Il Tycoon si ritaglia un ambiente controllato, impermeabile al dissenso e senza contraddittorio
Il rapporto tra i social media e Donald Trump è una traiettoria inedita, perché innesta – dentro la “più grande democrazia del mondo” – la dinamica del ritorno della propaganda. Fatto quasi comico: i social li hanno inventati loro, gli americani. Li hanno pensati come album di famiglia in tempo reale, rubrica più stretta, compagnia più facile. Poi l’album è diventato palcoscenico: da social network a social media, cioè vetrina dove non si resta “solo in contatto”, ma entra in scena la realtà che si vuole narrare.
Il Tycoon come in un reality
Grimaldello polarizzante, oggi il social non chiede di ragionare, chiede di schierarsi. Mi piace o commento, o con noi o contro di noi. Una grammatica binaria che alle dittature piace cavalcare e che alle democrazie fa male senza che se ne accorgano. Ed è per questo che il caso Trump è affascinante: prima personaggio controverso, poi espulso, poi “redento” e rientrato dalla porta principale. Come in un reality dove in palio non c’è la nomination, ma la Casa Bianca.
Il canale coincide con il leader
Ma andiamo con ordine. Trump è stato il primo presidente a comportarsi sui social non come un politico che comunica, ma come un medium che trasmette. “You are the media now” è lo slogan, abbracciato anche da Elon Musk. Non esiste più un altrove – giornali, televisioni – che filtra: il canale coincide con il leader. Volto, gesto, discorsi, frasi brevi diventano informazione. Il confine tra emozione e politica si assottiglia. Paura e odio, soprattutto, perché veicoli virali per definizione.
Un’analisi sulle interazioni online rileva che i contenuti di Trump generavano, durante la campagna elettorale, un volume di reazioni quasi doppio rispetto a quelli di Joe Biden, e che la natura polemica e para-cospirazionista di molti post contribuiva ad amplificare ulteriormente l’engagement.
Sulla rete viaggia la teoria del complotto
In parallelo, la rete diventa incubatrice di una merce antica: la teoria del complotto. Emblematico il caso del “Pizzagate”, quando un uomo armato si presentò in una pizzeria convinto, dopo aver letto contenuti ed essersi radicalizzato online, che nel seminterrato di ogni pizzaiolo si nascondesse una setta di pedofili legata ai democratici.
Le teorie cospirative sono sempre esistite; i social ne hanno accelerato la diffusione, rendendole adattive, capaci di sopravvivere e rafforzarsi in nicchie che assumono la forma di comunità. In questo quadro Trump è un acceleratore. Il suo linguaggio – semplice, tagliente, totalizzante – coincide perfettamente con la fame algoritmica di interazioni rapide.
Quando YouTube, Facebook e Twitter hanno bannato Trump
Il 6 gennaio 2021 segna una frattura. L’assalto al Campidoglio con tanto di sciamano a stelle e strisce incrina definitivamente il mito della “piazza digitale” come spazio neutrale. YouTube, Facebook e Twitter bannano ed esiliano Trump, impedendogli l’accesso alla sfera pubblica online.
Quando tre aziende formalmente private possono spegnere, anche “a tempo indeterminato” nel caso di Twitter, il megafono del presidente uscente, la domanda diventa inevitabile: chi governa la libertà di espressione?
La risposta, però, è meno semplice di quanto sembri. È vero che le piattaforme sono soggetti privati, ma è che operano stabilmente dentro un perimetro politico e normativo statale, ne assorbono le pressioni, ne interpretano il clima. La cacciata di Trump avviene in un contesto segnato da un’emergenza istituzionale, da indagini federali in corso e dalla necessità, condivisa a livello politico, di evitare che la crisi degeneri.
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Truth Social, la risposta alla marginalizzazione
Su questo punto il dibattito si divide. Da una parte chi sostiene che l’intervento fosse necessario, perché le regole contro l’odio e l’incitamento alla violenza esistono proprio per situazioni simili e fino a quel momento erano state applicate con estrema cautela. Dall’altra chi avverte del rischio di consegnare a piattaforme private un potere eccessivo su spazi diventati essenziali per l’espressione politica globale. Paradossalmente, però, l’esclusione restituisce a Trump una nuova centralità: l’assenza diventa presenza, il silenzio diventa tema, il dibattito si sposta sul terreno del free speech.
È in questo spazio che nasce Truth Social che si pone come risposta politica a una marginalizzazione percepita come illegittima. Trump si ritaglia un ambiente controllato, impermeabile al dissenso, dove può continuare a parlare senza mediazioni e senza contraddittorio. Truth diventa così un luogo di produzione primaria del messaggio: ciò che viene pubblicato lì viene poi ripreso, commentato, rilanciato dai media mainstream, trasformando una piattaforma di nicchia in un generatore costante di agenda.
La comunicazione presidenziale diventa circolare
La dinamica è circolare. Trump parla a una base fidelizzata, i contenuti rimbalzano all’esterno, alimentano il dibattito pubblico e rientrano rafforzati nella comunità di origine. E nonostante numeri ridotti, Truth Social funziona.
L’esperienza, raccontata da chi vi accede, ha tratti straniante: contenuti immediatamente politici, immediatamente conservatori, immediatamente pro-Trump. Un’enorme macchina di propaganda nella quale gran parte del flusso nasce come risposta, commento o rilancio dei post del leader. Il centro è uno solo, e tutto ruota attorno a quello.
Segue un ulteriore passaggio chiave. Twitter cambia proprietà e cambia pelle. L’acquisto da parte di Elon Musk, dopo aver venduto 40 miliardi di azioni Tesla, viene letto come un fatto epocale perché trasforma la presunta “piazza 2.0”. In questo contesto Trump rientra da protagonista riammesso in un arco narrativo di redenzione.
Trump Media & Technology Group sbarca in Borsa
C’è infine un ultimo livello, che mostra come i social non siano soltanto comunicazione, ma anche economia. Trump Media & Technology Group, la società che controlla Truth Social, approda in borsa e viene letta da alcuni analisti come una “meme stock”: il valore oscilla non in base ai fondamentali o leggi economiche, ma al sentimento online, all’umore delle community, alle notizie – e ai meme – che riguardano Trump. In questo schema la viralità diventa di fatto un asset finanziario, la popolarità si traduce in volatilità.
Resta poi un elemento spesso sottovalutato: l’infrastruttura. I social funzionano al meglio quando il loro meccanismo scompare dalla vista, quando l’intreccio di software, regole e algoritmi appare naturale, immediato. È lì che si ha l’illusione di parlare liberamente mentre si attraversa un corridoio progettato da altri. E poiché le interazioni premiano ciò che divide, la politica finisce per adattarsi a quella logica, rincorrendo la paura come risorsa.
La propaganda politica torna con le notifiche
La traiettoria, a questo punto, è completa. L’uomo espulso dalle piattaforme rientra da due porte diverse: quella del social di parte, concepito come bunker identitario, e quella del social generalista trasformato in arena meno regolata. Intorno a lui, però, l’ecosistema apprende la lezione sbagliata. Perché il punto non è che Trump usa i social. Il punto è che i social, per come sono costruiti, chiedono un Trump che sia personaggio che vive di conflitto, che polarizza, che diventa la macchietta di se stesso.
In fondo, il caso Trump non è soltanto la storia di un politico e dei suoi account. È la storia di una democrazia che scopre troppo tardi che la propaganda non è tornata con i carri armati. È tornata con le notifiche.


















