Le azioni senza precedenti degli Usa e di Trump spingono l’Iran a reagire con tattiche estreme. Segnando un nuovo e pericoloso equilibrio globale che mette in crisi le regole internazionali
«Non abbiamo iniziato noi questa guerra». L’esordio – paradossale – del segretario della Guerra americano Pete Hegseth incarna in poche battute tutte le contraddizioni della guerra con l’Iran. Nonostante la repressione spietata, le persecuzioni, il sostegno a numerosi gruppi estremisti e fanatici. Nonostante tutto questo, resta il dato di fatto di una guerra che l’Iran non ha iniziato.
Può sembrare un dato formale, perché la storia in fin dei conti la scrivono i vincitori, eppure è il sintomo di una questione molto più ampia. L’America inizia una guerra negando di averlo fatto perché sa che sotto quella questione stilistica si nasconde una questione che travalica la politica. Per secoli infatti il mondo è stato retto da quello che in gergo viene chiamato “il sistema basato sulle regole”. Una serie di norme comunemente riconosciute alla base dei rapporti tra le diverse collettività più o meno statuali.
Può sembrare un dato formale, perché la storia in fin dei conti la scrivono i vincitori, eppure è il sintomo di una questione molto più ampia. L’America inizia una guerra negando di averlo fatto perché sa che sotto quella questione stilistica si nasconde una questione che travalica la politica. Per secoli infatti il mondo è stato retto da quello che in gergo viene chiamato “il sistema basato sulle regole”. Una serie di norme comunemente riconosciute alla base dei rapporti tra le diverse collettività più o meno statuali.
La radice di queste norme (prima religiosa, poi morale, quindi politica) e la loro estensione è mutata nel tempo e nello spazio. Ma senza perdere quel ruolo di “cappello” comune delle grandi comunità umane. Al punto da teorizzare proprio quel tirannicidio oggi impiegato contro Alì Khamenei quale punizione per i potenti che violavano le regole non scritte dei rapporti sociali e internazionali. Mai però tale sistema era stato messo così in crisi come negli ultimi mesi.
Le azioni statunitensi del 2026
Dall’inizio del 2026 infatti il governo degli Stati Uniti ha commesso una serie di azioni che soltanto il passaporto del suo autore rende complicato stabilirne la gravità. Il rapimento di un presidente straniero e di sua moglie, blocchi navali non autorizzati, cannoneggiamenti contro imbarcazioni civili. Bombardamenti senza dichiarazioni di guerra, minacce di annessione rivolte contro un Paese alleato. L’assassinio di leader stranieri con le loro famiglie, intavolare false trattative con lo scopo di realizzare impuniti un attacco a sorpresa.
E mentre (Groenlandia a parte) l’identità riprovevole dei regimi anti-americani vittime di Trump ha reso tali gesta meno dissonanti con i valori occidentali, il disastro rischia di essere dietro l’angolo. Non è, bisogna essere chiari, una questione (solo) di forma, ma di metodo e di opportunità, dunque squisitamente politica.
Molti diranno che non c’è nulla di nuovo e citeranno, con buona ragione, tonnellate su tonnellate di precedenti storici a sostegno della loro asserzione. Eppure c’è qualcosa di spaventosamente nuovo nelle modalità con cui Trump ha deciso di attaccare l’Iran. Prendiamo come esempio il caso dell’invasione dell’Iraq: l’allora presidente George W. Bush condusse quell’aggressione armata senza alcun mandato internazionale e mentendo sulle ragioni dell’invasione, eppure si premurò comunque di costruire un caso credibile a sostegno della propria causa.
Le differenze con l’Iraq
Washington radunò attorno a sé una “coalizione dei volenterosi” che, pur senza mandato Onu, assommava a sé quasi un quarto del globo. Il governo americano sostenne un’intensa campagna, durata quasi due anni, per convincere la popolazione e la comunità internazionale delle ragioni dell’intervento. Successivamente si premurò di ottenere dal Congresso l’autorizzazione ad attaccare.
Oggi non c’è nulla di tutto questo. Il famigerato “manufactured consensus” (il “consenso costruito ad hoc”) di Dick Cheney, l’architetto dell’invasione irachena, è completamente assente nella dinamica trumpiana. Che pone persino la base del tycoon di fronte al fatto compiuto di una guerra che in gran parte non voleva e non ricercava. E che potrebbe anche non essere l’ultima, anzi.
Il caos come principio
Al di là del carattere delle gesta di Trump e del giudizio morale su di esse, c’è un aspetto pratico: attaccando l’Iran con queste modalità, gli Stati Uniti non hanno solo creato un precedente che potrebbe indurre altre nazioni a ricorrere alla forza bruta per perseguire i propri interessi. Il problema non è l’emulazione ma il principio di un caos che da fattore si fa sistema. Ciò che stiamo vedendo in Medio Oriente in queste ore non ne è che l’assaggio. Trump non ha rispettato le regole comuni di ingaggio. L’Iran ha deciso di fare altrettanto, attaccando senza freni tutti i Paesi della regione, bombardando città neutrali, silurando navi commerciali e sparando missili contro centri civili.
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Il messaggio è chiaro: se l’Iran deve cadere, allora anche la stabilità della regione cadrà con esso. Adottando tattiche proprie della guerra totale, il tycoon ha forse messo l’avversario all’angolo ma lo ha anche indotto a reagire con ferocia senza precedenti. «L’Iran non ha più niente da perdere», ha spiegato ieri il ministro della Difesa Guido Crosetto. Se il tuo nemico ti attacca senza regole, allora vale anche l’ipotesi di contrattaccare secondo lo stesso non-schema. Creando così un paradossale “sistema basato sulle non-regole”.
Il rischio di escalation globale
Se oggi la pioggia di missili di rappresaglia investe le pacifiche città del Golfo non è detto che domani non tocchi a Tokyo o alle grandi capitali europee. C’è però il rischio che l’America acceleri su questa strada. Non era mai capitato che in meno di due mesi scarsi gli Stati Uniti scatenassero due crisi militari così gravi come quella venezuelana e quella iraniana. Trump stesso ha detto di essersi sentito incoraggiato dal successo contro Caracas a tentare il rilancio contro Teheran. A Washington i fan del presidente già discutono quale Paese sarà il prossimo: Cuba? Corea del Nord? Russia? Cina?
«Sono come un rullo compressore», ha scherzato il tycoon con alcuni collaboratori. Ma come il caso iraniano dimostra, ad azione corrisponde reazione e i nemici degli Stati Uniti non resteranno a guardare: se con metodi brutali e senza scrupoli saranno messi alle strette, la tentazione di rispondere scatenando il caos sarà forte. E allora, per tirare il freno a mano e invocare il ritorno alle regole comuni potrebbe essere semplicemente troppo tardi.





















