20 Marzo 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

20 Mar, 2026

Cottarelli: «Ets da fermare, ma sul green non si torna indietro»

Carlo Cottarelli

Alla seconda giornata di Feuromed l’economista Carlo Cottarelli discute di Ets, pubblica amministrazione e transizione green


Il riconoscimento del merito e la spending review, due questioni su cui la contrapposizione destra/sinistra non trova terreno fertile: le resistenze sono bipartisan. La crescita stentata dell’Italia e il confronto con gli altri partner europei. I risultati del Pnrr e le prospettive del Piano Mattei. La transizione green alla prova delle crisi globali. Il tema della sovranità europea di fronte allo scaricamento dell’ordine mondiale: Carlo Cottarelli, economista, direttore dell’Osservatorio sui Conti pubblici italiani dell’Università Cattolica di Milano, ne ha ampiamente discusso nel corso del suo intervento a Feuromed, il Festival Euromediterraneo dell’economia, che chiude oggi la tre giorni di confronti sul tema “Energie per la crescita”.

L’Italia ha problema di selezione della classe dirigente, a ogni livello, nella politica, nella Pubblica amministrazione, ma anche nel settore privato. È un dato culturale? Come lo spiega.

«C’è un’avversione bipartisan nei confronti del merito. Per il centrosinistra, il programma di Elly Schlein criticava esplicitamente il criterio del merito perché, si sosteneva, per poter premiare il merito nella vita, non soltanto nella Pa, bisogna avere dei punti di partenza uguali, in Italia questa cosa non c’è e quindi premiare il merito è sbagliato? A me sembra sbagliato il ragionamento. Piuttosto, siccome vogliamo che il merito sia premiato dobbiamo fare di tutto per dare a tutti una possibilità nella vita che, per esempio, vuol dire investire nella scuola, negli asili nido, perché le prime disuguaglianze si creano proprio nella prima infanzia. Bisogna mettere tutti nelle condizioni di competere e poi si premia il merito».

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E il centrodestra?

«In linea di principio vuole premiare il merito, ma in pratica che cosa fa? Ricordiamo che introdurre il merito nell’impresa vuol dire favorire la concorrenza. Cosa ha fatto questo Governo per favorirla? Io sono un fan del ministro Zangrillo – (il suo ddl Merito introduce la valorizzazione delle competenze e performance individuali nella Pa, ndr) perché sta facendo il meglio che può, però, come gli ho detto una volta in trasmissione da Vespa, è il ministro meno conosciuto di tutto il Governo italiano, ed è una cosa assurda perché se si vuole portare avanti una riforma “rivoluzionaria” come lui l’ha definita, non la può portare avanti da solo. Pensiamo all’energia che sta mettendo la presidente del Consiglio per portare avanti la riforma della magistratura. Quelle sono le cose a cui il Governo tiene. L’avete sentita parlare della riforma del merito nella Pubblica amministrazione? Comunque, temo che le resistenze nei confronti di una reale implementazione della riforma saranno tantissime».

Ci sono due tabù nel nostro Paese che hanno la stessa origine, il merito appunto e la spending review perché impattano entrambe sulla stessa malattia del Paese, la corporativizzazione di tutti i corpi intermedi.

«Queste cose si possono fare soltanto se si ha un mandato popolare. Bisogna presentarsi alle elezioni e dire “datemi il mandato per fare la revisione della spesa pubblica, così possiamo tagliar le tasse”, altrimenti non scendono: lo scorso anno la pressione fiscale ha raggiunto quasi il record assoluto storico, il 43,1%. Altrimenti succede che il Cottarelli di turno presenta le sue proposte di revisione della spesa e il presidente del Consigli dica che politicamente non può adottarle. E un mandato serve anche per introdurre il merito nella Pa, fare una riforma della burocrazia, per semplificare, perché anche semplificare incontra un’enormità di ostacoli da parte delle lobby che non vogliono perdere il potere».

E quindi?

«La questione è capire cosa vogliono davvero gli italiani. Però se non si cambia qualcosa continueremo ad avere una crescita dello “zero virgola”. Si obietta che tutta l’Europa cresce poco, ma non è vero: il resto del Sud Europa sta crescendo, Portogallo e Grecia hanno fatto il 2% di crescita, la Spagna il 3%».

C’è chi sostiene che rispetto al periodo pre Covid siamo il Paese che cresce di più. Il tema ora è che l’effetto Pnrr finirà, cosa ci aspetta?

«Il punto di partenza è fondamentale, se è sufficientemente basso si può far vedere che la crescita è particolarmente alta. C’è stato un periodo tra la metà del 2020 e la metà del 2022 in cui siamo cresciti più di tutto il resto dell’Europa, ma era il periodo in cui abbiamo ricevuto centinaia di miliardi dalla Banca Centrale Europea con l’acquisto di titoli di Stato, e dall’Unione Europea tramite il Pnrr che con i suoi 200 miliardi è stato fondamentale per dare una prospettiva ottimista all’Italia.

Entrambi hanno dato una grande spinta all’economia italiana, e una crescita drogata che comunque è sempre meglio che rimanere in fondo al buco. Una volta che si è esaurita questa spinta abbiamo ricominciato a crescere un po’ meno della media europea che è già bassa per via della crisi della Germania».

Il Sud è tornato a cresce, e da due anni cresce più del resto del Paese.

«Bisogna considerare che il Pnrr spendeva più soldi nel Mezzogiorno, vedremo se la spinta è stata in grado di innescare una crescita permanente, perché l’obiettivo del Piano era creare investimenti per accrescere permanentemente la capacità produttiva dell’area. Lo vedremo».

Che giudizio dà del Piano Mattei?

«Credo sia una buona iniziativa e che possa dare qualche risultato. La scala non è molto grande perché non si parla di tantissimi soldi, può servire a far crescere un po’ di più i Paesi africani e a dare un po’ di business alle nostre imprese. Non penso, invece, possa avere qualche effetto sull’altro obiettivo del Piano, cioè quello di ridurre le pressioni all’immigrazione da quei Paesi».

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Per quale motivo?

«Perché il divario tra l’Africa Sud-Sahariana e l’Italia in termini di reddito pro capite è di uno a dieci più o meno. Insomma, anche se i Paesi africani coinvolti crescono un po’ più di prima non si riesce a fare la differenza».

Il destino della transizione energetica è al centro del dibattito europeo. C’è chi sostiene che siamo andati troppo avanti, perché stiamo distruggendo l’automotive e perché con la crisi che incombe non possiamo permetterci di rinunciare alle fossili. L’Italia, che propone la sospensione della tassa sul carbonio, l’Ets, è tra questi. Per altri è un’occasione di sviluppo, dobbiamo solo farla bene e diventare in questo egemoni. Chi ha ragione?

«Bisogna liberarsi degli idrocarburi, io mi sono stufato: tutta una vita di shock petroliferi, non se ne può più. Purtroppo gli idrocarburi stanno nella parte sbagliata del mondo. Il solare e il vento, il nucleare – che va fatto – non hanno lo stesso problema. Detto questo, in una situazione di emergenza come quella attuale, dove i prezzi degli idrocarburi sono già saliti enormemente, si può pensare di sospendere per un po’ di tempo l’Ets, perché comunque il prezzo del gas e del petrolio è talmente alto da scoraggiarne comunque l’utilizzo e favorire la transizione».

Quindi per lei bisogna procedere sulla strada della transizione green?

«Sì, è un costo che deve essere affrontato perché porta i vantaggi di lungo termine. Ora a parte la questione del riscaldamento climatico, ci sono due motivi per andare avanti, quello geopolitico: ripeto sono stufo di vedere l’Italia, l’Europa sempre sottoposta a questi shock del prezzo del petrolio e del gas. Il secondo è che le attività che emettono CO2 emettono anche polveri sottili che finiscono nei nostri polmoni».

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Un altro tema è la sovranità europea che si fonda su due pilastri, ovvero il Ventottesimo Regime di cui ha parlato von der Leyen e la riduzione delle dipendenze nei settori strategici.

«Sono fortemente convinto che se l’Europa non si muove insieme nel mondo non contiamo nulla, basti considerare che il più grande Paese europeo è la Germania che ha 84 milioni di abitanti, quattro province della Cina hanno ciascuna più abitanti della Germania. Non parliamo della Francia con i suoi 64 milioni di abitanti, noi siamo ancora più piccoli, ne abbiamo 59 milioni. L’unione fa la forza, se non stiamo insieme non contiamo nulla nel mondo, saremo dominati dalla superpotenza americana, dalla superpotenza cinese e tra un po’ anche da quella indiana».

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