Il governo deve tenere conto delle intemperanze leghiste e soprattutto del legame con il presidente Usa
Mentre i piani di pace per l’Ucraina si alternano e si modificano di ora in ora, l’Europa cerca di presentarsi come un fronte comune pronto a esercitare pressioni sull’alleato americano. Con un’eccezione: l’Italia.
Mentre Roma ha espresso a più riprese il proprio sostegno a Kiev e ha inviato un funzionario di peso – l’ambasciatore Fabrizio Saggio, consigliere personale della premier Giorgia Meloni per la politica estera – ai colloqui euro-americani di Ginevra, l’Italia non ha preso parte alle dichiarazioni congiunte anglo-franco-tedesche degli ultimi giorni, preferendo giocare una partita a parte. Questo lavoro di distinguo ha due origini dal nome e cognome piuttosto noti. Il primo è Matteo Salvini. Il leader della Lega, storica anima filo-russa della coalizione di governo, dalla pubblicazione del piano Trump ha intensificato il suo pressing contro il sostegno militare all’Ucraina, motivato dai recenti casi di corruzione contro alti esponenti del governo di Kiev.
Ma se il vicepremier leghista non è nuovo a tali uscite, è l’idolo politico a cui il leader lombardo si ispita a esercitare probabilmente il maggior peso nelle esitazioni internazionali italiane: Donald Trump. Il presidente degli Stati Uniti non è soltanto il leader del principale alleato italiano e il punto di riferimento dell’atteggiamento tradizionalmente atlantista di Fratelli d’Italia, ma anche un partner politico fondamentale per Meloni e il suo schieramento politico.
L’atlantismo di Meloni
Non a caso, già in passato la premier si era distinta per aver posizionato l’Italia su una linea decisamente più incline a dare ragione al tycoon che non ai propri partner europei. Anche in questo caso, Roma è sembrata sgonfiare la controproposta europea consegnata alla Casa Bianca nel weekend.
«Il tema non è lavorare su una totale controproposta, ci sono molti punti condivisibili, ha senso lavorare sulla proposta che c’è», aveva detto la presidente del consiglio domenica, subito dopo aver sentito telefonicamente Trump ai margini della chiusura del G20 sudafricano (disertato dal tycoon). Insieme a lei il presidente finlandese Alexander Stubb, che avrebbe partecipato alla call con il capo di Stato americano.
Una scelta non casuale: il leader finlandese si è da tempo conquistato la fiducia dell’inquilino della Casa Bianca (una stima apparentemente guadagnata sui campi da golf, uno sport di cui entrambi sono molto appassionati) e assieme alla Meloni è stato spesso indicato come il “pontiere” tra i due lati dell’Atlantico.
Verosimile dunque che i due abbiano cercato di intestarsi una complicata mediazione tra le richieste americane di chiudere la guerra in Ucraina e il desiderio europeo di non buttare Kiev con l’acqua sporca.
Difficile che tale operazione sia avvenuta senza una copertura politica europea, anche perché Stubb (popolare) e Meloni (conservatrice) appartengono a due famiglie politiche continentali diverse.
Gira anche voce di una possibile missione a Washington dei due leader, subito dopo la conclusione oggi del vertice euro-africano in Angola in cui Meloni è ospite d’onore, con l’obiettivo di avvicinare il tycoon alle posizioni europee. Del resto, pur nei suoi distinguo dai partner europei, la premier era stata chiara nel presentarsi con una sostenitrice dell’Ucraina e come una scettica nei confronti della possibilità di un negoziato con Mosca.

«Il punto vero è che ad oggi la pressione ha portato massima disponibilità da parte dell’Ucraina, massima disponibilità da parte dell’Europa, zero disponibilità da parte della Russia. E quindi penso e continuo a dire ai miei interlocutori che di fronte a questa indisponibilità la pressione bisogna aumentarla […]. Io penso da tempo che Putin in buona sostanza non abbia una reale volontà di chiudere la guerra, di farlo in tempi brevi, penso che questo bluff si debba andare a vedere. Però sicuramente il modo migliore per vederlo è fare una proposta seria, sensata e metterla sul tavolo e capire chi ci sta e chi non ci sta», aveva chiarito Meloni cercando di trovare un non semplice equilibrio tra il proprio scetticismo e la necessità di definire «seria e sensata» la proposta di Washington.
La ricerca di una posizione autonoma
Gioco complesso, dal momento che se la Russia vuole solo la guerra allora negoziarci è chiaramente una sciocchezza, ma che ripropone il copione seguito dalla leader di Fratelli d’Italia nell’ultimo anno: da un lato proporsi come garante del posizionamento euro-atlantico italiano, anche contro le uscite della sua coalizione, dall’altro insistere nella ricerca di una propria peculiare posizione distaccata da quella del resto degli europei a costo di inseguire gli ondeggiamenti diplomatici trumpisti. Per il momento l’esito di questa operazione resta incerto.
Durante la riunione tra i leader europei a margine della conferenza Ue-Africa in Angola, la presidente del consiglio, Giorgia Meloni, ha evidenziato «l’apertura del Presidente Trump a un confronto con i partner sulla proposta del piano di pace in 28 punti presentato dall’amministrazione americana», sottolineando che Washington sarebbe pronta a modificare il proprio documento per rispondere ai rilievi dei propri partner.
«Gli sviluppi dei vertici per la risoluzione del conflitto in Ucraina evidenziano che non c’è una contrapposizione tra due piani di pace, statunitense ed europeo, ma c’è soltanto un lavoro di modifica e integrazione del piano proposto dagli Usa», ha insistito ieri l’eurodeputato Nicola Procaccini, capogruppo dei conservatori europei (il gruppo Ue di FdI).
Per il momento, però, Trump tiene le carte coperte e non svela la nuova bozza modificata. Difficile dunque capire se e quanta influenza la moral suasion europea, aperturismo meloniano incluso, sia stata in grado di ritagliarsi finora sul presidente americano. Ma se la partita resta aperta il tempo è agli sgoccioli. Nelle prossime settimane si vedrà se la mancata contrapposizione tra europei e americani sia una realtà o solo una pia illusione della coalizione di governo.












