Il ministro per la Pubblica Amministrazione Paolo Zangrillo interviene sul referendum per la riforma della giustizia. Si voterà domenica e lunedì
Ministro Zangrillo, come responsabile della Pubblica amministrazione ha incentivato il merito introducendo una valutazione delle performance. Tutto questo distanzia molto la Pubblica amministrazione dall’universo magistratuale. Perché questa discrasia?
«Essendo un potere autonomo e indipendente, è la magistratura stessa a dover preoccuparsi di strutturare un sistema che consenta alla categoria di avere una valutazione attendibile e affidabile sul lavoro dei propri componenti. Oggi questo compito è assegnato al Csm. Peccato solo che questo sistema, così com’è, non funzioni, a causa della commistione, nel Csm, tra giudici e magistratura requirente. Il risultato è che ci sono più di mille persone che ogni anno finiscono in carcere senza avere commesso reati e il 99,5% dei magistrati che ricevono una valutazione positiva».
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In che modo la separazione delle carriere può contribuire a risolvere questo malfunzionamento?
«La separazione delle carriere risponde al fatto di avere una magistratura autonoma e indipendente, come recita l’articolo 104 della Costituzione. Oggi le carriere dei magistrati non sono ispirate da una corretta valutazione del loro operato, ma unicamente dall’appartenenza correntizia. Sono quindi sorpreso che i sostenitori del No dicano che la riforma minerebbe l’indipendenza della magistratura. È vero esattamente il contrario. È il sistema attuale a minare alla radice il dettato costituzionale».
Il tema del merito era stato già affrontato con la riforma Cartabia, che introduceva una forma di valutazione delle performance. Quella misura fu poi accantonata nel tentativo di ammorbidire la posizione dei magistrati. Il sistema merita nuove misure di valutazione?
«Quello che proponiamo ai cittadini con questo referendum crea le condizioni affinché ci possa essere una corretta valutazione dei magistrati e questi meccanismi di valutazione non siano più inquinati dall’appartenenza a questa o a quella corrente. A questo proposito, vorrei aggiungere che trovo imbarazzante l’argomentazione dei sostenitori del No a proposito del sorteggio».
Si riferisce all’obiezione per cui il sorteggio conferirebbe troppo potere a magistrati che potrebbero non avere la giusta preparazione?
«Sì. Ma a chi usa questo argomento vorrei ricordare che i magistrati sono chiamati a decidere della nostra vita e della nostra libertà. Se sono preparati a privarci della nostra libertà, come è possibile che non lo siano per valutare la performance dei loro colleghi?».
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Non pensa che il governo abbia sbagliato a presentare talvolta la riforma come una resa dei conti con la magistratura, invece che come qualcosa che riguarda il rapporto tra potere giudiziario e cittadino?
«Credo che da parte nostra ci sia stato il massimo impegno per raccontare nel merito i contenuti della riforma. Ogni cittadino capisce benissimo che se il giudice è parente professionale del pubblico ministero, allora non c’è equidistanza tra la magistratura requirente e la difesa. La separazione delle carriere è funzionale al perfezionamento di quel triangolo isoscele che vede nel vertice il giudice, con pm e difesa equidistanti. Abbiamo anche spiegato che l’appartenenza di accusa e giudice alla stessa famiglia professionale deriva dall’ordinamento fascista, che noi vogliamo superare».
Ritiene che il fronte del No nel suo complesso sia andato oltre il contenuto della riforma?
«Lo ha fatto perché in difficoltà nel contrastarne il merito. Voglio ricordare che insigni rappresentanti della sinistra sposano le ragioni del Sì. Mentre altrettanti, che fino a ieri erano favorevoli alla separazione delle carriere, ora hanno cambiato idea. Questo con la speranza di dare una spallata al governo».
Temete che questa politicizzazione del dibattito sulla riforma possa compattare il fronte anti-governo?
«I cittadini hanno perfettamente capito che questo è un tema che riguarda tutti. Confesso che all’inizio della campagna referendaria temevo che la sensibilità sui temi della giustizia appartenesse solo a chi dalla giustizia è stato toccato. Ma quando inizi a raccontare ai cittadini quello che può capitare a chiunque, allora la sensibilità e l’interesse sul tema aumentano. Per questo sono convinto che ci sia stata una presa di coscienza dei cittadini sul fatto che non sia un sì o un no al governo. In ogni caso, se malauguratamente dovesse vincere il no – cosa che non credo accadrà – non c’è nessuna ragione per cui il governo debba essere messo in discussione, visto che quello italiano è il governo più solido in Europa».
Da Mani Pulite in poi la magistratura ha avuto una sorta di delega surrettizia dal popolo attraverso un rapporto fiduciario. Ora, in vista del referendum, ha assunto la fisionomia di un partito politico e alla delega informale che aveva prima potrebbe aggiungersi una delega formale, visto che le toghe sono scese in piazza e hanno chiesto il voto ai cittadini. Se vince il No rischia di configurarsi una rappresentanza parallela a quella parlamentare?
«C’è questo rischio. È chiaro che una parte di magistratura non vede l’ora di poter consolidare un ruolo di influenza politica fino al punto di sostituirsi alla politica stessa. È quello che è successo proprio a partire da Tangentopoli, quando la magistratura ha occupato ben volentieri il vuoto lasciato dalla politica. Così facendo, ha assunto posture che nulla hanno a che vedere con il ruolo che la Costituzione le assegna. L’opposizione di alcuni magistrati è proprio dovuta al fatto che la riforma farebbe tornare la magistratura al proprio ruolo: quello di applicare la legge e non di fare politica. Ma ho come l’impressione che a molti magistrati piaccia farsi invitare in televisione a parlare di politica e a fare campagna elettorale. Non è questo il loro mestiere. Il loro mestiere è studiare le carte dei processi. I magistrati “star” tradiscono la loro etica professionale, mentre quelli che apprezzo di più – e che, va detto, sono la maggioranza – sono proprio coloro che nel silenzio del loro studio fanno il proprio mestiere».
Pensa quindi che la vittoria del Sì possa offrire l’opportunità di riconfigurare la figura del magistrato?
«Il 24 marzo, dopo la vittoria del Sì, festeggeremo l’autonomia della magistratura. Questo vorrà dire una magistratura con cui lavorare, affinché il nostro sistema di giustizia sia riconosciuto come giusto dai cittadini italiani e l’Italia sia vista dagli investitori stranieri come un luogo in cui investire. La vittoria del Sì ci consentirà quindi di confermare la nostra fiducia a un ordine, qual è la magistratura, che svolge un mestiere complicatissimo e delicato».



















