16 Marzo 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

16 Mar, 2026

Mine a Hormuz, la minaccia che può paralizzare il Golfo

Nel Golfo Persico, uno dei punti più strategici del commercio energetico mondiale, poche centinaia di mine potrebbero bastare per paralizzare lo Stretto di Hormuz.


Silenziose, difficilmente rintracciabili e indiscriminate. Le mine navali sono da sempre sistemi d’arma poco appariscenti ma estremamente efficaci se impiegate nel modo giusto. Nonostante questa loro innegabile efficacia, testimoniata da centinaia di operazioni del passato, in ambito navale quello delle mine è spesso stato un settore sottovalutato. E anche i padroni indiscussi degli oceani, gli Stati Uniti, hanno seguito negli ultimi decenni questa strada. Dimenticando quanto le mine possano essere rilevanti nella guerra navale moderna, specialmente in un contesto operativo near the coast come quello del Golfo Persico.

La crisi dei cacciamine americani

Quando si parla di navi cacciamine la marina americana, come in molti altri settori strategici, naviga infatti in pessime acque. La storica classe Avenger, famosa in tutto il mondo per i suoi scafi in legno capaci di passare inosservati vicino alle moderne mine magnetiche, conta oggi solo quattro unità, tutte regolarmente dispiegate in Giappone. Con il ritiro dal servizio della Sentry, della Devastator, della Dextrous e della Gladiator, avvenuto a settembre 2025, la marina ha perso metà delle sue capacità di contrasto alla minaccia delle mine navali.

In caso di operazioni estensive di posa di mine nello Stretto di Hormuz da parte iraniana, che secondo i media americani si sono limitati per ora a schierare solo poche mine, gli Stati Uniti avrebbero ben poche risorse da dislocare nell’area per rimuovere rapidamente gli ordigni. E anche con l’eventuale supporto di alleati la rapidità di tali operazioni resterebbe comunque limitata, visto che le cacciamine sono unità navali piuttosto rare in tutto il mondo e in via di ritiro dal servizio pressoché ovunque. Per essere sostituite da mezzi autonomi, certo, ma non prima di diversi anni in numeri utili.

Il rischio di bloccare il Golfo Persico

La mossa di Teheran, in questo contesto, potrebbe dunque avere ripercussioni enormi e bloccare il Golfo Persico per mesi. Tutto ciò, è evidente, devasterebbe il settore dell’export energetico mediorientale, causando danni a catena in tutto il mondo. Proprio in un’area dove transita una quota enorme del commercio energetico globale, la minaccia delle mine navali nello Stretto di Hormuz potrebbe trasformarsi rapidamente in una crisi economica internazionale.

Proprio a causa della gravità di queste operazioni per tutta la comunità internazionale, l’Iran ha sempre tentato di evitare questo tipo di manovre, ricorrendovi solo in situazioni di estremo pericolo, come nelle fasi finali della guerra con l’Iraq. E lo stato attuale del Paese, in guerra da più di dieci giorni contro due rivali molto più potenti e con metà delle città devastate dai bombardamenti, è forse persino peggiore di quello in cui versava a quei tempi. Scelte azzardate come la chiusura tramite mine navali nello Stretto di Hormuz sono oggi, dunque, nell’ordine del possibile.

Posare mine è più facile che rimuoverle

Sul piano dei mezzi, il vantaggio è del resto tutto iraniano. Posare le mine navali , in fin dei conti, è molto più semplice che rimuoverle e può esser fatto con moltissimi mezzi diversi, da unità navali di grande stazza specializzate a piccoli barchini difficili da rintracciare, e in tempo relativamente breve.

Nel cuore della notte del 6 maggio 1943, in piena Seconda guerra mondiale, i cacciatorpediniere posamine americani Gamble, Breese e Preble riuscirono a posare non meno di 250 mine in soli 17 minuti nello Stretto di Blackett, tra le isole di Kolombangara e Kohhingo, nelle isole Salomone. Mine che poco dopo affondarono il cacciatorpediniere giapponese Kuroshio e che danneggiarono altri due dei veloci mezzi giapponesi, l’Oyashio e il Kagero.

I barchini e la guerra asimmetrica

Anche senza mezzi specializzati come i tre cacciatorpediniere citati, l’Iran è noto che disponga di un’enorme disponibilità di barchini e piccoli mezzi ausiliari da impiegare in operazioni di questo tipo. E che possa farlo con relativa tranquillità, contando sulla scarsa rilevabilità di queste unità e sulla confusione dovuta al conflitto. In uno scenario simile, la posa di mine navali nello Stretto di Hormuz potrebbe avvenire rapidamente e con difficoltà limitate per chi la mette in atto.

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In mare, ma questo è un discorso che vale per ogni contesto bellico, distruggere è molto più difficile che costruire. Posare qualche centinaio di mine navali può richiedere poche ore; bonificare uno stretto strategico come quello di Hormuz può richiedere settimane o mesi e costare miliardi. Ed è proprio questa asimmetria che rende le mine navali, ancora oggi, una delle armi più semplici e allo stesso tempo più destabilizzanti dell’intero arsenale marittimo. Non a caso potrebbero diventare l’asso nella manica di un Iran che sembra ormai deciso a giocare fino all’ultima mano una partita sempre più esistenziale.

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