19 Marzo 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

19 Mar, 2026

Feuromed, Manfredi: «Crisi, il conto lo pagano Comuni e cittadini»

Il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi

Il sindaco di Napoli: «La crisi energetica colpisce direttamente servizi e tariffe». A Feuromed il punto su inflazione, Pnrr e ruolo strategico del Sud


La crisi globale innescata dall’attacco di Usa e Israele all’Iran rimette l’Italia, e l’Europa tutta, di fronte a una nuova emergenza energetica che rischia di riaccendere tensioni inflazionistiche, con ricadute di cui la guerra russo-ucraina ci ha dato drammaticamente misura.La centralità del Mediterraneo, quindi del Mezzogiorno – con Napoli in prima fila – sul fronte dell’approvvigionamento energetico europeo, ma anche come interlocutore politico in contesto che richiede di rinsaldare, se non ricostruire, i rapporti diplomatici. Il Sud come opportunità di crescita del Paese.

Sono solo alcuni dei temi messi a fuoco dal sindaco di Napoli, e presidente dell’Anci, Gaetano Manfredi, durante il suo intervento a Feuromed, il Festival Euromediterraneo dell’Economia in corso a Napoli

«La preoccupazione per le ricadute della guerra a Teheran è forte, perché il costo dell’energia rappresenta un nervo scoperto per i Comuni, dal momento che il costo dei servizi erogati sono strettamente connessi a quello dell’energia e dei carburanti. La crisi energetica innescata dalla guerra russo-ucraina è stata un’esperienza dura, ha comportato un significativo incremento dei costi dei servizi locali che i Comuni hanno fronteggiato con fatica e che si sono in parte riversati sulle tariffe per i cittadini. Siamo poi in un momento cruciale del Pnrr, quello della chiusura dei cantieri, e si avvertono le prime tensioni sul mercato delle materie prime, dei bitumi. Tutti ci auguriamo che si tratti di una crisi passeggera e che il costo dell’energia torni stabile, ma è indubbio che i primi a pagarne il prezzo sono i cittadini e i Comuni».

Il petrolio è schizzato oltre i 100 dollari al barile. Il governo prepara un intervento per calmierare i costi dell’energia e c’è il timore che si crei nuovo debito. Gli industriali temono che vengano stornate le risorse di Transizione 5.0.

«Bisogna intervenire tempestivamente. Abbiamo visto come la politica attendista della Bce durante lo shock pandemico abbia determinato un aumento dell’inflazione fuori controllo. È fondamentale adottare una strategia europea, non solo italiana, perché non possiamo affrontare una nuova crisi inflattiva, soprattutto considerando che dobbiamo già fare i conti con la crisi del manifatturiero e del potere d’acquisto».

La sospensione dell’Ets proposta dal governo italiano può essere una misura efficace?

«Ci sono pro e contro, perché la sospensione della tassa sulla CO2 ha un impatto immediato sulle industrie energivore, e anche un ritorno in termini di consenso. Tuttavia bisogna considerare la possibile perdita di un vantaggio competitivo rispetto a un’industria oramai avviata sulla strada della transizione energetica. Sarebbe un danno per il sistema industriale».

IL PROGRAMMA DI FEUROMED

In questo scenario geopolitico ed energetico, Napoli – per posizione geografica, portualità e infrastrutture – può diventare uno dei nodi strategici della nuova sicurezza energetica europea?

«Glielo consente la collocazione geografica e il ruolo politico. Il Mezzogiorno, di cui Napoli è la capitale economica e culturale, gode di un vantaggio geografico indiscusso. Può essere la piattaforma europea verso l’Africa, che è cruciale per l’approvvigionamento energetico sia da fonti fossili che rinnovabili. Tutti i flussi energetici passano necessariamente per il Sud. Ma può avere anche un importante ruolo politico. In un momento come questo in cui la politica della forza ha sostituito la politica della diplomazia – da cui dobbiamo ripartire – culturalmente Napoli e il Sud d’Italia rappresentano un luogo di dialogo e confronto di culture e religioni. Dobbiamo contrastare la logica della frammentazione che danneggia la crescita globale e il Sud, l’Italia e l’Europa possono giocare un ruolo importante».

Napoli sta provando a scrollarsi di dosso l’immagine di capitale solo del turismo e della cultura. Vanta università d’eccellenza, centri di ricerca e centinaia di start up tecnologiche. Può diventare anche un modello nazionale di innovazione tecnologica e ricerca avanzata. Il Sud, dicono i dati di Svimez e Bankitalia, è tornato a crescere.

«Finora abbiamo considerato il Sud come il grande problema dell’Italia cui dare una risposta. Ma sono sempre più convinto, lo sono sempre stato in verità, che sia una grande opportunità per il Paese. Perché se sgombriamo dal campo stereotipi e rendite di posizione, gli investimenti sulle infrastrutture messi in campo, un capitale umano di qualità, il livello culturale, la qualità ambientale, il clima e costo della vita più basso – un valore aggiunto – fanno del Mezzogiorno il nuovo naturale della crescita e dello sviluppo del Paese».

Ma la fuga del capitale umano dal Sud sembra inarrestabile.

«Per una scelta politica sbagliata abbiamo concentrato nel Nord del Paese i centri direzionali delle attività finanziarie, industriali e istituzionali. Di conseguenza chi ha un livello di competenze elevato non riesce a trovare un impiego adeguato e si vede quindi costretto ad andare altrove. E questo è un danno per la competitività del Paese. Oggi bisogna ripensare lo sviluppo del Paese e vedere nel Mezzogiorno una grande opportunità non solo per l’Italia ma anche per l’Europa. È paradossale che nel momento in cui vogliamo costruire un rapporto privilegiato con il Mediterraneo non ci sia un’Istituzione europea che abbia una sede al Sud».

Il bilancio del Pnrr Un bilancio del Pnrr?

«Il mio è un giudizio positivo, e riguarda tanto il metodo utilizzato quanto i risultati raggiunti. È stata smentita la narrazione di un Nord più efficiente del Sud, e delle difficoltà dei Comuni nel portare a termine le opere pubbliche: sono stati più efficienti delle amministrazioni centrali e di alcune grandi partecipate pubbliche. Il Pnrr non è stato solo un capitale finanziario ma un metodo che deve diventare una procedura ordinaria. È stato poi un acceleratore importante sul fronte delle infrastrutture e della digitalizzazione. La domanda è. Cosa succede ora che siamo giunti al capolinea, perché bisogna sostenere i costi di gestione e dare continuità agli investimenti sapendo che non ci sarà un altro piano straordinario. Ci sono però altre risorse come i fondi europei, l’Fsc e le risorse nazionali che se inquadrate in una logica di sistema potrebbero dare un effetto simile al Pnrr. Ma mi sembra che questo tema non sia al centro del dibattito».

Bagnoli, da simbolo del declino è diventata un laboratorio di rigenerazione.

«La struttura commissariale ha lavorato con Invitalia, tutti i progetti sono stati approvati e, grazie all’impegno anche del governo nazionale, tutti finanziati. Il tema ora è solamente quello di realizzare le cose, mantenere i tempi, vedere cosa si può fare e cosa no. Una delle grandi chimere è stata la colmata. Rimozione sì, rimozione no. Dobbiamo spostare quasi 2 milioni di metri cubi di materiale, ma dove vanno? È fantascienza. Per 35 anni non si è fatto niente. Noi abbiamo cercato, per quanto possibile, di rimuovere questi ostacoli e ora stiamo facendo le cose. Io non voglio essere complice di altri 10 anni di parole, altrimenti mi sarei dimesso da commissario. Non possiamo parlare facendo finta che tutto vada bene. Poi moriamo di parole ed è inaccettabile».

Oggi la crescita dell’Italia passa dalle grandi città metropolitane. L’approccio dei sindaci, come è accaduto negli anni Novanta, può tornare a essere una prospettiva per la cultura di governo del Paese?

«Noi siamo il Paese dei Comuni ma per anni sono stati considerati il problema dell’Italia, li abbiamo depotenziati dal punto di vista amministrativo ed economico, ricevono pochissimi trasferimenti nazionali e si finanziano con le tasse locali e la capacità di riscossioni. Immaginare che i poteri legislativi possano essere trasferiti a più città è una follia: di livelli istituzionali che fanno leggi ne abbiamo troppi. È naturale che li abbia Roma che è la capitale, come li ha Parigi o Londra. Però credo i poteri amministrativi dati a Roma debbano essere dati anche ad altre grandi città in modo che possano gestire la loro grande complessità. E bisogna dare alle città anche un ruolo più forte nella negoziazione con l’Europa. È incomprensibile il fatto che nel Lazio o nella Campania, con città capoluogo metropolitane più grandi della metà della stessa regione, non si abbia la possibilità di negoziare direttamente i fondi europei o i fondi per infrastrutture, è un paradosso».

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