19 Marzo 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

19 Mar, 2026

Iran, sei Paesi uniti per riaprire Hormuz, anche l'Italia. Araghchi: «Complici»

Lo stretto di Hormuz

Regno Unito, Italia, Francia, Germania, Olanda e Giappone pronti a intervenire per garantire la navigazione commerciale nello Stretto di Hormuz. Teheran minaccia ritorsioni contro chiunque partecipi al piano. Petrolio sopra i 110 dollari e mercati sotto pressione


Sei Paesi – Regno Unito, Italia, Francia, Germania, Olanda e Giappone – sono pronti a intervenire per garantire la navigazione commerciale nello Stretto di Hormuz. Mentre Teheran minaccia ritorsioni contro chiunque partecipi al piano.

La guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele entra nella sua fase più pericolosa e lo fa colpendo il cuore dell’economia globale: l’energia. Dopo il raid israeliano sul giacimento di South Pars, Teheran risponde attaccando il principale impianto di gas del Qatar a Ras Laffan, mentre droni colpiscono raffinerie tra Arabia Saudita e Kuwait. Il risultato è immediato:il petrolio schizza oltre i 110 dollari al barile e tornano i timori di una nuova crisi energetica globale, con effetti diretti su inflazione, crescita e stabilità politica.

LA GUERRA GIORNO PER GIORNO

Piano a sei per riaprire Hormuz

L’iniziativa nasce da Londra: i sei Paesi, tra cui, appunto, l’Italia, hanno annunciato la disponibilità a contribuire a un piano per assicurare il transito nello Stretto, di fatto parzialmente chiuso dall’Iran. Nel comunicato di Downing Street viene espressa una dura condanna per gli attacchi attribuiti a Teheran contro navi commerciali e infrastrutture energetiche. L’obiettivo è evitare il blocco di una delle rotte più strategiche al mondo. Nella nota, i firmatari si dicono quindi “pronti a contribuire agli sforzi per garantire un transito sicuro attraverso lo Stretto” ed elogiano tutte “le nazioni disposte a impegnarsi nella pianificazione preparatoria” di un’iniziativa rinviata apparentemente per il momento al futuro.

Tajani: “Dichiarazione politica, non militare”

“È un documento politico, non un documento militare, per lavorare insieme, per cercare di creare le condizioni per garantire la libertà di circolazione marittima, per lavorare insieme parlando con le varie parti, dando messaggi politici”, ha assicurato il ministro degli Esteri Antonio Tajani a Tagadà su La7. “Speriamo che non ci sia l’escalation, noi stiamo lavorando per questo anche ad Hormuz. Questo è il senso del documento firmato da alcuni Paesi compresa l’Italia, lavoriamo per garantire la libertà di circolazione marittima. Non siamo parte della guerra, e non vogliamo essere parte della guerra“. 

Teheran avverte: “Chi aiuta sarà complice”

La risposta iraniana è stata immediata. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha avvertit che i Paesi che collaboreranno con gli Stati Uniti saranno considerati “complici dell’aggressione”. Teheran ha anche minacciato “zero moderazione” in caso di nuovi raid contro le proprie infrastrutture energetiche.

L’attacco al petrolio del Qatar, salta l’equilibrio globale

Il conflitto ha cambiato natura: non più solo militare, ma economico. I giacimenti e le infrastrutture energetiche sono i bersagli strategici. Il maxi impianto di gas naturale liquefatto del Qatar, uno dei più importanti al mondo, da ieri notte è stato colpito più volte, mentre incendi e danni si sono registrati anche in altri siti del Golfo. Colpire energia significa colpire direttamente l’economia mondiale.

Petrolio in corsa e inflazione

I mercati hanno reagito subito: il Brent supera i 112 dollari con un balzo oltre il 5%, mentre anche il Wti sale rapidamente. È il segnale più chiaro della paura degli operatori: il rischio non è solo la guerra, ma la sua durata. Una crisi prolungata nel Golfo potrebbe riaprire una stagione inflattiva simile a quella già vista con la guerra in Ucraina, colpendo soprattutto Europa e Paesi importatori di energia.

Trump: «Distruggeremo i vostri giacimenti»

Trump ha minacciato apertamente Teheran: se gli attacchi contro il Qatar continueranno, gli Stati Uniti sono pronti a colpire direttamente il gigantesco giacimento iraniano di South Pars. L’amministrazione americana sta valutando anche l’invio di migliaia di soldati nella regione, con opzioni che includono operazioni sull’isola di Kharg e lungo lo Stretto di Hormuz.

In particolare però, il presidente si p spiegato a lungo sul suo social, Truth: “Israele, per rabbia per quanto accaduto in Medio Oriente, ha colpito violentemente un importante impianto noto come giacimento di gas South Pars in Iran. È stata colpita una porzione relativamente piccola dell’intero sito. Gli Stati Uniti non sapevano nulla di questo specifico attacco, e il Paese del Qatar non è stato in alcun modo, forma o misura coinvolto, né aveva alcuna idea che sarebbe accaduto. Purtroppo, l’Iran non sapeva, né questo, né alcuno dei fatti rilevanti relativi all’attacco a South Pars, e ha attaccato in modo ingiustificato e scorretto una parte dell’impianto di gas Gnl del Qatar”, ha scritto il presidente Usa, per poi aggiungere nel suo solito maiuscolo.

“NON CI SARANNO PIÙ ATTACCHI DA PARTE DI ISRAELE relativi a questo campo di South Pars estremamente importante e prezioso, a meno che l’Iran non decida imprudentemente di attaccare un Paese molto innocente, in questo caso il Qatar – nel qual caso gli Stati Uniti d’America, con o senza l’aiuto o il consenso di Israele, faranno esplodere completamente l’intero giacimento di gas South Pars con una forza e una potenza che l’Iran non ha mai visto né sperimentato prima. Non voglio autorizzare questo livello di violenza e distruzione a causa delle implicazioni a lungo termine che avrebbe sul futuro dell’Iran, ma se il Gnl del Qatar verrà attaccato di nuovo, non esiterò a farlo”.

Macron spinge per una tregua. L’Onu per la fine della guerra

Nel mezzo dell’escalation, il presidente francese Emmanuel Macron ha definito “sconsiderata” la spirale di violenza e proposto una tregua temporanea per le festività, nel tentativo di riaprire uno spiraglio negoziale. Anche il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha chiesto la fine delle ostilità e invitato l’Iran a riaprire Hormuz.

La guerra costa: il Pentagono chiede 200 miliardi

Il Washington Post lo aveva anticipato. Poi è arrivata la conferma. Il Pentagono ha chiesto fino a 200 miliardi di dollari per finanziare il conflitto, una cifra che sfiora un quarto dell’intero budget annuale della difesa americana e che segnala la possibilità di un impegno militare lungo e strutturato. La richiesta, ora al vaglio della Casa Bianca prima di arrivare al Congresso, sta già sollevando dubbi tra i parlamentari, anche tra i repubblicani.

Dopo i primi sei giorni di operazioni, costati oltre 11 miliardi, l’amministrazione Trump oscilla tra ipotesi di escalation – compreso l’invio di truppe (che Trump nel pomeriggio di oggi ha negato) – e aperture a una possibile chiusura rapida del conflitto. Ma l’entità dei fondi richiesti indica uno scenario diverso: gli Stati Uniti si preparano a una guerra che potrebbe durare nel tempo, con costi destinati a incidere non solo sulla politica interna ma sull’intero equilibrio globale.

Intanto si apre un nuovo fronte politico. Il capo del Pentagono Pete Hegseth ha attaccato gli alleati europei, definendoli “ingrati” sostenendo che dovrebbero ringraziare Trump. Mentre Washington punta a colpire la capacità militare iraniana, l’Europa insiste sulla necessità di contenere l’escalation.

“L’Iran ha terrorizzato l’America e i nostri interessi per 47 anni” e “i nostri ingrati alleati in Europa e parte della stampa dovrebbero dire solo una cosa al presidente Trump: grazie”, ha detto Pete Hegseth.

“Abbiamo danneggiato o affondato 120 navi iraniane. I sottomarini che avevano sono ormai andati. I loro porti sono compromessi. La loro capacità di produrre nuovi missili balistici è stata l’area colpita più duramente”.

Attacchi e minacce incrociate

La crisi non resta confinata. Droni hanno colpito raffinerie in Arabia Saudita e Kuwait, mentre Riad ha detto di essere pronta a reagire militarmente contro l’Iran. Il rischio è quello di un effetto domino nel Golfo, con il coinvolgimento diretto dei grandi produttori di petrolio e gas. Più il conflitto si allarga, più diventa difficile contenerne gli effetti.

Cina e diplomazia: equilibrio fragile

Nel frattempo la Cina ha condannato l’uccisione di leader iraniani e chiest un cessate il fuoco, criticando apertamente l’escalation. Pechino sta provando a mantenere un equilibrio ma il suo ruolo diventa sempre più centrale in un mondo in cui energia, sicurezza e geopolitica sono ormai intrecciate.

Dov’è Mojtaba Khamenei?

A complicare il quadro c’è anche l’instabilità interna iraniana. La nuova guida suprema Mojtaba Khamenei per il momento nonostante qualche comunicato non mai apparso. Sempra sia gravemente ferito e il processo decisionale della leadership iraniana appare meno chiaro ma resta solido.

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