La partita tra Como e Milan ha riproposto in Serie A il duello tra amanti del bel gioco e cultori del risultato: una “disputatio” che vede negli allenatori Cesc Fabregas e Massimiliano Allegri i due principali contendenti
Sosteneva Richard Phillips Feynman, scienziato americano tra quelli che parteciparono al “progetto Manhattan” e Nobel per la fisica nel 1965 (si tenne la medaglia, lui… e chissà se la Machado ha regalato a Trump anche l’assegno: improbabile…), che «la filosofia della scienza è utile agli scienziati più o meno quanto l’ornitologia lo è agli uccelli». E la filosofia del calcio, se ce n’è una sola, quanto mai potrà essere utile ai calciatori e, soprattutto, agli allenatori?
L’antica “disputatio”
Eppure l’antica “disputatio”, l’antenata del famigerato “segue dibattito” (corazzati di tutte le Potemkin, unitevi) e della più contemporanea “rap battle”, la spettacolare disputa tra rapper impegnati in “dissing” e “beef” sembra riproporsi sui campi di calcio, quelli lunghi 105 metri per 65 (o 66 se si sceglie il campo largo che però come s’è appena visto in quel di Como non dà la maggioranza… di gol). Abbiamo fatto 700 passaggi e loro 200, teneva il conto Fabregas: ma non è di passaggi che si vive e vince.
Fighettismo contro giochismo
È la disputa tra “giochisti” e “risultatisti”, fra quello che è stato ribattezzato il “fighettismo” alla Fabregas sull’onda di Guardiola, che si sta ricredendo, e quello che ormai ha l’etichetta del “corto muso”, che Max Allegri ha portato dall’ippica che seguiva ragazzo all’ippodromo dell’Ardenza a Livorno («ci andavo con la mi’ nonna», dichiarò) dove passava il tempo di libera uscita dal “gabbione” dei Bagni Pancaldi nel quale imparava il suo gioco, al calcio, e che poi dal suo calcio è diventato un modo di dire come la “zona Cesarini”.
I “giochisti”
I “giochisti” hanno dalla loro il supporto tecnologico del touch screen e dell’algoritmo, il falso nove e lo space attack che è un mix tra un gioco di strategia e un puzzle game: vorrebbero in campo l’Avatar (tranquilli: ve lo metteranno già per migliorar-peggiorare la “Var-gogna” ai prossimi mondiali) e in panchina il joystick.
I “risultatisti”
I “risultatisti” si appoggiano comunque a quell’antico sorridere che derivava da una “differenza”; che differenza c’è fra Trapattoni e Zeman? Che con otto gol il Trap ci fa 24 punti, Zdenko tre. Vecchie storie prima dei social e dei cuoricini, che, se infranti, diventano haters.
Como-Milan
La “disputatio” ha avuto il suo teatro più recente in Como-Milan 1-3, l’ultima delle quattro partite di Serie A che hanno recuperato lo smottamento in Arabia ed hanno chiuso il girone d’andata quando già è cominciato da un turno quello di ritorno: magie da palinsesto. È stato lì che i “risultatisti” hanno avuto ragione, se non buon gioco. Questo l’hanno avuto, come da copione, i dirimpettai, che senza Maignan in porta… Ma, come pensa e dice il Signor Ma, «anche il portiere è un giocatore della squadra».
Parlano i competenti
Dicono i competenti che se alla fine del primo tempo il Como fosse stato avanti 3 a 0 non avrebbe rubato niente. Ah, quel se! Perché c’è stato un altro tempo e tre tiri rossoneri, e dunque i tre gol del 3 a 1, uno dei tre su rigore, che stavolta c’era, pure dopo la vivisezione del Var e dei suoi cari e senza andare alla ricerca di un fallo antecedente, avvenuto a sfavore di Como, se avvenuto, ai tempi di Checco e Nina.
Gioco orizzontale o verticale?
C’è anche un altro modo di guardare la disputa: il gioco orizzontale o il gioco verticale? La costruzione dal basso, un passaggetto via l’altro, anche a toccare di prima, fino alla percussione nello spazio (se te lo lasciano: Allegri no, e Luka Modric ha l’intercetto incorporato) oppure quello spregiativamente chiamato “lancione”, che sa di viva il parroco e di quando ai bambini veniva insegnato il gioco e non lo schema? Qualcuno, l’altra sera in Spagna, ha contato le volte che Thibaut Courtois, portiere del Real Madrid, l’ha praticato: 34.
Le mosse di Guardiola
Qualcun altro ha scandagliato le ultime mosse di Pep Guardiola, perché è lui il più capace di introdurre novità nel calcio antico, lui che con le sue scelte e le sue direttive è sempre stato avanti, a Barcellona, a Monaco o a Manchester non solo ai rivali del momento ma anche al Guardiola che sarebbe venuto la stagione dopo. Quest’estate ha scelto per la porta Donnarumma, Gigio nostro che non saprà giocare con i piedi come ha pensato Luis Enrique, ma sa parare, e quest’ultima cosa sembra, a occhio, più importante per un portiere. E quest’inverno ha voluto Semenyo, un ghanese di Londra costato 72 milioni (sull’unghia, mica a babbo morto o a prestito in scadenza come è d’italico uso) che nel gioco verticale ha il suo habitat, e da quelle parti s’aggira pure tale Haaland…
Sarri ko
Intanto il “fighetto” Fabregas prosegue con il suo credo: sapete com’è venuto il gol ultrarapido del suo Como contro la Lazio all’89esimo secondo (e non minuto… come “quelli che il corto muso”)? Dopo 24 passaggi, un minuto e mezzo senza che un laziale sfiorasse il pallone se non con lo sguardo. E la Lazio è, con Sarri, della schiera dei “giochisti”, idea che però pratica assai meno ora che è scesa la qualità delle sue pedine. Sarà interessante vedere come fiorirà la primavera del City con il nuovo look. Tutti pronti al copia e incolla. Ed a cercare la “filosofia” che c’è dietro. Ma se, parafrasando e mettendo il giocare a pallone al posto del cantare, avesse avuto ragione Georges Brassens, poeta e cantautore francese: «Perché filosofare quando si può cantare?». Finché la palla Var…


















