sono cambiati». Traduzione: l’idea è nostra. I governi passano, la visione strategica resta. La visione non manca. L’operazione è «il culmine di un percorso iniziato anni fa», un passaggio «fondamentale nella creazione di un fornitore di servizi di infrastrutture critiche», nonché una «chiara visione strategica». Tre definizioni ambiziose in poche righe.
Le prospettive dell’operazione
Un elogio, doveroso, va anche a Pietro Labriola, amministratore delegato di Tim che ha portato a termine la separazione della rete con quella che Del Fante definisce «eccellente esecuzione» e ha risanato il debito nel 2024. Merito riconosciuto, anche se a Labriola spetta ora guardare la fusione dal lato sbagliato del binocolo. Se tutto filerà liscio — e il calendario suggerisce che filerà — nascerà un gigante da 26,9 miliardi di ricavi, oltre 150.000 dipendenti, capitalizzazione sopra i 30 miliardi.
Una creatura ibrida e onnicomprensiva: poste, telecomunicazioni, finanza, cloud, intelligenza artificiale. Praticamente tutto tranne la pizza. Le sinergie attese ammontano a circa 700 milioni l’anno: 500 da tagli ai costi, oltre 200 da ricavi aggiuntivi. Utili per azione in crescita dal 2027. La promessa è quella classica, senza variazioni sul tema: efficienza oggi, dividendi domani. E il personale in eccesso? Nessuna «macelleria sociale», rassicurano.
La reazione dei sindacati
I lavoratori saranno «riallocati in altre aree del gruppo». Formula elegante per dire che nessuno viene licenziato, ma qualcuno dovrà probabilmente imparare a fare altro. I sindacati hanno espresso un giudizio «sostanzialmente positivo». Che nel lessico sindacale equivale più o meno a un caloroso applauso.
Dopo il riassetto, tra Cdp e Mef la quota pubblica resterà sopra il 50%. Gli azionisti Tim si ritroveranno con circa il 22% di Poste, le quote pubbliche si diluiranno senza però perdere il controllo. Lo Stato, insomma, resta saldamente al timone. Il che è, a seconda dei punti di vista, una rassicurazione o un avvertimento.
L’obiettivo dichiarato è la creazione di una piattaforma nazionale delle infrastrutture critiche: cloud, dati, rete, servizi. Ridisegnare il mercato, niente di meno. Riuscirà? Lo dirà il tempo, i trimestri e probabilmente qualche audizione parlamentare. Per ora c’è una sola certezza: quando Poste Italiane decide di consegnare, la spedizione è sempre tracciata. Anche quando il pacco pesa 10,8 miliardi.


















