21 Marzo 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

21 Mar, 2026

Tajani: «Occidente resti unito, Italia protagonista solo se in Europa»

A Feuromed il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani lancia un monito all’Occidente, che deve restare unito, e all’Italia che deve mantenere il suo posto in Europa


La crisi mediorientale la conosce da vicino, Antonio Tajani vicepremier, ministro degli Esteri, Tajani ha chiuso la tre giorni di Feuromed sottolineando l’importanza di un’Europa unita e forte, capace di difendere i propri interessi e di promuovere la crescita economica.

Ministro siamo dentro una fase storica di grande trasformazione, segnata da tensioni e cambiamenti profondi, che emergono anche nel linguaggio e nelle posizioni all’interno dell’Alleanza Atlantica. Come si governa e si interpreta una congiuntura così complessa?

«I cambiamenti in atto sono evidenti, ma il punto è che l’Italia e l’Europa non possono limitarsi a subire: devono esserne protagoniste. Possiamo giocare un ruolo attivo solo se siamo una parte autorevole e influente dell’Unione Europea, che andrebbe rafforzata e resa ancora più inclusiva, coinvolgendo pienamente anche partner come il Regno Unito. Questo è il momento in cui l’Europa deve contare di più, assumendo un ruolo forte di interlocuzione con gli Stati Uniti all’interno dell’Alleanza Atlantica.

L’Occidente deve restare unito: è una condizione essenziale, nonostante le difficoltà. Per questo serve un impegno deciso sull’Europa. Io sono europeista: solo così possiamo incidere in un mondo che cambia rapidamente e in cui emergono nuove potenze. Penso non solo alla Cina, ma anche all’India, sempre più centrale, e ai Paesi del Golfo, protagonisti in questa fase delicata. Con queste realtà dobbiamo dialogare».

Ministro, il Consiglio europeo di ieri ha messo al centro il dossier energetico. L’Italia ha proposto la sospensione delle tasse sulla CO₂, ma al momento non sembra esserci una piena convergenza. Si intravede uno spazio per una mediazione?

«L’Italia ha posto un tema: la necessità di conciliare la lotta al cambiamento climatico con la competitività del nostro sistema produttivo, in un contesto internazionale. Questo richiede una riflessione sulle scelte dell’Unione Europea, in particolare sulle regole del mercato delle emissioni di CO₂. Si tratta di un meccanismo utile per ridurre le emissioni, ma che, così com’è, rischia di penalizzare fortemente imprese e agricoltura.

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Per questo il Presidente del Consiglio ha chiesto un intervento europeo, già anticipato anche a livello nazionale. Abbiamo trovato una sponda importante nella Polonia e siamo riusciti a ottenere un primo risultato: la Commissione Europea si è impegnata a formulare proposte che vadano nella direzione di una maggiore tutela del nostro sistema produttivo».

Sul tema di una possibile missione per garantire la sicurezza nello Stretto di Hormuz prevale una comprensibile prudenza. Qual è oggi la posizione dei Paesi disponibili a partecipare e come si può conciliare l’esigenza di intervento con quella di non aggravare il conflitto?

«Si tratta innanzitutto di una presa di posizione politica, volta a garantire la sicurezza del traffico commerciale e marittimo nello Stretto di Hormuz. L’obiettivo è che quell’area torni a essere un passaggio sicuro per il commercio internazionale, senza rischi per le navi. Non siamo di fronte a una decisione militare, ma a un segnale politico. Eventuali sviluppi operativi potranno essere valutati solo in un secondo momento, qualora si arrivi a un cessate il fuoco e a un percorso di stabilizzazione. In quel contesto, e nell’ambito di un mandato delle Nazioni Unite, si potrebbe prendere in considerazione una partecipazione a una missione di garanzia del traffico marittimo, eventualmente insieme ad altri attori internazionali come India e Cina».

Ministro, però gli ultimi sviluppi sembrano indicare un possibile aumento della tensione, si ipotizza un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti, fino all’eventuale occupazione di obiettivi strategici come l’isola di Kharg. Alla luce di questo scenario, ritiene che ci sia davvero spazio per una de-escalation o l’alleato americano sembra orientato su una linea più assertiva?

«No, mi pare che gli americani vogliano continuare a difendere la libertà di navigazione con la forza contro gli iraniani. Vedremo cosa succederà. Lo stesso Trump ha dichiarato di non voler impiegare truppe di terra in territorio iraniano, certamente non è una guerra destinata a risolversi in tempi brevi».

Sul fronte ucraino persistono divisioni all’interno dell’Unione Europea. Anche nei giorni scorsi si sono registrate difficoltà nel trovare una convergenza con l’Ungheria, in particolare sulla richiesta di interventi legati al gasdotto. Come si può superare questo stallo decisionale e mantenere una linea europea coesa su un dossier così strategico?

«Mi sembra che sia necessario attendere l’esito delle elezioni in Ungheria per poter sbloccare gli aiuti all’Ucraina. Si tratta di una questione di pochi giorni, e sono fiducioso che dopo il voto sarà possibile compiere passi positivi in avanti».

Ministro, siamo alla chiusura della campagna elettorale, questo convegno si intitola “Energie per la crescita” – quale legame c’è tra la crescita di un Paese e il funzionamento della giustizia?

«Assolutamente negativa. Una giustizia farraginosa spaventa gli investitori e mette a rischio cittadini e imprenditori, molti dei quali vengono poi assolti. Un sistema che di fatto considera l’imputato colpevole è nocivo per l’economia e per la società. Il principio costituzionale secondo cui ogni persona è considerata innocente fino al terzo grado di giudizio spesso non viene rispettato: il Pubblico Ministero raccoglie prevalentemente prove contro l’imputato e, essendo parte della stessa carriera dei magistrati giudicanti, può esistere un legame implicito, attraverso percorsi comuni o uffici condivisi, che influenza indirettamente le decisioni. La realtà lo dimostra: circa il 60% degli indagati viene poi assolto. È necessario cambiare. Bisogna premiare i magistrati più competenti e rompere il legame tra carriera e correnti politiche».

Questa riforma è stata fortemente voluta da Forza Italia. Tra tutte le proposte sul tavolo, la considerate un vero e proprio punto d’onore.

«È un punto d’onore per noi, che ci definiamo garantisti, ma lo è anche per chiunque voglia vedere pienamente applicata la disposizione settima delle norme transitorie della Costituzione. Serve a superare l’eredità del cosiddetto ‘processo fascista’, basato sulla presunzione di colpevolezza e sull’unificazione delle carriere. Finché non si separano le carriere, il principio costituzionale dell’innocenza dell’imputato resta teorico. Voglio sottolineare che è una riforma di buon senso per i cittadini. Non a caso, ci sono molti esponenti autorevoli della sinistra che la sostengono.

Lasciamo perdere l’Associazione Nazionale Magistrati, lasciamo perdere il procuratore di Napoli che minaccia ritorsioni il giorno dopo il voto. Lui dice ‘Faremo i conti dopo’. Non credo che si debbano fare i conti quando parla il popolo. Però sono tantissimi i magistrati che sono assolutamente d’accordo perché questa riforma va nella direzione della tutela del cittadino, rafforza il ruolo del giudice e ripulisce la toga dalle influenze politiche delle correnti. In altre parole, mira a garantire a ogni cittadino italiano un processo più giusto rispetto al passato, senza sminuire il ruolo dei magistrati, ma assicurando indipendenza e imparzialità».

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