L’armatore denuncia: il trasporto marittimo paga più tasse mentre quello terrestre resta avvantaggiato. A rischio competitività e transizione green
Sempre più hub strategici, ma diversi da come li conosciamo oggi. Il futuro dei porti li pone al centro dello sviluppo del Paese: non più solo snodi per merci e passeggeri, ma infrastrutture in cui si intrecciano logistica, energia e geopolitica.
A delineare questo scenario è il ministro del Mare Nello Musumeci, intervenuto al Festival Euromediterraneo dell’Economia, che ribadisce il ruolo chiave del sistema portuale italiano nel Mediterraneo. Una rete destinata a diventare più integrata grazie alla riforma in arrivo: «Superiamo la frammentazione delle Autorità di Sistema Portuale – spiega – per costruire una strategia nazionale unitaria, con regole omogenee, investimenti coordinati e una visione di lungo periodo».
Porti ed energia nel Mediterraneo
Una trasformazione che guarda soprattutto all’energia per cogliere le opportunità che si creeranno nel Mare Nostrum. «I porti sono crocevia dell’economia e della geopolitica – osserva Massimo De Andreis, direttore SRM Gruppo Intesa Sanpaolo – ma anche protagonisti della transizione energetica: non solo hub per petrolio e gas, ma piattaforme per la produzione di energia rinnovabile, a servizio dello shipping e di altri settori».
Competitività e sfide europee
Nel pieno della transizione ambientale e digitale, però, i porti europei scontano una crescente perdita di competitività rispetto a quelli extraeuropei. Il nodo resta la tassazione, legata alle politiche climatiche ma anche agli equilibri di sviluppo. In questo quadro, l’evoluzione della portualità italiana si intreccia con il Piano Mattei, destinato a rafforzare il ruolo del Paese come hub energetico.
«È una grande intuizione – afferma Daniele Ruvinetti della Fondazione Medio Oriente – l’Italia può svolgere un ruolo guida grazie alla sua stabilità». Ma nello scenario europeo è soprattutto il tema della sostenibilità ambientale a rappresentare una sfida complessa. «Non riguarda solo le emissioni delle navi – spiega il professor Francesco Napolitano, direttore del Dipartimento di Ingegneria alla Sapienza – ma l’intero ecosistema portuale, che incide profondamente sui territori».
Decarbonizzazione e politiche europee
Alla visione dei porti come produttori di energie rinnovabili si affianca il discorso della decarbonizzazione, l’International Chamber of Shipping insieme all’Imo, l’agenzia delle Nazioni Unite con sede a Londra, ha fissato l’obiettivo del 2050. Ma, come sottolinea l’armatore Emanuele Grimaldi, presidente dell’International Chamber of Shipping, le politiche europee rischiano di essere controproducenti: «Il carburante rappresenta il principale costo per gli armatori, aggravato dall’attuale contesto geopolitico – sottolinea Grimaldi – Come operatori globali, avremmo auspicato un accordo internazionale più ampio, ma l’opposizione degli Stati Uniti e di altri Paesi produttori di petrolio ha rinviato questo percorso».
Nel frattempo, secondo Grimaldi, l’Europa avrebbe adottato misure controproducenti: «Ha imposto una tassazione rilevante sul trasporto marittimo senza intervenire in modo analogo su quello terrestre che è più inquinante. È una vera e propria “perversione modale”».
Il risultato è un’inversione di tendenza: dopo anni di sforzi per spostare il traffico merci dalla strada al mare, si assiste oggi a un ritorno al trasporto su gomma. «Il paradosso – evidenzia – è che la modalità meno inquinante è la più tassata, e le risorse raccolte non vengono reinvestite per la decarbonizzazione del settore».
Innovazione energetica
Una visione che condivide il vicepresidente esecutivo del Rina Giosuè Vezzuto che sottolinea come la sfida più grande di oggi sia la transizione energetica e la scelta dei combustibili. Non sarà unica per tutti.
«La transizione del settore marittimo passa da elettrificazione e digitalizzazione, in un quadro normativo europeo complesso – spiega Vezzuto – Il Pnrr investe oltre 700 milioni nell’elettrificazione delle banchine, ma restano criticità su rete, autorizzazioni e tempi» Ed è qui che il futuro si scontra con l’attualità, con il blocco dello stretto di Hormuz: «Manca un piano strategico dell’energia nazionale – conclude Ruvinetti – occorre attivare più punti che ci garantiscono più indipendenza».





















