Dalla minaccia di un attacco alla sospensione improvvisa: i ripensamenti di Trump rendono evidente la debolezza Usa in Medio Oriente, mentre l’Iran risponde compatta e rilancia il confronto sul controllo di Hormuz
Dalla Nato al Taco? È il dubbio che molti osservatori si sono posti ieri, dopo l’annuncio del presidente americano Donald Trump di aver sospeso – a poche ore dalla scadenza – l’attacco promesso contro le centrali elettriche iraniane. A seguito di non meglio specificati colloqui di pace intavolati con Teheran. Che a molti ha richiamato il “Taco”, appunto, lo slogan “Trump Always Chicken Out”, Trump si tira sempre indietro. Coniato dai detrattori del tycoon per descrivere come tra il dire e il fare del presidente americano ci sia di mezzo il mare (in questo caso, uno stretto).
Non è certo la prima volta che seguire le repentine e talvolta cacofoniche piroette politiche del tycoon si riveli una pratica complicata. Ma, a guardare bene, il trend delle ultime settimane finisce per offrire un quadro di tendenza piuttosto chiaro. E cioè quello di un tentativo trumpiano di uscire dal pantano mediorientale in cui la sua avventatezza l’aveva cacciato.
Il piano israeliano e il fallimento della strategia iniziale
Secondo quanto rivelato proprio ieri dal New York Times, il presidente americano avrebbe preso la decisione di lanciare l’attacco che il 28 febbraio scorso ha eliminato la Guida Suprema iraniana Alì Khamenei, sulla base di un piano sottopostogli dal premier israeliano Benjamin Netanyahu. Il quale si basava sul presupposto di una rapida rivoluzione interna non appena i bombardamenti fossero partiti coadiuvata da una serie di insurrezioni etniche orchestrate con il supporto americano.
Quando gli iraniani feriti si sono invece stretti a catenaccio attorno al proprio governo e le varie minoranze, curdi in testa, hanno rifiutato di partecipare allo schema israeliano, Trump si è ritrovato senza una via d’uscita. Ed è stato preso in contropiede quando Teheran ha per rappresaglia chiuso Hormuz e iniziato una serie di attacchi contro i Paesi arabi del Golfo.
Nei giorni scorsi il tycoon ha dunque cercato invano di tranquillizzare i mercati annunciando ripetutamente di essere prossimo alla conclusione vittoriosa della guerra. Ma allo stesso tempo invocando l’aiuto immediato della Nato, oscillando tra le fughe in avanti verso l’escalation e contraddittorie aperture verso il regime iraniano. Per esempio, solo pochi giorni fa Washington ha ammorbidito le sanzioni contro le esportazioni di greggio iraniano. Una mossa assurda dal momento che la vendita di petrolio rappresenta sostanzialmente l’unica fonte di finanziamento di Teheran.
Poche ore più tardi però era arrivato l’ultimatum: se l’Iran non avesse riaperto lo stretto di Hormuz entro lunedì gli Stati Uniti avrebbero distrutto le centrali elettriche iraniane. Lasciando al buio decine di milioni di civili e infrastrutture civili essenziali come gli ospedali.
La risposta iraniana e il bluff americano
La risposta iraniana è stata dura e immediata: qualunque attacco contro la rete energetica iraniana sarebbe stato ripagato con la stessa moneta. Dunque con attacchi contro le centrali e le raffinerie dei Paesi limitrofi, oltre che con la posa di mine e attacchi diretti contro i desalinizzatori. L’unica fonte di acqua potabile per molti Paesi arabi rivieraschi. E’ difficile adesso non pensare che, così facendo, gli iraniani abbiano in buona sostanza chiamato il bluff del presidente americano.
Mostrandosi deciso e compatto, l’Iran ha ancora una volta smentito il falso assunto sulla base del quale l’intera aggressione americana è partita. E cioè che una nazione ormai allo stremo fosse pronta a capitolare alle richieste americane. Il fatto poi che le parole del tycoon abbiano coinciso con la riapertura delle borse aggrava il sospetto che Trump in realtà miri soltanto a manipolare i mercati.
Ancor più delle dichiarazioni delle autorità iraniane, che hanno prontamente smentito le affermazioni del capo della Casa Bianca, sono state le parole che Trump ha usato poco dopo l’annuncio per descrivere le presunte trattative con Teheran ha disegnare un quadro non esaltate della posizione statunitense. Il tycoon infatti ha affermato infatti di puntare a una soluzione negoziale che includa la gestione congiunta di Hormuz tra Iran e Stati Uniti. Attraverso un format ancora da individuare (un “Board of Hormuz” forse?).
Ma, al netto delle forme, il fatto che Washington parta dal presupposto di lasciare il controllo dello stretto agli iraniani significa una pesante sconfitta strategica. E la conseguente presa d’atto che i Pasdaran siano i veri detentori del potere nella regione mediorientale.
Una trattativa fragile e carica di incognite
Il fatto che poco dopo l’agenzia Reuters abbia confermato sì alcuni contatti tra Stati Uniti e Iran ma originati non dagli Ayatollah, come affermato da Trump, bensì dalla Casa Bianca alimenta l’immagina di un’America disperata e disposta a chiedere agli iraniani di tornare al tavolo dei negoziati pur di concludere il conflitto.
Difficile che Teheran si fidi. Le condizioni del tycoon (la rinuncia nucleare, la consegna dell’uranio, la fine del sostegno agli alleati e lo sblocco di Hormuz) sono inaccettabili per Teheran. E c’è il forte sospetto che la mossa di Trump altro non sia che una trovata per calmare i mercati e prendere tempo. In attesa che le truppe al momento in viaggio verso il Medio Oriente arrivino a destinazione, per poi tradire i negoziati con un attacco a sorpresa.
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Una cosa è certa: se l’ultimatum di Trump voleva essere una prova di forza, la sua retromarcia appare più un segno di debolezza che di magnaminità.


















