20 Marzo 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

20 Mar, 2026

Padoan: «Non l’unanimità: l’Europa la cambiano i volenterosi»

Pier Carlo Padoan e Alessandro Barbano a Feuromed

Padoan rilancia il modello delle “coalizioni di volenterosi”: così è nato l’euro e così può evolvere l’Europa, superando i blocchi dell’unanimità. Sul palco il presidente di Unicredit intervistato dal direttore de L’Altravoce, Alessandro Barbano


«I paesi europei devono affrontare la crisi comprendendo che fare le cose insieme produce benefici di scala che andranno a vantaggio di tutti. E, se è vero che superare l’unanimità nelle decisioni strategiche dell’Ue sarebbe d’aiuto, è altrettanto vero che coalizioni di paesi volenterosi possono determinare svolte importanti, come capitò per l’introduzione dell’euro». A parlare è il presidente di Unicredit, Pier Carlo Padoan, intervistato dal direttore de L’Altravoce, Alessandro Barbano, nel corso della giornata conclusiva di Feuromed.

Presidente, le guerre stanno mandando in frantumi l’ordine mondiale e i paesi europei si dimostrano, ancora una volta, divisi. Come agirebbe l’Europa per affrontare la crisi del blocco dello Stretto di Hormuz, se fosse finalmente unita?

«Quando si parla della divisione dei paesi dell’Ue, si fa riferimento alla necessità di eliminare il voto all’unanimità, che spesso blocca decisioni che sarebbero strategicamente importanti. E io sono d’accordo ad eliminarlo, anche se non del tutto, ma per numerose materie. Però questa non è l’unica cosa da fare. Esistono anche le coalizioni di volenterosi. Perfino una scelta importante come l’introduzione dell’euro è stata frutto dell’iniziativa di una coalizione di volenterosi, alla quale poi si sono aggregati altri paesi. E non va dimenticato che dal dopoguerra l’Europa ha progredito sempre con più integrazione, che è l’unico modo per combattere la frammentazione. Quindi, nel caso del blocco di Hormuz, un’Europa unita agirebbe riconoscendo che c’è un pericolo, una minaccia alla sopravvivenza della pace e anche della popolazione di molti paesi. Una minaccia che va bloccata anche per tutelare l’interesse europeo. E avere un sistema militare ma anche industriale comune renderebbe più facile, o meno difficile, per l’Europa anche garantire il suo approvvigionamento energetico».

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Divisioni che si registrano anche in campo creditizio, dove le banche europee hanno dimensioni inferiori a quelle statunitensi, e quindi maggiori difficoltà nella competizione globale. Eppure, ogni volta che qualcuno prova a proporre aggregazioni scattano i nazionalismi, che spesso bloccano queste operazioni. Cosa ne pensa?

«Il rapporto Draghi sul futuro della competitività europea ha messo in evidenza che la scala, cioè la dimensione, è proprio quello che ci permette di ottenere risultati più rapidi. Però c’è un costo: quello di rinunciare a una prospettiva unicamente nazionale. Ed è chiaro che, nei processi di integrazione, c’è un problema di cessione parziale di sovranità. Ma questo è esattamente il passaggio chiave, culturale, politico, economico, e tecnologico che dobbiamo affrontare. In particolare, molte nuove tecnologie, e l’intelligenza artificiale è tra queste, hanno la caratteristica di essere general purpose, cioè servono a tutto, come lo è, ad esempio, l’elettricità. Questo tipo di tecnologie, se applicate bene, danno benefici a tutti quelli che ne sono coinvolti. Quindi, se le sviluppiamo insieme al nostro vicino, lo facciamo meglio».

Il rapporto Draghi è stato presentato più di un anno fa. Però si ha l’impressione che le elite europee ascoltino, ma poi si voltino dall’altra parte. È così?

«Questo è un tipico esempio di processo di non decisione europea, perché un prodotto come quello di Draghi, ma anche quello di Enrico Letta e altri rapporti ancora, sono preziosissimi. All’inizio ci sono grandi lodi, il ringraziamento da parte delle istituzioni europee. Poi, quando si deve passare all’implementazione, ognuno va per conto suo. Questo anche perché manca la fiducia reciproca tra i paesi, che evitano di introdurre cambiamenti nelle proprie regole se non sono sicuri che lo faranno anche i loro vicini. E in Europa spesso questo modus operandi prevale. Ma non è sempre così: abbiamo anche esempi in cui lo stallo viene superato grazie a qualcuno che prende l’iniziativa, come lo fu anche per l’entrata dell’Italia nell’euro. Sono questi momenti in cui si fa un piccolo o grande salto in avanti che permettono all’Europa di fare progressi».

Uno dei temi caldi è la transizione energetica: c’è chi pensa che bisognerebbe tornare indietro rispetto al Green Deal, che aveva una impostazione ideologica, e chi invece ritiene che ormai il principio della sostenibilità sia un patrimonio della civiltà europea. Chi ha ragione?

«Quando von der Leyen assunse per la prima volta l’incarico di presidente della Commissione europea, disse che l’Europa, per avere una ripresa, doveva avere due priorità: la sostenibilità ambientale e la tecnologia. Qindi, bisognava combattere il cambiamento climatico, ma anche crescere. Alcuni pensavano che l’economia verde avrebbe risolto tutti i problemi dell’economia, ma i fatti ci dicono che si è rivelata una visione troppo entusiastica. Questo non significa che dobbiamo chiudere la “bottega verde”, anche perché proprio nelle tecnologie verdi l’Europa è leader, ed è più avanti degli Stati Uniti. Inoltre, sappiamo che sempre più risparmiatori europei acquistano titoli sostenibili perché ritengono che, in questo modo, da una parte si crea ricchezza, dall’altra si difende l’ambiente. Certamente, però, quella strategia va ripensata, correggendo gli eccessi, e tenendo conto che siamo in un contesto di guerra».

L’Italia, intanto, per anni, anche grazie al Pnrr, è cresciuta più del resto d’Europa, e il Mezzogiono più del Nord. Anche l’occupazione cresce, ma i salari perdono potere d’acquisto e, purtroppo, il “saldo dei cervelli” è ancora negativo perché troppi giovani partono per cercare lavoro. Lei è ottimista o pessimista?

«Entrambe le cose: sono preoccupato perché non siamo ancora riusciti a fare il salto che potremmo fare, ma so che ne abbiamo le potenzialità. So anche che il Pnrr è stato importante, ma a volte ha nascosto alcuni problemi reali che restano, a cominciare dall’occupaizone che è aumentata, ma spesso è di bassa qualità in termini di produttività. Se io dovessi disegnare una strategia di politica economica e sociale per il Paese di qua al futuro, la vorrei totalmente dedicare ai giovani, mettendo a disposizione tutte le risorse per educarli e per metterli in condizione di restare in Italia. Anche perché i giovani ci permettano di estrarre il massimo valore dalle nuove tecnologie, che da sole non producono un bel niente: hanno bisogno di essere gestite dagli uomini e dalle donne, e quindi soprattutto dai giovani che tra qualche anno saranno sul mercato del lavoro»

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