Lo sport e la massoneria delle lettere. Brera, Minà, Clerici e Mura: i Quattro Gianni che hanno trasformato il giornalismo sportivo. Giuseppe Smorto racconta come è nato il suo libro dedicato ai menestrelli della nuova arte
Il romanzone “Underworld”, firmato da Don Delillo sul finire del secolo scorso, racconta una storia americana attraverso il percorso di una palla da baseball. Titoli come “Febbre a 90°” di Nick Hornby sono diventati anche un film. In Italia, la letteratura ha sempre snobbato lo sport e i suoi scrittori per una forma di supponenza che alla fine è diventata una grande rimozione: com’è possibile raccontare il Paese tenendo fuori un fenomeno gigantesco, che cattura e coinvolge ogni giorno milioni di persone?
La massoneria delle lettere
Va bene l’amore, la politica, i grandi temi del lavoro, il sesso: ma di sport, o di almeno di sport riconosciuto come storia degna di essere raccontata, molto poco. Nei programmi scolastici quasi non esiste, a parte forse quella poesia di Umberto Saba da imparare a memoria. Il portiere caduto alla difesa ultima vana contro terra cela la faccia, a non veder l’amara luce. Per il resto, l’educazione fisica le scienze motorie come materia cenerentola, la presunzione oscurantista di voler considerare la mente staccata dal corpo. La parola “sport” che entra nella nostra Costituzione solo nel 2023.

E io ho pensato anche a quella che Gianni Clerici (nella foto a sinistra) chiamava “La massoneria delle lettere” per raccontare i primi anni della storia del giornale “La Repubblica”, nato non a caso senza lo sport. Eugenio Scalfari, il Fondatore, lo annunciò in modo perentorio: «Non ci saranno fotografie, non ci saranno le cronache sportive». Ma presto capì che non funzionava.
I quattro Gianni: Brera, Clerici, Minà e Mura
Come solo i Grandi sanno fare, cambiò idea, fino a costruire una specie di nazionale del giornalismo sportivo. Persone chiamate a raccontare lo sport per raccontare la vita, come i Quattro Gianni: Brera, Clerici, Minà e Mura. E molti altri. Ci sono eventi che lo sport tocca, come fai a non raccontarli interpretandoli?
Per parlare di quegli anni, la finale di Coppa Davis in Cile nel ’76, con il sangue delle vittime di Pinochet sui marciapiedi, la campagna di boicottaggio in Italia, la vittoria sul campo. Oppure i Mondiali di Argentina del ’78, dove si parlava a voce bassa di persone scomparse, e solo un giornalista italiano ebbe il coraggio di fare ai militari una domanda in conferenza stampa.A Gianni Minà fu suggerito di partire il giorno dopo, perché l’aria si era fatta pesante. E poi ancora, il boicottaggio alle Olimpiadi di Mosca del 1980, con gli azzurri che sfilano sotto la bandiera del Comitato Olimpico, e sulle tv degli italiani scorrono nomi scolpiti nella memoria come Pietro Mennea e Sara Simeoni. (In foto la copertina del libro di Giuseppe Smorto)

Repubblica tra sport e vita
Nei primi suoi quattro anni di vita, Repubblica si trova così ad affrontare temi di sport che invece sono vita vissuta, geopolitica, piaceri e passioni. Sport o non sport, dove lo mettiamo? Ogni giorno bisogna fare scelte drastiche sul timone del giornale, rispondere ai lettori che protestano. Con tanti piccoli episodi quotidiani. Una sera il direttore cena a casa di amici, vede la sala svuotarsi mentre dall’altra stanza arriva la telecronaca dell’Italia. Si chiede se quella notizia sarà sul giornale del giorno dopo e chiama in redazione.
La nascita delle pagine sportive
Così, su Repubblica appaiono a poco a poco vivaci pagine sportive, e naturalmente bellissime fotografie, stampa permettendo, perché anche quel veto è caduto. Un processo velocissimo, in un momento di grande espansione del giornale. In pochi anni arrivano i fuoriclasse, comincia a scrivere su Repubblica anche Mario Fossati, l’amico confessore di Fausto Coppi. Ma come può, a questo punto, quello che è diventato dal 1987 il più venduto quotidiano italiano non uscire il lunedì?
Brera e il settimo giorno
Gianni Brera si sente male, ha un capogiro per il dispiacere di non poter narrare ai suoi lettori la finale di Madrid 1982 contro la Germania. Ma Scalfari glielo ha promesso: «Prima o poi faremo il settimo numero». Anche questo muro cade, ma Brera non fa in tempo a vederlo: muore in un incidente stradale un venerdì sera, schiantato con i suoi amici da un’auto che andava a 180 in una curva da 60. Sul sedile posteriore, accanto a lui, un taccuino a spirali aperto sugli appunti.


Repubblica comincia a uscire il lunedì un anno dopo, nel 1994. Il calcio è ovunque, comanda la tv. Anche la Nazionale deve adeguarsi. Lo sport è divertimento ma anche potere. Proprio nel ’94 Berlusconi “scende in campo”, usa metafore calcistiche, chiama i militanti “azzurri”. In un dibattito dice a Luigi Spaventa: «Lei non ha mai vinto la Coppa dei Campioni».
Scrivere di sport per parlare d’altro
Eppure in quegli anni a Repubblica ci sono editorialisti che chiedono ancora di non scrivere il lunedì. Ma il giornale detta uno stile: si parla di sport per parlare d’altro. Contestando populismo, razzismo, tifo, caccia all’arbitro. Le curve come anticipazione di fenomeni complessi della società.
Il valore dei Quattro Gianni è certificato anche all’estero. Brera intervistato più dei giocatori, Mura premiato in Francia, Clerici nella Hall of Fame del tennis, Minà con Ali e Maradona. Tutti capaci di dettare a braccio pezzi monumentali senza che il lettore noti la differenza. Massimo Raffaeli parla di autocensura. Osvaldo Soriano mette in guardia dal discredito di scrivere di calcio.
Ciò che resta
In Italia è rarissimo che un libro di sport entri nei grandi premi letterari. Esistono riconoscimenti di settore. Lo sport resta separato da tutto il resto. La strada dei Quattro Gianni ha sempre irritato l’intellighenzia. Umberto Eco definisce Brera “un Gadda spiegato al popolo”. Ora che sono altrove, restano i loro scritti. Intramontabili. Che è un neologismo. Indovinate di chi.

















