15 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

3 Mar, 2026

Il generale Poletti: «Se salta la deterrenza Nato, salta l’ordine globale»

Il generale della Guardia di Finanza ed esperto di intelligence Paolo Poletti

Per il generale ed esperto di intelligence Paolo Poletti, la crisi tra Iran e Stati Uniti mette alla prova la deterrenza Nato e la credibilità occidentale. In gioco non c’è solo Teheran, ma la tenuta dell’ordine globale


«La vera posta in gioco non è solo il nucleare iraniano o la sopravvivenza di un regime. È la credibilità della deterrenza occidentale (Nato) sia militare che politica e la tenuta dell’ordine internazionale. Se questa crisi si trasforma in un conflitto strutturale, avremo un Medio Oriente più instabile, mercati energetici più vulnerabili e un sistema globale ancora più frammentato.

La domanda non è chi vince il primo round, ma chi sarà in grado di governare il dopo». Il generale della Guardia di Finanza Paolo Poletti, dal 2009 al 2017 vicedirettore delle nostre agenzie d’intelligence, è oggi direttore del master per analista di intelligence alla università Link di Roma.

LEGGI Senza mandato, senza regole: l’attacco di Trump riscrive l’ordine mondiale

Eravamo ancora in una fase di colloqui sul nucleare. Era necessario l’attacco?

«Eravamo in una fase negoziale fragile, lontana da un accordo. Politicamente è in ballo il bene più prezioso, la credibilità. Per Israele il problema non è mai stato soltanto l’arricchimento dell’uranio, ma l’intero sistema di deterrenza iraniano: missili, proxy regionali, capacità di pressione multilivello. Per Washington, dopo settimane di ultimatum, accettare un compromesso sarebbe stato un arretramento. L’attacco è stato percepito come l’unico modo per uscire da un’impasse reputazionale. Ma uscire da un’impasse non equivale a risolvere il problema».

Impasse reputazionale, cioè?

«Nelle crisi che coinvolgono Washington la reputazione è parte della strategia. Quando un ultimatum viene ripetuto pubblicamente, arretrare può essere percepito come un cedimento strutturale. La lezione storica – ben documentata anche nei Pentagon Papers ai tempi della guerra del Vietnam – è che nelle fasi di impasse la volontà di preservare credibilità può spingere a prolungare un conflitto oltre le logiche probabilità di successo. La percezione, in questi casi, diventa una variabile strategica a tutti gli effetti».

Allora c’era Nixon, oggi Trump. Quali sono i reali obiettivi di questa guerra?

«Se l’obiettivo fosse stato esclusivamente bloccare il nucleare, l’azione si sarebbe concentrata sulle infrastrutture tecniche. Qui si è colpito anche il vertice politico-militare. Questo segnala uno spostamento dal contenimento alla destabilizzazione del sistema».

Quindi il regime-change.

«Il regime chance è evocato da una parte dell’establishment americano, ma è un obiettivo troppo complesso per essere ottenuto con un’operazione aerea. Rimuovere un vertice significa garantire una transizione stabile. In Iran il nodo centrale è il rapporto tra clero e Guardia Rivoluzionaria. Senza il consenso – o almeno la neutralità – dei Pasdaran, nessuna transizione può reggere. In Iran non esiste oggi un’opposizione interna sufficientemente strutturata da poter assumere rapidamente la guida del Paese. Senza un centro politico credibile, il rischio è la competizione tra apparati e fazioni. Il tentativo di indebolire il regime potrebbe aprire una fase di frammentazione imprevedibile».

Detto più semplicemente il caos, l’allargamento del fronte della guerra. Possibile un’operazione di guerra a questo livello senza avere un piano per il dopo?

«Allo stato non è dato sapere se questo piano esista. Perciò definirei questo attacco una scommessa».

72 ore, due settimane, due mesi di guerra. Quanto durerà? Si rischia la guerra totale?

«La finestra delle 72 ore è già superata. Due settimane sono plausibili come ciclo di ritorsioni controllate, soprattutto se entrambe le parti cercano di dimostrare forza senza superare la soglia di guerra totale. Il vero rischio è il ciclo dei due mesi: se l’obiettivo resta ambiguo tra deterrenza e regime change, la durata si allunga. Trump parla di quattro settimane, anche Washington sta ragionando su un conflitto non istantaneo. La variabile decisiva qui è anche politica e valuta il consenso interno negli Usa per sostenere un’escalation prolungata».

Che ruolo avranno i Paesi del Golfo?

«I Paesi del Golfo non vogliono una guerra lunga. Negli ultimi anni hanno cercato un equilibrio tra Stati Uniti, Israele e Iran. Ora sono esposti. Non diventeranno alleati del mondo sciita, ma nemmeno vogliono essere trascinati in un conflitto totale. Piuttosto va evidenziata la posizione ambigua dell’Arabia Saudita che insiste sulla soluzione diplomatica ma avrebbe fatto pressioni sugli Usa per un’ azione militare più decisa contro Teheran».

E i proxy, cioè Hezbollah libanesi, milizie sciite irachene, Houthi yemeniti e Hamas a Gaza?

«Restano lo strumento principale per una escalation indiretta. Se Teheran vuole colpire senza affrontare direttamente gli Usa, userà quelle reti. Ma quale controllo ci sarà su queste strutture in una fase di successione?».

LEGGI La fine del tiranno non basta: l’Occidente davanti all’Iran

Russia e Cina saranno vittime o beneficiarie?

«La Russia potrebbe beneficiare indirettamente di un rialzo non transitorio di petrolio e gas. Mosca finanzia la propria economia di guerra in larga parte attraverso le rendite energetiche. Prezzi più alti alleggerirebbero la pressione sul suo bilancio. La Cina ha un interesse opposto: stabilità dei flussi energetici dal Golfo. Non vuole una chiusura di Hormuz. Entrambe osservano la possibile erosione di credibilità della posizione americana ma non hanno interesse a una guerra regionale fuori controllo».

Possibili conseguenze sul fronte ucraino?

«Un rialzo energetico favorisce la Russia e complica il quadro ucraino. Se l’attenzione strategica occidentale si sposta sul Medio Oriente, il conflitto ucraino rischia di perdere priorità politica e mediatica».

Perché Washington non ha avvisato gli alleati NATO?

«In operazioni ad alto rischio, la condivisione è spesso ristretta per ragioni operative. Politicamente questo crea frizioni. Se la crisi diventa regionale, gli alleati non possono essere semplici spettatori informati a posteriori. La questione è politica: quanto l’Alleanza è realmente coesa nelle scelte strategiche?».

LEGGI Iran, quarto giorno di guerra, Teheran attacca: colpite basi Usa nel Golfo. Israele in Libano

Verrebbe da dire che non lo sia affatto.

«Purtroppo gli Usa attuali non apprezzano, non si fidano, di un approccio multilaterale alle crisi. Restiamo alle cose da fare. Trump sta parlando di quattro settimane di durata che vuol dire un mese e si fa presto arrivare a due. A questo punto il problema è strategico ed è necessario coordinarci. Con l’Alleanza Atlantica, ovviamente».

Pare evidente a questo punto che il “ponte” Roma-Washington sia stato un miraggio…

«L’Italia resta un alleato affidabile, ma non è – e non è mai stata – un decisore strategico nelle operazioni ad alta intensità americana. Parlare di “ponte privilegiato” può essere utile sul piano politico, ma nelle scelte militari di questa portata Washington decide in un perimetro molto ristretto. Quindi, il punto vero non è se Roma sia stata informata ma se ha una strategia propria visto che ha un interesse diretto alla stabilità del Mediterraneo e delle rotte energetiche. Il peso diplomatico si misura nella capacità di prevenire le crisi, non nel reagire quando sono già esplose».

Anche l’Europa non è stata avvisata.

«Il problema non è l’avviso formale ma il ruolo politico. Se l’Europa vuole contare, deve incidere prima della decisione, non dopo».

Quasi duemila militari italiani tra Libano, Iraq e Palestina. Sarà necessario rafforzare quelle missioni?

«Dobbiamo metterle in sicurezza. Le nostre forze sono lì per stabilizzare, non per combattere».

E poi c’è il caso italiano. Il governo sta gestendo un doppio choc: un attacco militare in una regione a noi vicina senza saperlo; il mistero del ministro Crosetto a Dubai in piena guerra.

«La presenza di un ministro in un’area ad alta tensione richiede un coordinamento istituzionale rigoroso. Se l’attacco non era ritenuto imminente, il problema è di come venga valutato il rischio. Se invece segnali c’erano, la questione è informativa».

Ovvero?

«Ovvero come agenzie d’intelligence, ambasciate, ministeri abbiano valutato il rischio e come circolino le informazioni. In ogni caso, è un tema di sicurezza e responsabilità interna che merita chiarimenti istituzionali. Qui è in gioco la credibilità del sistema. Un ministro, se adeguatamente informato, non può assumersi questo rischio».

Anche l’Unione europea sembra ai margini. Cosa deve fare Bruxelles?

«La Ue non dispone di leva militare decisiva, ma ha leva diplomatica ed economica. Deve insistere su de-escalation, tutela delle rotte energetiche e riapertura di canali negoziali. Aggiungo che la vera sfida per Bruxelles è la coerenza: non si può invocare il diritto internazionale solo quando conviene».

Come per Russia-Ucraina?

«Appunto. La credibilità europea passa dalla capacità di mantenere una linea costante, anche quando le pressioni politiche sono divergenti».

Una voce delle notizie: da oggi sempre con te!

Accedi a contenuti esclusivi

Potrebbe interessarti

Le rubriche

Mimì

Sport

Primo piano

Nessun risultato

La pagina richiesta non è stata trovata. Affina la tua ricerca, o utilizza la barra di navigazione qui sopra per trovare il post.

EDICOLA