Le vicende di Alberto Stasi e Andrea Sempio, rispettivamente condannato e indagato per l’omicidio di Chiara Poggi avvenuto a Garlasco nel 2017, dimostrano quanto sia urgente un recupero del principio del ragionevole dubbio da parte della giustizia italiana
Andrea Sempio dovrebbe essere interrogato dai pm di Pavia il prossimo 6 maggio. Il condizionale è d’obbligo, visto che un anno fa il 38enne preferì disertare il confronto con i magistrati e stavolta potrebbe legittimamente avvalersi della facoltà di non rispondere. Certo è che ora Sempio risulta indagato per l’omicidio di Chiara Poggi a 19 anni di distanza dai fatti. E altrettanto certo è che Alberto Stasi, condannato in via definitiva per il delitto, ha quasi finito di scontare i 16 anni di carcere inflittigli dalla Cassazione e adesso punta alla revisione del processo.
Una fisiologica dialettica giudiziaria?
Qualcuno dirà che il caso Garlasco rientra nella fisiologica dialettica giudiziaria, in cui le ricostruzioni cristallizzate in una sentenza possono essere – e nei fatti sono – ribaltate da successive indagini e pronunce di segno diverso. E che, proprio per il fatto di mettere in discussione i risultati conseguiti al termine di ben cinque gradi di giudizio come quelli affrontati da Stasi, il sistema è perfettamente in grado correggere i propri (presunti) errori. E, ancora, che quello stesso sistema non necessita di alcuna riforma, men che meno di un intervento come quello proposto dal governo Meloni e bocciato dal corpo elettorale poco più di un mese fa.
Le storture del sistema
Ma è accettabile un sistema che infligge 16 anni di carcere a chi, come Stasi, era stato precedentemente assolto con formula piena in due gradi di giudizio? Ancora, è accettabile un sistema che, per liberare un probabile innocente finito in cella, si appresta a processare un’altra persona a 19 anni di distanza dai fatti? È accettabile, infine, un sistema capace sì di emendarsi, ma in tempi biblici e facendo strame di vite, carriere, famiglie e patrimoni? La risposta non può che essere negativa e richiama la necessità di profonde riforme, oltre che di una rivoluzione culturale che riporti il principio del ragionevole dubbio al centro dell’esercizio della giurisdizione.
L’inappellabilità delle sentenze di assoluzione
Il tema centrale, dunque, è quello dell’inappellabilità delle sentenze di assoluzione. Un valore che, esattamente vent’anni or sono e quindi prima che Chiara Poggi venisse uccisa nella villetta di Garlasco, il governo Berlusconi tentò di affermare attraverso la legge Pecorella. L’Anm e la solita canea giustizialista si scagliarono contro il testo, ritenendolo contrario ai principi del giusto processo e utile soltanto a mettere al riparo il presidente del Consiglio dagli strali della magistratura. E, alla fine, la Corte Costituzionale lo bocciò ritenendo che determinasse uno squilibrio tra la pubblica accusa, per la quale il potere di impugnare veniva soppresso, e l’imputato, al quale quello stesso potere veniva invece confermato.
Le riforme Cartabia e Nordio
Nei decenni successivi il legislatore non ha avuto la forza né il coraggio di riprendere il percorso tracciato dalla legge Pecorella che, se accolto, avrebbe impedito a persone come Stasi di essere condannate in via definitiva nonostante le due precedenti sentenze di assoluzione piena. Nel 2022, infatti, la riforma Cartabia si è limitata a sancire l’inappellabilità delle sentenze di proscioglimento e di non luogo a procedere per reati puniti con la pena pecuniaria o alternativa. Due anni più tardi, la riforma Nordio ha configurato come inappellabili le sentenze di assoluzione di primo grado per i reati meno gravi, escludendola ancora per quelli di maggiore allarme sociale.
Il valore del ragionevole dubbio
Eppure l’inappellabilità delle sentenze di assoluzione sarebbe lo strumento più liberale, garantista ed efficace non solo per scongiurare vicende come quella di Stasi, ma soprattutto per restituire dignità al principio del ragionevole dubbio che oggi sembra lontano dai radar della magistratura e del legislatore. Nel primo caso, la conferma arriva ancora una volta dal delitto di Garlasco. Nel 2015, infatti, Stasi fu condannato in via definitiva dalla Cassazione al termine del processo bis: segno che il criterio che impone al giudice di pronunciare una sentenza di condanna soltanto a fronte di una certezza processuale assoluta e la presunzione di innocenza non risiedono in Piazza Cavour.
La narrazione distorta
Sotto il secondo aspetto, invece, la prova è la narrazione distorta che il governo Meloni ha alimentato durante la campagna per il referendum sulla riforma della giustizia. A dicembre scorso, in occasione di Atreju, la presidente del Consiglio ha esortato i sostenitori a votare Sì per evitare il ripetersi di «vergogne come il caso Garlasco». Come se l’approvazione della riforma fosse in grado di prevenire automaticamente gli errori giudiziari e di determinare una valutazione più severa dell’operato dei magistrati.
La necessità di un giudice terzo
Più corretto e aderente alla realtà, invece, sarebbe stato sostenere la necessità della riforma nella prospettiva di un giudice effettivamente terzo, cioè del tutto indifferente all’esito del processo. Un magistrato, in altre parole, che consideri apprezzabile tanto una sentenza di assoluzione, nel caso in cui le evidenze processuali non consentano di riconoscere la responsabilità penale dell’imputato, quanto una di condanna, pronunciata sempre e comunque al di là di ogni ragionevole dubbio.
Accantonare indizi e suggestioni
E allora è questo il percorso che magistratura e politica dovrebbero intraprendere alla luce dell’evoluzione del caso Garlasco. Un sistema penale effettivamente garantista non può e non deve avere come unico obiettivo quello di trovare un colpevole da dare in pasto all’opinione pubblica, come avvenuto nel caso di Stasi e come rischia di accadere in quello di Sempio. Perché, se è vero che la giustizia non è un sentimento ma una tecnica, una condanna può discendere non da indizi e suggestioni ma da verifiche serrate e riscontri precisi: gli unici in grado di condurre il magistrato al di là di ogni ragionevole dubbio.


















