All’Altravoce il colonnello Giorgio Orio Stirpe parla dei rischi, per Trump, dovuti all’assenza di obiettivi chiari in Iran
«Gli Usa non hanno una visione chiara sul piano militare. La pianificazione oculata degli obiettivi da colpire si fa prima di sferrare l’attacco, anche in base alle direttive politiche della leadership. Ma qui manca una visione, c’è l’idea di attaccare per attaccare». Giorgio Orio Stirpe, colonnello della riserva dell’esercito italiano in congedo e analista militare, non è tenero con la Casa Bianca. «Nei primi quattro giorni – ricorda – gli Usa hanno colpito i radar, la difesa aerea, poi la difesa contraerea e la marina, infine ha decapitato la leadership».
E poi?
«Poi c’è stato l’attacco ai sistemi di lancio che permettono di colpire Israele. Per lo Stato ebraico è una priorità. Ma fatto questo bisognava passare a qualche obiettivo strategico, come il regime change o lo scenario venezuelano, o tattico, come eliminare la capacità di produzione dei missili a lungo raggio e il piano di ricerca nucleare. Non vedo una campagna aerea coerente con nessuno di questi scenari, bensì pensata per distruggere il più possibile».
Quali sono i rapporti di forza? Quanto possono durare i due belligeranti?
«È un conflitto asimmetrico. La forza militare degli Usa è enorme, ma l’opinione pubblica non ha voglia di fare sacrifici. L’Iran ha pochissimi mezzi, ma ha un regime votato al martirio. L’autonomia degli Usa è limitata, quella dell’Iran è infinita. Ha senso attaccare solo se si può ottenere qualcosa: gli americani possono ridurre l’Iran a un deserto, ma senza ricavarne nulla».
Le risorse militari iraniane si stanno esaurendo? Missili e nucleare possono essere eliminati?
«Le capacità militari complessive sono degradate, ma quelle che consentono al regime di restare al potere no: i pasdaran sono una fanteria leggera armata di fucili che non elimini con i bombardamenti. Coerente con se stesso, Israele cerca di distruggere i missili a lunga gittata: l’80% è già distrutto, con un’altra settimana di attacchi i missili saranno tutti distrutti. Inoltre, colpire l’industria del petrolio garantisce a Israele l’impossibilità di ricostruire l’arsenale. Viceversa, l’industria nucleare non è ancora stata attaccata in profondità: forse si riservano di farlo più avanti oppure, dopo l’attacco dell’anno scorso, hanno capito che di più non si può fare».
Il Segretario della difesa Usa Pete Hegseth dice che molti obiettivi sono stati raggiunti. Per esempio sono state abbattute molte navi iraniane: ma erano davvero pericolose?
«Neanche più di tanto. Questa campagna incontra i desiderata di Israele, non dell’America. L’azione militare è efficace, ma fine a se stessa. Quando gli Usa ne avranno abbastanza dichiareranno vittoria e andranno via. Israele ha un piano strategico con specifici traguardi: la distruzione dei lanciatori di missili, dell’industria missilistica e dei depositi di missili. Vorrebbe anche eliminare la capacità nucleare, ma questo dipende dagli Usa. Bibi ha manovrato Trump per fare ciò che serviva a lui».
Gli Usa stanno spostando dotazioni militari dalla Corea del Sud: ma così non lasciano scoperto l’indo-pacifico?
«Sì, gli Usa stanno trasferendo la CAAD (Combined Air and Missile Defense), un sistema di difesa aerea e missilistica a contrasto della minaccia balistica: un sistema costoso ma non idoneo. È un’azione contraria alla politica dichiarata di Trump: indebolisce il fronte strategico principale. Ma le cose non sono andate come pensava lui e i paesi del Golfo sono insoddisfatti. Anche se le capacità militari più sofisticate dell’Iran vengono distrutte, ciò non pone al sicuro i paesi del Golfo perché possono essere colpiti da armi meno sofisticate come i droni, armi contro cui gli americani si scoprono inefficaci. Ecco perché i paesi del Golfo si devono rivolgere all’Europa».
L’Iran minaccia di disporre mine nello Stretto di Hormuz, ma le forze statunitensi hanno già distrutto 16 posamine iraniani.
«Gli Usa possono affondare fino all’ultima imbarcazione, ma Hormuz è troppo stretto. Il blocco non lo fanno con le navi, ma con pasdaran, droni leggeri e lanciatori molto piccoli dalla spiaggia. Senza occupare la costa gli Usa non possono impedirlo. Se poi ci sono le mine i termini si allungano. Per fortuna all’Iran non conviene perché vuole ricominciare a esportare petrolio».
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Che tipo di guerra è sul piano tecnologico?
«Gli americani la combattono solo ad altissimo livello. L’Iran adotta pure armi di bassissimo livello, come i droni: sono meno vulnerabili, gli Usa non riescono a colpirli. Sono come le formiche: le schiacci e ne arrivano di più».
È per questo che gli obiettivi Usa nel Golfo sono stati colpiti facilmente?
«Quegli obiettivi sono protetti contro missili sofisticati, non contro i droni. Non colpisci uno sciame di 20 droni con quattro missili che pure costano 100 milioni di dollari. Per questo adesso gli Usa si rivolgono all’Ucraina».
Grazie alla guerra il regime può aumentare la stretta sull’opposizione?
«Il paradosso è che se distruggi l’industria petrolifera anche gli oppositori del regime non sono contenti. Per assurdo, gli Usa rischiano di rinforzare il regime».
Qual è il ruolo militare di Russia e Cina in questo conflitto?
«Molto limitato. Possono solo fornire dati satellitari, ma all’Iran ormai servono poco perché non ha più la capacità di colpire. Russia e Cina sono impotenti: contano meno di noi europei».
L’aumento del prezzo del petrolio avvantaggia la Russia e danneggia la Cina?
«Esatto. Ma la guerra durerà al massimo un mese, quindi è un vantaggio assai limitato nel tempo».
Perché secondo lei la guerra durerà solo un mese?
«Gli Usa non possono mantenere a lungo questo ritmo di consumo di armi sofisticate. O raggiungono un obiettivo o semplicemente decideranno di smettere e diranno che hanno vinto. Gli americani possono permettersi di smettere quando vogliono, non sono come i contendenti in Ucraina».
L’Europa può avere un ruolo militare in questo conflitto? E l’Italia? Ci sarà un’accelerazione della produzione per la difesa?
«In questo conflitto non ci sarà un ruolo. Ma i paesi arabi chiedono all’Europa di garantire sistemi di difesa contro missili a corta gittata e contro i droni. Diciamo la verità: il ministro Guido Crosetto è stato beccato lì mentre parlava di queste cose. Ci sarà certamente una accelerazione della produzione bellica di qualità».
Il conflitto in Ucraina sembra perdere visibilità, ma Kiev è diventata un punto di riferimento per la guerra tecnologica. E l’Europa che fa?
«In realtà, c’è sempre più integrazione militare ormai tra Europa e Ucraina. L’Europa ha imparato più dell’America dal conflitto ucraino. Resta il problema dei missili Patriot che servono per fermare i missili a lunga gittata che gli Usa stanno consumando in misura esagerata in Iran. Finora li vendevano alla Nato che li cedeva gratis all’Ucraina. Purtroppo l’Europa ancora non riesce a produrli, ci vorrà tempo. È questo il problema vero che impatta sull’Ucraina».
Brett Stephens del New York Times suggerisce a Trump di impadronirsi dell’isola di Kharg e di minare o bloccare i porti iraniani rimanenti…
«L’assalto anfibio all’isola di Kharg, da cui passa il 90% del petrolio iraniano, fisicamente si può fare. Ma è l’obiettivo meglio difeso di tutto l’Iran: gli Stati Uniti vincerebbero ma subendo molte perdite. Non vedo Trump pronto a giustificare in patria queste perdite, nell’anno delle elezioni di midterm».
Quali altri scenari vede? L’Iran può diventare una trappola per gli Usa?
«Sarebbe più efficace attaccare le isolette nello Stretto di Hormuz che ne garantirebbero il controllo e la liberazione. Un’altra operazione potrebbe essere l’occupazione limitata del terreno al fine di neutralizzare il nucleare presente nei sotterranei: dopo la distruzione compiuta a mano, il sito verrebbe poi abbandonato. Ma sarebbe comunque un’azione molto pericolosa. Resta una certezza: gli Usa non possono restare impantanati. Possono sganciarsi quando vogliono, poi arriverà la giustificazione politica. E sappiamo che Trump è molto bravo a rivendere le sue azioni all’elettorato».


















