13 Marzo 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

13 Mar, 2026

Referendum, Vietti: «Siamo al tifo da stadio. Magistrati riscoprano la cultura del limite»

Michele Vietti

Sul referendum sulla riforma della giustizia l’ex vicepresidente del Csm Michele Vietti denuncia la polarizzazione del dibattito: «Siamo al tifo da stadio. I magistrati riscoprano la cultura del limite»


La polarizzazione del dibattito pubblico non sta rendendo di certo un buon servizio agli elettori che, il 22 e 23 marzo prossimi, saranno chiamati a esprimersi sulla riforma della giustizia. Tanto che la gran parte di quegli stessi elettori ignora, presumibilmente, i contenuti esatti delle norme oggetto del referendum confermativo.

Michele Vietti, in passato vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura e parlamentare centrista, vede chiaramente questo pericolo al pari di altri fenomeni preoccupanti. «Reazioni drammatiche» quando qualcuno tenta di modificare la Costituzione, la possibilità che la vittoria del No cristallizzi lo status quo. Magistrati che sembrano aver smarrito «la cultura del limite» in relazione al ruolo istituzionale e alla necessaria continenza verbale. Troppi casi di malagiustizia che alimentano lo scetticismo dell’opinione pubblica verso le toghe.

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Come giudica il livello del dibattito sul referendum sulla riforma della giustizia?

«Più che a un dibattito assistiamo ad un tifo da stadio tra opposte curve. È vero che lo schema referendario è di suo manicheo, perché si riduce ad un sì o ad un no, senza distinguo e gradazioni. Tuttavia questo non può togliere spazio al ragionamento, ai dubbi e alle sfumature, perché nessuna soluzione è immune da limiti e difetti e non la si può trasformare nella verità assoluta».

Crede che gli elettori abbiano capito la reale portata della riforma? Sotto quali aspetti essa può migliorare l’amministrazione della giustizia in Italia?

«Temo che i contenuti della riforma siano ignoti ai più. Non si tratta in realtà di una “riforma della giustizia” perché immaginarlo porterebbe inevitabilmente a delusioni. È una riforma dell’ordinamento della magistratura e del suo organo di governo autonomo. Anche se intervenire sulle carriere, sul Consiglio superiore e sulla disciplina può incidere indirettamente sulla distribuzione dei poteri tra i diversi centri decisionali e perciò, in un’ultima analisi, sulla funzionalità del sistema».

Il fronte del No paventa il rischio, in caso di vittoria del Sì, di una magistratura asservita alla politica. Poi si parla della possibile sottrazione del controllo della polizia giudiziaria ai magistrati e della possibile introduzione di nuovi criteri per l’esercizio dell’azione penale. Si tratta di pericoli reali e concreti o siamo ormai alla post-verità?

«Ogni volta che si ipotizza di toccare la Costituzione le reazioni si fanno drammatiche. Occorrerebbe ricordare il monito di Meuccio Ruini secondo cui la Costituzione dura perché si può cambiare. Il nuovo articolo 104 della Carta costituzionalizza il ruolo del pubblico ministero come componente dell’ordine magistratuale “autonomo e indipendente”. Non mi pare ci sia spazio per una soggezione all’Esecutivo. Semmai vedo un pericolo opposto. Un Consiglio superiore di soli pubblici ministeri, per di più estratti a sorte, non rischia di diventare una corporazione autoreferenziale, che si colloca al di fuori di ogni controllo e di ogni mediazione? Rischieremmo una vera e propria eterogenesi dei fini, che forse si sarebbe potuta evitare immaginando due distinte sezioni dello stesso Csm. Quanto al controllo della polizia giudiziaria e ai criteri dell’esercizio dell’azione penale, fanno parte di un diverso piano e comporterebbero una radicale modifica dell’attuale sistema processuale. Comunque nella riforma non ci sono e non si può fare il processo alle intenzioni».

Eminenti personalità di sinistra – Barbera, Pellegrino e Ceccanti – si sono schierate a favore del Sì ritenendo di dover scindere il giudizio sulla riforma da quello sul governo Meloni. Eppure c’è il rischio che molti elettori esprimano un voto sul governo e non sulla riforma: che cosa comporterebbe una simile circostanza?

VIDEO – Il voto che può mutare il magistrato in un politico

«Conviene tenere distinto il quesito referendario dal referendum sul Governo. Non c’è dubbio però che ogni volta la inevitabile politicizzazione della consultazione rischia il transfer dei Sì e dei No dalla riforma a chi la propone. Mi preoccupa sia che con l’eventuale vittoria dei Sì il governo incassi un salvacondotto generale, sia che quella dei No induca ad una definitiva cristallizzazione dello status quo, del tipo “tutto va bene, Madama la Marchesa”. Il che non è».

I toni della campagna elettorale sono stati piuttosto alti. Affermazioni come quelle di Gratteri, secondo il quale per il Sì voteranno massoni e mafiosi e che nelle scorse ore ha di fatti minacciato il Foglio, che tipo di fotografia restituiscono?

«I magistrati oltre alla cultura della giurisdizione dovrebbero coltivare la “cultura del limite”. E questo non solo nel concepire il proprio ruolo istituzionale ma anche nel praticare una severa continenza verbale».

Giusy Bartolozzi, capo di gabinetto del ministro Carlo Nordio, ha parlato di plotone di esecuzione: è questa la magistratura italiana, un plotone di esecuzione o una casta? Se sì, che cosa la fa apparire tale? Anm e Csm sono parte del problema?

«Quelle espressioni fanno il paio con quelle sopra le righe dell’altro fronte e non credo che né le une né le altre giovino al proprio schieramento. La percezione del ruolo dei magistrati è spesso negativa, anche perché è difficile che i tifosi amino l’arbitro. Tuttavia attacchi scomposti finiscono per restituire all’arbitro una maggior fiducia. Non c’è dubbio che i troppi casi di malagiustizia inducano nell’opinione pubblica un atteggiamento di scetticismo verso l’eccesso di protagonismo, soprattutto di alcuni pubblici ministeri che talora fanno shakespearianamente “molto rumore per nulla”. Ciò non può far dimenticare i tanti magistrati che silenziosamente fanno il proprio dovere e garantiscono la pacifica convivenza dei cittadini».

Di sicuro sorprende il fatto che, a fronte di un numero crescente di ingiuste detenzioni ed errori giudiziari, il numero dei magistrati sanzionati dal Csm resti esiguo. Che cosa può cambiare con un Csm sorteggiato e l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare?

«Occorre ricordare che il Consiglio superiore è il destinatario e non il promotore dell’azione disciplinare, la quale deve partire dal Ministro o dal Procuratore generale. La valutazione sulle sue percentuali di condanna è opinabile. Comunque condivido l’opportunità di separare il giudizio disciplinare, che appartiene a tutti gli effetti alla giurisdizione, dall’attività amministrativa del Csm. Certo, avrei preferito anche qui una selezione dei giudici disciplinari diversa dal sorteggio e l’attribuzione di una competenza non solo sulla magistratura ordinaria ma su tutte le magistrature».

Certo è che la cultura garantista stenta a farsi largo in Italia: perché e come rimediare?

«Nonostante la riforma del codice di procedura penale e dell’articolo 111 della Costituzione, persiste una concezione antica che vede anche nel giudice, non solo nel pubblico ministero, l’incarnazione della pretesa punitiva dello Stato. La terzietà del giudice è invece quella che lo deve finalizzare all’accertamento della verità a tutela del cittadino. La separazione della carriere dovrebbe proprio evitare che l’ideologia della repressione contagi anche il giudice, esaltandone il differente dna. Gira in questi giorni sui social una vignetta che rappresenta i tre protagonisti di un’udienza in toga: il giudice (un gatto), che ha davanti pubblico ministero (anche lui gatto) e un avvocato (un topo), chiede a quest’ultimo se qualcosa lo imbarazza».

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