Torna il campionato “spezzatino” dopo che Brignone, Lollobrigida e gli altri campioni olimpionici ci hanno fatto emozionare
Vi è piaciuto il luccichio dell’oro venuto dalla neve e del ghiaccio di questi Giochi sparpagliati, diffusi sul territorio sì ma anche sul libro cuore delle emozioni sportive? Vi è piaciuta questa prima settimana di Federica Brignone, la tigre di La Salle dopo la tigre di Cremona (per non dire, ai tempi di ri-Sandokan, della tigre della Malesia)? Di Francesca Lollobrigida, pronipote della Bersagliera che magari per i più giovani, quelli che non l’hanno conosciuta come l’ispiratrice del “maggiorata” (lo scandì Vittorio De Sica, avvocato togato de “Il processo di Frine” in “Altri Tempi” quando si chiese perché si assolvesse una minorata psichica e non una maggiorata fisica: l’aggettivo tracimò dal prorompente seno di Gina), adesso sarà la prozia di Francesca d’oro doppio (e chissà…)?
Emozioni forti
E poi vi sarà piaciuta Arianna Fontana che ha già raggiunto nel Pantheon dei medagliati olimpici il primo di sempre fra gli italiani, lo schermidore Edoardo Mangiarotti a quota 13 e s’annuncia il sorpasso. È solo un numero, una statistica alla quale si vuol dare un senso, come alla vita di Vasco, anche se un senso non ce l’ha, perché qualcuno aveva otto occasioni a Giochi (Phelps, per esempio, che però le sfruttava e faceva fruttare tutte e otto) altri una sola (Al Oerter, il discobolo che ne vinse quattro di fila); è solo un numero, ma ha una presa emotiva.
E quegli sport di cui ci accorgiamo (e vi accorgete) ogni quattro anni: il curling di pietra e scopetta, lo slittino per non dirne che due; o quegli altri che fanno l’occhiolino ai “ggiovani” in cerca di emozioni forti e di figure umane che si muovono come dentro un videogioco.
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La settimana passata e il fine settimana che viene
Sì, questa settimana olimpica vi (e ci) è piaciuta, e “keep calm” perché ce n’è un’altra, giacché questi Giochi in corso chiuderanno il 22 e ci saranno poi, stesso ghiaccio, stessa neve, le Paralimpiadi. Ma adesso torna il campionato e si precipita dall’oro al Var, nobiltà e miseria. Anche il calcio, come i Giochi nostri, è sparpagliato: lui nel tempo televisizzato ha una giornata che non dura un’ora e quaranta com’era quando si giocava in contemporanea (45+45+10 minuti d’intervallo), ma neppure 24 ore come un giorno normale, bensì 96 ore, cominciando il venerdì sera e concludendosi il lunedì notte.
E quel che propone al Var è succulento: Inter-Juve, che i “maestri” chiamano il derby d’Italia, e Napoli-Roma, che i nostalgici chiamano il derby del sole, come quando c’era il ciuccio a bordo campo. Non che ci manchino gli asini nel calcio d’oggi, in campo e fuori: ma quel ciuccio lì non era dei loro e ragliava senza bisogno di touchscreen.
Calciatori a favore di camera
Lo propone al Var perché mica contano più i calciatori che non saltano l’uomo ma che in campo hanno idealmente disegnate le stelle come sul palcoscenico, che indicano all’attore dove si deve piazzare a miglior fine di telecamera, perché è lì la posa che al Var renderà meglio; mica al pubblico che andrebbe in trasferta fino al Circolo Polare Artico e che invece non può andare dai vicini di regione giacché la sanzione anti-scemi che si aspettano in autostrada colpisce il santo e il peccatore; mica al fantozziano di “pizza, birra e rutto libero” né al renziano dei pop corn, giacché non tutti si possono permettere gli sparpagliati abbonamenti mensili né possono dedicare ogni sera alla partita anziché ad altri obblighi, coniugali e no; mica agli arbitri in carne ed ossa, quelli che dal campo sentivano messe in dubbio le virtù delle mogli o degli antenati.
Il Var che tutto vede
No: è il Var che vede, che guarda, che decide, ora in un senso ora in un altro, che, come le citate vita e statistica di sopra, un senso non ce l’ha. Perché se lo “step on foot” (non dite più pestone: sembrereste obsoleti, al minimo boomers) fa rigore o no è da lì che dipende, dalla Sala Lissone, che ha l’ultima parola, dimentico di una semplice verità, che il calcio è sport di contatto. E che saltare con le mani dietro la schiena non lo faceva neppure Dick Fosbury che pure inventò il salto di schiena (né lo faceva lei, la dolce Sara, la Simeoni che ci regalò Olimpiadi, primati del mondo e sogni che volavano nel blu dipinto d’oro e non di blu).
È il Var che doveva essere l’aiuto tecnologico all’arbitro, e che spesso “aiuta per la scesa” come si dice a Roma.
E che non è al servizio dell’arbitro stesso ma ha fatto una rovesciata migliore addirittura di quelle di McFratm. L’arbitro al suo servizio: a chiamata risponde, e in maggioranza risponde sì in questo calcio che ha trasformato la dinamica in statica, il movimento in stasi. I giocatori in attori che interpretano scene da “L’Esorcista”. Che poi Franchi e Ingrassia rivisitarono in “L’Esorciccio”. Speriamo non trasformino il calcio in parodia del.


















