1 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

1 Apr, 2026

Italia fuori dal Mondiale, Cucci: «Senza radici non torniamo più»

Italo Cucci

Dopo la terza esclusione consecutiva dal Mondiale, Italo Cucci indica la strada: meno stranieri, più vivai e un ritorno all’identità del calcio italiano


Identità, vivai, giovani. In una sola parola: radici. È da qui che il calcio italiano deve ripartire dopo che la Nazionale maschile è stata esclusa, per la terza volta di fila, dal Mondiale. A indicare la strada èItalo Cucci, oggi direttore editoriale dell’agenzia Italpress e firma di numerosi quotidiani, ma soprattutto memoria storica di quello che un tempo, per gli italiani, era lo sport più bello al mondo.

Direttore, si aspettava un simile epilogo?

«Quando finisci per giocarti un Mondiale contro Macedonia, Norvegia, Irlanda del Nord e Bosnia, vuol dire che il tuo livello è quello. Poi c’è da dire che le Nazionali minori hanno sempre creato problemi all’Italia. Non a caso, in vista della partita contro la Bosnia, ho rivissuto le sensazioni che provai nel 1982 a Vigo, quando l’Italia affrontò il Camerun. La Nazionale ha sempre affrontato certe avversarie con un senso di superiorità, di albagia. E anche stavolta lo ha pagato, perdendo giustamente».

La terza esclusione di fila da un Mondiale dimostra che nel “Sistema Calcio” c’è un problema: quale, secondo lei?

«Innanzitutto troppi stranieri. In passato fui tra quelli che si batterono per aprire il calcio italiano agli stranieri, arrivando a fare pressing su Giulio Andreotti affinché dalle nostre parti potessero approdare campioni come Falcao. Però non ho mai condiviso l’eccessivo numero di stranieri. Ricordo che Giampiero Boniperti, storico presidente della Juventus, contestava questa mia definizione e mi invitava a parlare di “calciatori provenienti da altre Federazioni”. Poi, con la sentenza Bosman, il calcio è diventato addirittura coloniale».

In che senso?

«Nel senso che gli stranieri, soprattutto africani, venivano smistati nel nostro campionato da agenti che li trattavano come operai di cui si ignoravano spesso la vera età e provenienza. Così il ruolo dei calciatori italiani è stato progressivamente ridimensionato. Tanto è vero che oggi i ruoli chiave in ciascuna squadra non sono quasi mai affidati ad atleti italiani. La Nazionale non ha più un campione, se non Gigi Donnarumma. E giovani di valore come Lorenzo Lucca e Francesco Camarda faticano molto per trovare spazio».

Non crede che sia colpa anche di normative che rendono l’acquisto di calciatori stranieri più conveniente degli investimenti sui vivai nazionali?

«Non c’è dubbio. Ma la colpa è soprattutto di “mercanti” che hanno fatto man bassa di giovani stranieri per piazzarli nelle varie squadre. Potrei citare tanti episodi in tal senso. Quando lavoravo al Resto del Carlino, a Bologna, ricordo che trovarono in un edificio sei o sette ragazzi africani in attesa di essere ingaggiati da qualche società. Poi ricordo un giovane senegalese, arrivato in Italia a bordo di un barcone col sogno di ripercorrere le gesta di Paolo Maldini. E sono stati proprio quei mercanti a stracciarsi le vesti quando Carlo Tavecchio, ex presidente della Federcalcio, pronunciò la famosa frase su Optì Pobà per denunciare l’eccessiva presenza di stranieri nel nostro campionato».

Eppure, nello stesso periodo in cui non si qualificava al Mondiale, l’Italia è riuscita a vincere l’Europeo in piena pandemia: semplice fortuna o capacità tutta italiana di trionfare nei momenti di crisi come era stato nel 1982, dopo lo scandalo Calcioscommesse, e nel 2006, dopo Calciopoli?

«È vero, l’Italia vince soltanto in tempi di crisi, quando trionfare sembra praticamente impossibile. Fatto sta che, oggi, la Nazionale non può vincere perché i migliori calciatori del nostro campionato non sono italiani».

Oltre le norme fiscali e l’eccessiva presenza di stranieri, la Nazionale deve fare i conti anche con le squadre di club che la considerano poco più di un impiccio: come si è arrivati a questo punto?

«Quando i presidenti delle squadre di club erano italiani, per la Nazionale c’era maggiore rispetto. Poi sono spariti i Moratti, gli Agnelli, i Dall’Ara. I Pozzo e i De Laurentiis sono le ultime famiglie italiane alla guida delle nostre squadre di club. Ma il vero problema è la mancanza di cultura ai vertici del calcio di casa nostra: sono convinto, per esempio, che in Federazione nessuno conosca Giorgio Vaccaro, figura chiave nell’organizzazione e nel successo del Mondiale del 1934. E questo mi fa pensare Jean-Paul Sartre, secondo il quale il calcio altro non è che una rappresentazione della vita».

Ecco, lei ha citato De Laurentiis che, sebbene italiano, è il capofila dei presidenti che detestano le Nazionali…

«De Laurentiis, che per me è un genio, è pur sempre partecipe del calcio business dei giorni nostri. Ma il primo a chiedere un indennizzo di 13 miliardi alla Federazione, dopo l’infortunio di Alessandro Nesta in una partita con la Nazionale, fu il presidente laziale Sergio Cragnotti. In quella circostanza nacque un costume che è tutt’oggi diffuso».

Riassumendo, la Nazionale di calcio sconta il venir meno dell’identità italiana?

«Gli italiani non si riconoscono più in una Serie A che è tutto tranne che italiana. Le televisioni hanno ridotto il campionato di calcio a uno spezzatino indigeribile. La Nazionale non gioca più di sabato ma di martedì o di giovedì, nel cuore della settimana lavorativa, segno dello scarso interesse che attualmente riscuote. In Paesi come Bosnia e Macedonia, invece, si lavora costantemente sull’identità nazionale. E, almeno a livello calcistico, i risultati si vedono».

La sensazione è che la Nazionale sia lo specchio di un’Italia non solo dalla debole identità, ma anche sostanzialmente recalcitrante davanti a ogni tentativo di riforma. Lo dimostra il piano stilato da Roberto Baggio che avrebbe potuto rilanciare il calcio italiano e invece è rimasto lettera morta.

«Quello stilato da Baggio era un piano piuttosto semplice, ma con interessanti contenuti che guardavano al futuro del calcio. Evidentemente quel dossier dava fastidio ai potenti e, davanti alla freddezza con cui fu accolto, Baggio fece un passo indietro, forse troppo rapidamente. Ecco, questo è uno dei problemi principali del calcio italiano: oggi, al suo interno, i contenuti sportivi sono piuttosto deboli. Poi non c’è da meravigliarsi se la Lega Calcio, un tempo sesta industria nazionale per fatturato, si riduce a gruppo di società fallite o semi-fallite e se la Nazionale non riesce a qualificarsi per il Mondiale per tre volte».

Negli altri sport, a quanto pare, non è così. E i risultati si vedono…

«Certo. Se Jannik Sinner e Lorenzo Musetti sono ai vertici del tennis mondiale, è perché Angelo Binaghi, presidente della Federazione del tennis, ha curato con attenzione i vivai. Se Andrea Kimi Antonelli vince in Formula Uno, è perché è stato scoperto da Gian Carlo Minardi quando era ancora un bambino ed è poi cresciuto nel vivaio della Mercedes. Stesso discorso per Marco Bezzecchi che, da buon romagnolo, è cresciuto in sella alla motocicletta. Sinner, Antonelli e Bezzecchi non vengono mica da Marte».

Quindi come si rilancia il calcio nazionale?

«Ritornando all’Italia e rinvigorendo il vivaio di Coverciano. Il che significa formare gli allenatori del futuro in casa propria, “pescare” commissari tecnici e giocatori nelle Nazionali minori, investire sui giovani di casa nostra prima che sugli stranieri».

Qualche nome dal quale ripartire?

«Alberto Bollini e Silvio Baldini, commissari tecnici rispettivamente della Nazionale Under 19 e dell’Under 21, sono competenti e preparati. E forse, se contro la Bosnia avessero giocato le Nazionali minori, l’Italia si sarebbe qualificata per il prossimo Mondiale. Penso soprattutto a Baldini che, dopo aver portato il Palermo dalla C alla B, si è scontrato con una proprietà che, invece di puntare subito alla Serie A, ha cominciato a parlare di programmazione e di crescita lenta. Risultato: Baldini è andato via e il Palermo è ancora in B. Al calcio non servono i piani quinquennali dell’Unione Sovietica, che dopo tre anni erano già falliti, ma le radici».

Una voce delle notizie: da oggi sempre con te!

Accedi a contenuti esclusivi

Potrebbe interessarti

Le rubriche

Mimì

Sport

Primo piano

Nessun risultato

La pagina richiesta non è stata trovata. Affina la tua ricerca, o utilizza la barra di navigazione qui sopra per trovare il post.

EDICOLA