11 Gennaio 2026

Direttore: Alessandro Barbano

11 Gen, 2026

Il caffè è un piacere, se non è un contentino

Eduardo De Filippo: il monologo del caffè. Da "Questi fantasmi"

La bevanda simbolo della socialità, scoperta dai pastori etiopi incuriositi dall’euforia delle loro caprette dopo aver mangiato certe foglie


“A riempire una stanza basta una caffettiera sul fuoco”, ha scritto Erri De Luca in “Tre cavalli”. Sembra davvero di sentire quell’aroma inconfondibile che la mattina dalla cucina si diffonde per la casa, offrendo una buona ragione per alzarsi.

Originario della regione etiopica di Kaffa, quel chicco bruno della pianta del caffè ha fatto il giro del mondo radicandosi nelle abitudini delle famiglie, dei gruppi e, in modo diverso, delle città. C’è anche una leggenda che racconta come fu scoperto, probabilmente nel Quattrocento: alcuni pastori etiopi si accorsero che le loro caprette, spesso attingevano erba e frutti di una pianta dalle larghe foglie verde scuro, e dopo un po’ saltellavano euforiche. Alla fine, spinti dalla curiosità, decisero di provare anche loro quelle piccole bacche. Il primo caffè arrivò in Italia nel 1570, grazie al commercio con l’Oriente, ma non si diffuse subito. La coltivazione in Europa non cominciò prima del Seicento.

I caffè come luoghi di socialità e cultura

Inizialmente, la bevanda fu consumata soprattutto nei “Caffè” e si diffuse anche per la proprietà di stimolare l’attenzione e la conversazione. Divenne un’usanza, uno stile di vita sociale: i caffè si moltiplicarono in Francia, in Austria, in Scandinavia. Un po’ meno in Inghilterra.

Il primo caffè pubblico italiano fu aperto a Venezia nel 1683. A Firenze, nel 1720, invece, nacque il primo caffè letterario, simbolo di cultura e di socialità. Ne nacque una generazione di intellettuali dediti alla politica e alle lettere, un vero e proprio fenomeno culturale. Qualche esempio?

A Milano un gruppo di illuministi guidati dai fratelli Verri fondò “Il Caffè” un giornale trimensile (termine ormai in disuso che indicava l’uscita di tre numeri al mese). Fu la voce del riformismo illuministico italiano, pubblicando “cose varie, cose disparatissime, cose inedite, cose fatte da diversi autori, cose tutte dirette alla pubblica utilità”. A Padova Stendhal era un frequentatore del caffè Pedrocchi.

“il pedrocchino”

Qui era stata inventato “il pedrocchino” un particolare caffè alla menta. Descrisse l’atmosfera di quel caffè nel romanzo “La Certosa di Parma”. Si dice che lo scrittore fosse stato anche accusato dai suoi detrattori di fare un uso smodato del caffè solo per essere una persona più vivace nel conversare. Una calunnia: non avrebbe mai potuto soffrendo di nevralgie, poiché quel caffè avrebbe aumentato la sua sofferenza.

Johann Sebastian Bach realizzò una piccola opera musicale dal titolo “Cantata del Caffè”. Protagonista è un padre che scopre la figlia bere il caffè e la rimprovera. La giovane non si arrende e lo convince a provare questa bevanda “più dolce di mille baci”. Il padre capitola. Del resto, anche Bach era un frequentatore del “Zimmermannsches Kaffeehaus” e probabilmente fu proprio quella caffetteria di Lipsia, dove spesso si esibiva, a ispirargli l’opera. Anche Jean Louis de Montesquieu, secondo il quale “il caffè ha la facoltà di indurre gli imbecilli ad agire assennatamente”, raccontò a un amico: “È diffusa a Parigi la voga del caffè. Nei locali dove è servito, i proprietari sanno come prepararlo perché scuota le menti di chi lo beve. Quando i clienti lasciano i caffè, tutti credono di essere diventati almeno quattro volte più intelligenti che al loro arrivo”. Napoleone non riusciva a farne a meno nonostante i suoi problemi di stomaco “il caffè forte mi risuscita”, diceva.

“Chic dà l’idea che si sia vissuto in Oriente”

Lo scrittore August Flaubert aveva inserito il sostantivo “Caffè” nel dizionario dei luoghi comuni per scrivere: “rende spiritosi. È buono solo se viene da Havre. Nelle cene di gala bisogna prenderlo in piedi ingoiarlo senza zucchero: è molto chic dà l’idea che si sia vissuto in Oriente”.

Luigi Galanti, autore nella seconda metà dell’Ottocento di una “Guida per Napoli i suoi costumi” scrisse che “i caffè sono in tutte le ore pieni di persone che ciarlano o che guardano chi passa Sono anche i luoghi di convegno per affari ma più ordinariamente sono alla dimora degli oziosi e degli sfaccendati. Vi si parlava di tutto, si giudicava tutto…”

Persino alcune riviste mediche dell’Ottocento avevano certificato che “il caffè anima le forze come fa la maggior parte dei motori del sistema nervoso” (Auguste Bouchardat chimico e medico francese). E Pellegrino Artusi, autore del celebre libro di ricette  “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene”, lo descrisse come “bevanda intellettuale”.

Il caffè nella vita e nell’immaginario napoletano

Quanto è lontana questa visione dalla nostra cultura del caffè, ormai radicato rito familiare (soprattutto a Napoli) e sociale (immancabile pausa durante il lavoro e momento di incontro e relax fra amici). Chi più di tutti ha cristallizzato nella cultura il mito del caffè sono due protagonisti indimenticabili Eduardo de Filippo e Pino Daniele.

Pino Daniele e Eduardo de Filippo

L’uno voce della tradizione di un rito, l’altro autore dell’amara riflessione su come la vita riesca a beffare anche un momento piacevole come quello di sorseggiare “ ’Na Tazzulella e’ caffè”. Un faccia a faccia fra due generazioni e un unico humus, quello partenopeo. E se per Massimo Troisi il caffè aumentava l’ansia ( “No grazie il caffè mi rende nervoso” film del 1982), per ragioni pubblicitarie Nino Manfredi, che napoletano non era, ne decantava le doti energetiche (più lo mandi giù e più ti tira su).

Eduardo de Filippo e il rito quotidiano

Ma  “A Napoli il caffè è affare serio. È il carburante indispensabile per sopportare i ritmi di una città frenetica nella quale è difficile orientarsi”. Chi fa quest’analisi è uno spagnolo: José Vicente Quirante Rives direttore dell’Istituto Cervantes di Napoli. E osserva che i vari bar “sparsi per la città sono oasi nelle quali rifugiarsi quando Napoli opprime (e Napoli spesso opprime) alla ricerca di un po’ di calore, di comprensione, di un sorriso, di forza per poter andare avanti.

Di simpatia, nel senso nobile e greco della comunione di sentimenti”. “Io, per esempio, a tutto rinuncerei, tranne a questa tazzina di caffè”. Memorabile il dialogo di Eduardo de Filippo in  “Questi fantasmi!” In quasi tutte le commedie di Eduardo De Filippo, la familiare tazzina fumante assume un ruolo centrale, un pretesto per una battuta, per un cambio di scena. Una pausa, come nella vita. A volte De Filippo l’utilizzava come metafora.

Il caffe di ‘Natale in casa Cupiello’

Qualcuno ricorderà anche la scena iniziale di “Natale in casa Cupiello”, quando, Concetta, la moglie del protagonista, Luca, cerca di convincere il marito a svegliarsi e gli porge una tazzina di caffè. Luca ne beve un sorso, fa una smorfia di disgusto ed esclama: “Concè … Che bella schifezza che hai fatto!…Tu si’ ‘na donna di casa e sai fare tante cose. Per esempio, ‘a frittata c’ ’a cipolla, come la fai tu non la sa fare nessuno. … Ma ‘o ccaffè non è cosa per te”.

Insomma, anche la preparazione del caffè ha il suo rito e in “Questi fantasmi”, De Filippo ne fece l’apologia: “A noialtri napoletani, toglierci questo poco di sfogo fuori al balcone… Io, per esempio, a tutto rinuncerei tranne a questa tazzina di caffè, presa tranquillamente qua, fuori al balcone, dopo quell’oretta di sonno che uno si è fatta dopo mangiato. E me la devo fare io stesso, con le mie mani. … Mia moglie non mi onora, queste cose non le capisce. E’ molto più giovane di me, sapete, e la nuova generazione ha perduto queste abitudini che, secondo me, sotto un certo punto di vista sono la poesia della vita; perché, oltre a farvi occupare il tempo, vi danno pure una certa serenità di spirito”.

La cuccumella e l’arte dell’attesa

Il protagonista dal balconcino di casa sua parlava con il suo dirimpettaio, il professore Santanna. Davanti a lui su una sedia c’è la “cuccumella”, antesignana della moka, forse la più popolare caffettiera mai esistita.

La inventò nel 1819 un francese, Morize: era formata da cinque elementi che si montavano a incastro. Fra questi il serbatoio della bevanda orientato verso il basso mentre sul fuoco l’acqua era messa a bollire. Poi rovesciato faceva scendere l’acqua bollente attraverso un piccolo imbuto pieno di caffè appena macinato, goccia a goccia. Questa caffettiera di rame nel capoluogo partenopeo fu appunto ribattezzata cuccumella.

E mentre Eduardo attendeva che il suo caffè fosse pronto commentava: “Neh, scusate chi mai potrebbe prepararmi un caffè come me lo preparo io, con lo stesso zelo… con la stessa cura. Capirete che, dovendo servire me stesso, seguo le vere esperienze e non trascuro niente… Sul becco… io ci metto questo coppitello di carta… perché il fumo denso del primo caffè che scorre, che poi e il più carico, non si disperde…”.

Canzoni, tradizione e denuncia sociale

Sul caffè partenopeo soprattutto quello fatto in casa, non si discute. Ispira persino canzoni. Riccardo Pazzaglia e Domenico Modugno nel 1958 lo celebrarono nella canzone ‘O Ccafè (“Ma ‘nu milione ‘e ggente ‘E Napule comm’a mme/ Nun vonno sape’ niente/ E campano Co ccafe’/Ah! che bello ‘o ccafe’!/ Sulo a Napule ‘o ssanno fa’/ E nisciuno se spiega pecche’ /E’ ‘na vera specialita’ ), ritornello ripreso dalla più moderna “don Rafe’” di Fabrizio de André (Ah che bell’ ‘o café / Pure in carcere ‘o sanno fa”).

A Peppino De Filippo e Luciano De Crescenzo, in tempi diversi, la descrizione di un altro costume partenopeo: il caffè sospeso. Peppino De Filippo affermò che  “Quando un napoletano è felice… ne paga due, uno per sé e uno per il cliente che viene dopo”. L’ingegnere e filosofo De Crescenzo vi dedicò persino un libro. Scrisse: “Il caffè è una sostanza che quando manca, si sente”, con quei sorsi “brevi, gustosi, ma capaci di salire nelle vicinanze del cervello e fargli un po’ di sano solletico”. Ma se per Giuseppe Verdi era  “il balsamo del cuore e dello spirito”, per il più amato di tutti, Pino Daniele, aveva a volte un gusto amaro. E questo a causa di chi offriva il caffè.  “’Na Tazzulella e Cafè” celebre canzone del 1977 fu un grido di denuncia di una società che ama promettere, ma poi si spartisce la ricchezza a danno dei più fragili (“E chiste, invece ‘e dà na mano, s’allisciano, se và ttono, se mà gnano ‘a città”).

Il caffè come metafora del contentino

Un artista coraggioso Pino che su una musica subito orecchiabile e allegra protestava contro quei politici che erano (e sono) abituati a confondere, a occultare la verità (“Na tazzulella ‘e cafè e maje niente ce fanno sapé”), riducendo tutto a un “beviamoci su”, “non fermiamoci ai problemi”. Così dietro al gesto conviviale del bere un caffè, si nascondono difficoltà, inganni (“S’aìzano ‘e palazze, fanno cose ‘e pazze, ce girano, ce avòtano, ce jéngono ‘e tasse”) e contraddizioni.

Il rito del caffè, insomma, a Napoli resta principalmente un costume familiare, per Pino Daniele che pure in altre canzoni ne esalta – come tutti i napoletani – il profumo e il gusto delle cose piacevoli. Ma sembra qualcosa del passato: “I’ nun m’arricordo cchiù/ Si stevemo bbuono/ Cu ll’addore d’o ccafè pe tutt’a casa/’O ssaje ancora nun m’è passato/E so’ parole o è fantasia/Oppure chesta è ‘a vita mia…”, cantava Daniele in “Gesù Gesù” nel 1988.

Quanta amarezza per questo grande osservatore e poeta dei tempi moderni. Vale più che mai la sua denuncia del 1977: non facciamoci fregare da chi finge di ascoltare problemi e poi con falsa amicizia ci offre un caffè, metafora del “contentino sociale”. “E nuje tirammo ‘nnanze, cu ‘e dulure ‘e panza e invece ‘e ce ajutà , ce abbòffano ‘e cafè”.

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