9 Gennaio 2026

Direttore: Alessandro Barbano

8 Gen, 2026

Calcio, qualcuno salvi la Serie A dallo strapotere di arbitri e Var

Le sale dell’assistente virtuale si sono ormai trasformate in piccole Case Bianche nelle quali si prendono decisioni spesso sbagliate e capaci di stravolgere il campionato: una deriva alla quale bisognerebbe porre un argine, e anche presto…


Mani-comio. L’ha chiamato così Roberto Beccantini, una vita a raccontare calcio con competenza, misura e classe, mica un hater qualunque. «Gli arbitri sono una mafia» aveva detto poco prima Fabio Capello a “Marca”, giornale spagnolo. La frase completa recitava: «Il Var? Una casta chiusa. Gli arbitri sono una mafia. Non vogliono contare sugli ex giocatori per il Var, gente che conosce i movimenti del calcio, il gesto che fa un giocatore per fermarsi o aiutarsi. Spesso prendono decisioni non corrette perché non hanno giocato. Un giocatore viene toccato in faccia, si butta e fischiano. Ma perché fischi? Mi fa impazzire questa cosa».

Le parole di Capello

Ha poi precisato Don Fabio, che così chiamò, «decostentualizzando» un po’, un profumo quando si fece influencer ante litteram, che «quando in riferimento agli arbitri ha usato il termine “mafia”, lo ha fatto solamente per chiarire che la classe arbitrale italiana opera come una organizzazione estremamente chiusa, che molto raramente accetta veri momenti di confronto e non appare disponibile a far entrare nelle “sale Var” sportivi o ex sportivi che non facciano parte della medesima classe arbitrale, come da lui suggerito più volte in dichiarazioni pubbliche e ampiamente chiarito nel proseguo dell’intervista». E di qui il solito strambotto su «decostentualizzazione», «rispetto per il lavoro e la professionalità», «strumentalizzazione» e «utilizzazione inappropriata». Che poi «inappropriato» fu l’aggettivo messo in campo da Bill Clinton nel caso Levinsky…

La “sentenza” di Adani

Ha sentenziato Lele Adani, a “La nuova DS” che è l’odierna “Domenica Sportiva”, in una vivace atmosfera da “Biscardi moment” (“Il processo del lunedì”, progenitore di tutti i talk show che semplificano i palinsesti e che ormai fanno le veci d’ogni tribunale e aula parlamentare, il policameralismo che ha sostituito il bicameralismo) che, come Dio, «l’arbitro è morto». Una rivisitazione di una frase di Nietzsche, o forse di una canzone di Guccini e dei Nomadi, o più ancora di una scritta su di un cavalcavia su di un’autostrada. Seguiva dibattito.

Bergonzi e Panatta

Ha detto, dibattito (o dibattimento?) durante, Mauro Bergonzi, minimamente “ridecontestualizzando” perché rispondeva a quel gran sornione di Panatta che lo interpellava sulla compensazione che per anni ha guidato le cronache sportive e che l’interrogato così negava almeno per sé: «Gli arbitri sono egoisti, i più egoisti di tutti, egoisti schifosi. Vogliono solo le cose che vadano bene per loro». Poi ha messo un pizzico di retromarcia: «Non vorrei che qualcuno si offendesse: intendo dire “schifosamente egoisti”». Per chi non lo sapesse Mauro Bergonzi è stato, nella vita prima della attuale da moviolista, arbitro internazionale. Comunque “schifosi” è sempre meglio di quel che si sente negli stadi o si legge sui social…

L’epoca del Var

Che poi, ora, si sente assai meno e si legge assai più, da quando siamo entrati nell’epoca del Var, perché non sai mai come andrà a finire quello che hai appena visto essendo tutto soggetto a revisione. E si vivono minuti di sospensione continui e insopportabili: allungano i tempi, interrompono il ritmo del giuoco e fanno della “sala Var” una piccola Casa Bianca d’occasione dove se vogliono il petrolio del Venezuela se lo succhiano e se vogliono la Groenlandia possono finire con il prendersela con le buone o con le cattive, e il diritto è un optional.

I casi controversi

Se ti va, il tocco di Scalvini (Atalanta-Roma) non è fallo, quelli di Buongiorno e di Hojlund (Napoli-Verona) lo sono. Nessuno mette in dubbio la buona fede dell’arbitro (che è come dire che si ha fiducia nella magistratura, pure a Garlasco o nel bosco di Chieti, s’intende), che poi a metterla in dubbio si farebbe dimettere il capo, l’ex arbitro Rocchi che ha detto d’esser pronto a farlo nel caso che qualcuno dubitasse: non sia mai detto che qualcuno si dimetta in Italia, o anche in Svizzera. È la bontà del giudizio che si mette in dubbio.

Le mani sul campionato

Nei casi appena citati, sovrapponibili, o andava bene il primo o il secondo. Volenti o nolenti, stanno mettendo le mani sul campionato, le mani sullo scudetto, che poi, trattandosi di Napoli, fa venire in mente quel film da leone d’oro di Francesco Rosi, “Le mani sulla città”. «Fermatevi, ragazzi: è imbarazzante!»: lo ha civilmente detto il giocatore laziale di maglia e cuore Luca Pellegrini all’arbitro Sozza l’altra sera rientrando negli spogliatoi, intervallo di Lazio-Fiorentina, alludendo al rigore (che c’era) negato alla squadra di Sarri e alludendo alla maglia strattonata da un viola su di un biancoceleste in area fiorentina. Già: fermatevi, prima che sia troppo tardi, o fermateli. Magari dopo aver risposto alla domanda laniata da Antonio Conte: «Ma dove doveva metterlo il braccio Hojlund?». Perché, tante volte in Sala Var non lo sapessero, l’uomo le braccia le ha, e, quando si gioca a calcio, hanno movimenti congrui e naturali che non sono mai fallo. O se ogni tocco lo fosse, ditelo. Potendo già prima di Inter-Napoli, che si giocherà domenica sera.

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