L’ex ministro e deputato di Fratelli d’Italia Gianfranco Rotondi commenta la conferenza di ultradestra alla Camera, il futuro di Roberto Vannacci nella Lega e le sfide del centrodestra in vista delle elezioni del 2027.
Scegliere la Camera come sede della conferenza stampa sulla remigrazione è stato un errore. Così come sarebbe un errore la fuoriuscita di Roberto Vannacci dalla Lega, circostanza che finirebbe per avvantaggiare il centrosinistra. Ne è convinto Gianfranco Rotondi, parlamentare democristiano di lungo corso, ex ministro e oggi deputato di Fratelli d’Italia.
Onorevole, ha destato scalpore la conferenza dell’ultradestra organizzata alla Camera dal suo collega leghista Domenico Furgiuele: che cosa ne pensa?
«Tutte le opinioni meritano di essere espresse, anche quelle estreme. Naturalmente, però, i luoghi istituzionali parlano. Quindi al collega che ha promosso l’iniziativa avrei suggerito di non utilizzare la struttura della Camera perché le polemiche che sgorgano da simili gesti sono più dannose di un contributo di idee che potrebbe essere innocuo. D’altra parte CasaPound non è un’organizzazione fuorilegge, anzi spesso promuove iniziative di beneficenza. Bisogna andarci piano con la tendenza a criminalizzare cose che, se spinte fuori dal sistema, possono fare molto male alla democrazia».
Furgiuele è uno dei leghisti pronti a confluire nel nuovo partito di Roberto Vannacci. Che impatto avrà questa vicenda sul centrodestra?
«Non conosco Vannacci. L’ho incontrato solo una volta al ristorante, per caso. In quella circostanza, la persona mi è sembrata molto diversa dal personaggio. Mi ha detto, e non era una battuta, di essere democristiano come me e di aver votato per la Dc. Quindi Vannacci non nasce estremista di destra. Magari ha preso gusto nell’accarezzare il pelo alla bestia e presto scoprirà quanto quella bestia sia pericolosa. Ovviamente non lo farà, ma se Vannacci mi chiedesse consiglio gli direi di rimanere dove è stato eletto perché questa è sempre una garanzia di affidabilità verso gli elettori. Io pure ho una corda lunghissima rispetto a Fratelli d’Italia, partito all’interno del quale rappresento la Dc, ma mi guardo bene dall’allontanarmi dal gruppo che mi esprime elettoralmente. Riassumendo: corda lunga, libertà piena, ma lealtà nei rapporti politici».
Quindi Vannacci farebbe bene a rimanere nella Lega?
«Certo. Se facesse il contrario, perderebbe di credibilità e sarebbe costretto ad accarezzare una bestia che può essere molto pericolosa anche per lui. Bisogna che Vannacci sia persuaso che le sue idee, anche provocatorie e pungenti, possono trovare ancora espressione nella Lega e che tutta la coalizione considera il suo contributo importante e rispettato. Non c’è bisogno che si costruisca un trono per parlare, perché nel centrodestra può farlo con libertà e autorevolezza».
Teme che un Vannacci fuori dalla Lega penalizzi il centrodestra?
«Vannacci è il vicesegretario di un partito che fa parte dell’alleanza che governa il Paese. Da lui mi aspetto che aiuti l’alleanza, non che la boicotti. Un suo addio alla Lega sarebbe un assist al centrosinistra, una sorta desistenza attiva. Perciò Vannacci è oggi l’unica risorsa del centrosinistra».
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Sembra che Meloni e Salvini, soprattutto sulla sicurezza, inseguano Vannacci per non perdere i voti dell’estrema destra: ne vale la pena?
«Quei voti sono un rivoletto trascurabile. La sicurezza non è una domanda dell’estrema destra, ma del Paese. E il ministro Piantedosi, con postura istituzionale e sorprendente intuito politico, sta dando le risposte che il Paese chiede. D’altro canto, non è stato Piantedosi a gettare Milano nel caos, ma la politica sbagliata del Comune».
Intanto Salvini insiste per lo scudo penale ai poliziotti. È questa la risposta alla domanda di sicurezza?
«Lo scudo è una provocazione. Non sarebbe costituzionale, quindi parliamo di cose che si possono fare».
Non c’è il pericolo, dunque, che Meloni e Salvini inseguano Vannacci?
«È un pericolo che non vedo. Meloni ha mostrato di collocare questa esperienza di governo nelle coordinate degli “ismi” democristiani: atlantismo, europeismo e solidarismo. Non è democristiana, ma le sue scelte sono in continuità con la storia d’Italia che, dal 1946 a oggi, è stata in gran parte democristiana. Quindi Meloni non diventerà Orban dalla sera alla mattina ma, anzi è destinata ad accentuare l’espansione del consenso di Fratelli d’Italia verso il centro e la sinistra moderata, non verso l’estrema destra».
A Meloni non converrebbe rompere con Salvini e Vannacci per allearsi con Calenda e Marattin?
«L’espansione al centro non è un’apertura a singoli personaggi, pur stimati e rispettabili, come Calenda e Marattin. È una politica. Meloni può direttamente dialogare con centro, liberali, socialisti e tutti quelli che si richiamano alle grandi culture politiche del Novecento».
Lei ha lanciato l’assemblea degli esterni alla Dc: il cattolicesimo ha ancora qualcosa da dire?
«Non lo so. Per questo ho promosso l’assemblea che è più di un congresso, perché non si limita a riunire alcuni amici, ma chiede un consiglio ai democristiani ovunque collocati. Infatti parteciperanno Pierluigi Castagnetti, che è nel Pd, e Giuseppe Conte, che si dichiara e io considero un democristiano. A tutti domandiamo: abbiamo ancora qualcosa da dire? Abbiamo ancora una missione, un programma, una parola d’ordine?».
Quindi dove si collocano i cattolici al giorno d’oggi?
«I cattolici non sono una categoria. Altra cosa è il cattolicesimo politico, un quinto Vangelo scritto da laici credenti in autonomia e che si annuncia con la trasversalità nella coerenza. E quindi si colloca sia nel centrodestra sia nel centrosinistra. Fatico a vederlo, sinceramente. Nel Pd non si batte colpo, i popolari non hanno dimostrato coerenza nemmeno sui valori non negoziabili. Nel centrodestra è evaporato tutto. Rimane questo mio faticoso nuotare in un mare che non è nostro».
Intanto il caso Vannacci blocca la riforma della legge elettorale…
«Spero di no, perché non si fa una legge elettorale in base alle convenienze del momento. Anche qui offro un suggerimento non richiesto: punterei sul sistema tedesco, proporzionale puro con sbarramento al 5%».
Questo, però, impedirebbe l’avvicinamento al centrodestra di Calenda e Marattin che sarebbero interessati a uno sbarramento al 2%…
«No. Quando c’è una convergenza, le leggi elettorali si applicano. Lasciare una soglia bassa per favorire l’ingresso di un partito piccolo in Parlamento non ha senso. Meglio fare intese che includano quel partito. Intanto auguro al Parlamento e alla politica italiana di farcela. Altrimenti il Paese tornerà nel gorgo dei pareggi elettorali».
Condivide l’ipotesi di legge elettorale che circola?
«L’impostazione mi convince. L’abolizione dei collegi uninominali, col proporzionale, è scontata. Condivido il ritorno alle preferenze, sebbene a fare le liste siano pur sempre i partiti: anche nella Dc si approvavano le liste, si calcolavano i seggi contendibili in base ai sondaggi e si sceglievano candidati competitivi in numero coincidente con i seggi. L’indicazione del premier sulla scheda va bene, ma non mi impiccherei a questo principio: sono i voti a indicare il presidente del Consiglio».
Si avvicina il referendum sulla riforma della giustizia, lei è tra i promotori di un comitato centrista per il Sì. Perché questa riforma va sostenuta?
«Intanto perché è un atto del ministro della Giustizia al quale confermiamo la fiducia. Nel merito, noi parliamo di separazione delle carriere tra pm e giudici da anni e sarebbe sorprendente se ora cambiassimo idea. Ovviamente non basta questa riforma per avere una giustizia più equa e rapida, ma serve un maxi-concorso per reclutare un numero di magistrati sufficiente per smaltire il contenzioso che abbiamo in Italia».
Manca un anno alle elezioni del 2027: che cosa resta da fare?
«Bisogna ridurre ulteriormente la pressione fiscale. Finora abbiamo tenuto i conti in ordine, ora dobbiamo passare dalla tenuta alla crescita in modo tale da incoraggiare l’imprenditoria e attrarre investimenti esteri».



















