A Feuromed Bernini denuncia i tempi della giustizia: processi troppo lunghi diventano una pena e rischiano di colpire anche gli innocenti
La tecnologia per unire, non per dividere. E la ricerca per spianare la strada ad un nuovo universalismo che definisca un comune denominatore da opporre alla logica del conflitto. Con il direttore de L’Altravoce Alessandro Barbano, però, alla vigilia del referendum, Anna Maria Bernini, ministro dell’Università e della ricerca, avvocato e docente di Diritto pubblico comparato, si concentra soprattutto sul tema giustizia.
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Oggi,. ha chiesto Barbano, rispetto all’Alleanza atlantica si parla della fine dell’ordine mondiale. Questo non avviene solo perché la guerra spezza le regole del diritto e spedisce in soffitta le istituzioni multilaterali. Ma anche perché sono entrati in discussione principi democratici della nostra civiltà senza i quali mancano gli anticorpi contro i virus e le eresie contemporanee che infestano l’Occidente.
Il populismo, il complottismo e le ideologie illiberali e totalitarie. Questo è avvenuto anche nelle centrali del sapere?
«È una domanda molto seria che affronta temi profondamente attuali e induce tutti noi ad essere molto responsabili, ciascuno per il proprio ambito. Siamo in un mondo fortemente interconnesso in cui le tecnologie possono rappresentare insieme un problema e la soluzione rispetto alle questioni che lei pone. Stiamo vivendo un cambiamento epocale: davanti ai nostri occhi si stanno creando nuove connessioni che si sostituiscono ai confini geografici di una volta. Ormai non viviamo più di interazioni fisiche, ma di connessioni. Questo da un lato produce un effetto patologico, determinando una diminuzione di umanità, ma l’elemento innovativo delle nuove tecnologie è parte delle nostre esistenze. Possiamo subirle oppure accompagnarle e governarle, facendo in modo che siano temperate da principi etici e filosofici. L’intelligenza artificiale deve essere usata come strumento per superare elementi di divisione che in questo momento stanno centrando l’attenzione del mondo sul conflitto.
Al confine tra la Siria e la Giordania c’è una grande infrastruttura di ricerca, l’acceleratore di particelle Sesame, con cui non solo si fa biomedicina, ma si leggono ad esempio gli antichissimi e delicatissimi papiri egizi senza che questi debbano essere aperti. In questo meraviglioso progetto, che agisce sotto l’egida dell’Unesco e vede l’Italia tra i fondatori, lavorano persone che vengono da Stati Uniti, Egitto, Francia, Italia, Siria, Giordania, Palestina, Iran. È un esempio di cooperazione che infonde speranza. Dal 2022 a oggi abbiamo investito con il ministero 11 miliardi del Pnrr in capitale umano e capitale tecnologico, realizzando infrastrutture di ricerca.
A Napoli abbiamo uno dei centri nazionali che si occupano di agricoltura tecnologica, che oltre al lavoro umano e agli strumenti agricoli tradizionali si serve di droni, satelliti, genomica, metabolomica. Questo fa sì che le colture possano resistere ai cambiamenti climatici e possano essere attivate in qualsiasi zona della Terra. Anche in Africa, anche in zone desertiche, e qui mi ricollego al Piano Mattei. Stiamo lavorando con il Mediterraneo, il Sud-Est asiatico, con l’India, con la Cina. Visto che siamo a Napoli, ricordo che partendo dal Tecnopolo di Bologna, abbiamo creato a San Giovanni a Teduccio, nella sede dell’università Federico II, un nuovo supercomputer chiamato Megaride. Destinato alla cybersecurity dell’Italia.
Da questo spin-off abbiamo creato il progetto Antenna con il politecnico marocchino Mohammed VI, affiancando la nostra potenza di calcolo alle esigenze algoritmiche richieste dagli stakeholders marocchini. Questo vuol dire mettere la persona a monte, per fare il training agli algoritmi, e infine a valle per elaborare i risultati. È l’unico modo per dare all’AI una connotazione umana. Per essere non solo consumatori ma sviluppatori e organizzatori, lasciando all’intelligenza umana la definizione degli obiettivi iniziali e la valutazione dei dati finali. Questo può mitigare la paura di una tecnologia che vince sull’essere umano».
Che cosa accade in un Paese in cui negli ultimi due anni 226.000 indagati, circa il 50 per cento è stato assolto alla fine di un giudizio di primo grado durato anche 8 anni? In vent’anni, il tempo di una generazione, sono 2.260.000 le persone assolte dopo il primo grado. Quanto incide questo sullo sviluppo di un Paese?
«Questo è un vulnus della nostra civiltà giuridica, è la fotografia di un Paese che non riconosce i diritti fondamentali della persona. Quando si parla di diritto civile, si parla di patrimonio. Pensiamo a un imprenditore al quale viene sequestrata un’impresa: nelle more del processo, la sua impresa diventa obsoleta, probabilmente muore. Se passiamo alla giustizia penale, che incide sulla dignità della persona, la situazione diventa ancora più devastante. Da noi è esistito per un certo periodo un affiancamento tra soggetto accusatore e soggetto giudicante, il cosiddetto processo inquisitorio, che tutelava il diritto dello Stato prima del diritto dei cittadini ad essere liberi.
Questo è in contrasto con i precetti della nostra Costituzione, che hanno fatto del giusto processo un caposaldo. È impensabile che nel giudizio possa esservi una subordinazione di una parte rispetto all’altra. Nessuno di noi può essere processato, se non da un giudice indipendente rispetto a tutte le parti, e quelle parti devono essere preordinate.
Questo è il senso della riforma della giustizia, che ha come presupposto fondamentale la separazione delle carriere. Una proposta che rappresenta un principio fondamentale di civiltà che serve ad evitare le storture di cui lei parla. Credo sia indispensabile fissare un principio. Nel momento in cui a partire dal 1989 abbiamo scelto con una riforma del processo penale il rito accusatorio, questo principio di civiltà non ha mai avuto un’appartenenza politica. Perché nessuno, con i tempi e i costi emotivi della giustizia, dove il processo è già una pena, può avere un 50 per cento di assoluzioni in primo grado. Questi rappresentano evidentemente degli errori durante le indagini preliminari.
Quelle persone che hanno avuto la loro vita distrutta da un processo non avrebbero mai dovuto essere processate. Quando si dà un potere così forte ad un soggetto, questo potere deve essere equilibrato e non contaminato da conflitti interesse. Su questo ci siamo sempre trovati tutti. Ora qualcuno ha abiurato a questo concetto perché ha trasformato un principio elementare di civiltà giuridica in uno strumento di propaganda politica. Ho trovato molto sbagliato polarizzare sul governo un tema così importante per tutti».
Il racconto che abbiamo avuto di questa riforma, da una parte e dall’altra, anche per effetto di una politicizzazione che ha inquinato il dibattito, è stato diverso da come lei lo ha efficacemente rappresentato. Questa riforma regola i rapporti tra il potere punitivo dello Stato e la libertà del cittadino, la cui garanzia è un giudice imparziale e indifferente all’esito del giudizio.
«Ciascuno di noi può essere vittima di un errore giudiziario e può subire le conseguenze di una giustizia che diventa iniqua anche solo per il fatto di essere troppo lunga. Se un pm e un giudice non vivono separatamente i loro ruoli, questo rischio aumenta. Riteniamo che la terzietà sia un elemento imprescindibile e che l’unico modo per tutelarla sia eliminare ogni sospetto di conflitto di interessi».


















