La cerimonia di accensione proprio nel giorno in cui Federica Brignone torna a sciare quasi un anno dopo il grave infortunio
Ci sono cose e persone che s’incrociano simbolicamente, anche se non si toccano perché lo spazio le tiene lontane: un braciere scoppietta col suo fuoco acceso nei giorni prima, quando era bel tempo, con un gioco di sole e di specchi nella piana di Olimpia, in Grecia, un paio di sci e di scarponi ritrovano, in contemporanea, i piedi padroni sulla neve di Cervinia, nelle loro Alpi di casa. Sono la torcia olimpica di Milano-Cortina 2026 che ha cominciato il suo viaggio, fiammella di pace (e quanto ce ne sarebbe bisogno!), e Federica Brignone, che per la prima volta, 237 giorni dopo l’infortunio, ha ripreso a sciare.
La cerimonia
La cerimonia dell’accensione, che s’è svolta laggiù nel Museo giacché le previsioni meteo sconsigliavano l’aria aperta (allerta gialla, ma pessimista: succede, come sappiamo nel vivere quotidiano del buttare le mani avanti: meglio aver paura che toccarne, dice una saggezza toscana; poi i primi tedofori correvano nel sole), era di copione antico: attrici che recitavano da sacerdotesse in peplo, ma atleti d’oggi in tuta da training. Una scenografia suggestiva, che ogni due anni (da quando le Olimpiadi estive e invernali sono sfasate nel quadriennio canonico, cioè dal 1994) ci riporta indietro di secoli, anche se in realtà l’accensione a quei tempi non c’era: c’erano fuochi sacri sì, collocati nei vari templi dell’altrettanto sacra piana, ma non ce n’era uno specifico olimpico.
I precedenti
Quest’ultimo comparve solo ad Amsterdam 1928, il fuoco divampò in cima alla torre dello stadio e ad accenderlo fu un impulso elettrico avviato da un semplice tecnico della società che gestiva l’energia, il quale girò l’interruttore. Fu solo a Berlino nel 1936 che s’organizzò la cerimonia in Grecia e il successivo viaggio della fiaccola. Del resto la sceneggiatura di quei Giochi aveva la mente cinematografica della regista Leni Riefensthal, la “regista di Hitler” come bollarono questa visionaria signora che molto dopo, ultranovantenne, prese il brevetto subacqueo per girare un documentario veritiero sulle profondità egli oceani.
Il primo tedoforo
Un crepitio di piccolo rumore ma di eco planetaria (parla di pace) c’è stato quando l’attrice greca Mary Mina, nella tunica ridisegnata a colonna e nella parte della Grande Sacerdotessa (di Hera-Giunone? Di Hestia-Vesta?), ha abbassato la torcia originaria con la scintilla del sole per passare il fuoco al primo tedoforo, il canottiere Petros Gkaidatzis, un bronzo a Parigi, che, con un ginocchio a terra come il fidanzato alla proposta, aspettava la scintilla tenendo alta la sua torcia. Si alzavano anche, a quel punto, applausi e cellulari: una filmatina non si nega a nessuno…
Gli italiani
Petros usciva dal Museo e pochi metri più in là lo aspettava Stefania Belmondo, l’azzurra più medagliata nella storia dei Giochi invernali: la prima tedofora italiana di Milano-Cortina era stata l’ultima di Torino 2006. La mano sinistra di lei e la destra di lui s’intrecciavano a reggere la fiaccola in giro per il Sacro Recinto, fino al cippo che conserva il cuore del barone De Coubertin, il reinventore delle Olimpiadi ai tempi nostri: le spoglie riposano nel cimitero di Losanna, ma volle che il barone volle che il suo cuore fosse per sempre a Olimpia. I tedofori s’inchinavano e poi riprendevano il viaggio e il primo affidatario della torcia era il carabiniere Armin Zoeggeler, il nostro carabiniere e il primo uomo ad aver vinto sei medaglie individuali nella stessa disciplina, da Lillehammer ’94 a Sochi 2014 senza interruzione.
Le parole di Coventry
Non solo applausi e cellulari in su avevano accompagnato l’accensione: anche le parole di Kirsty Coventry, la prima donna presidente del Comitato Internazionale Olimpico all’esordio nella nuova veste, e quelle di Giovanni Malagò, che dopo essere stato numero uno del Coni record di medaglie, adesso lo è delle Olimpiadi che tornano in Italia. “In un mondo diviso come quello in cui viviamo – ha detto la Coventry – i Giochi sono un momento simbolico ed è nostro dovere e nostra responsabilità garantire che gli atleti da tutto il mondo possano giungere in maniera pacifica, ispirando le speranze e i sogni di chi ci segue nel mondo: questo è lo spirito olimpico, innalzare i valori che ci guidano”. “La fiamma olimpica nel suo viaggio – ha continuato – non porterà solo le speranze degli atleti, ma anche i sogni di tutti quelli che credono nel potere dello sport che ci unisce e che ci ispira”. Pensieri e parole hanno portato all’emozione la Coventry: ha pianto, “anche se non volevo” ha poi sorriso.
Gli obiettivi di Malagò
“L’idea – ha detto Malagò – è creare nuove opportunità per le nuove generazioni attraverso lo sport. Sarà un privilegio portare nuovamente questa torcia lungo le sponde del fiume Tevere e portarla a Roma ripercorrendo la stessa strada di vent’anni fa in occasione dei Giochi di Torino. Ogni passo ci ricorderà l’importanza dello sport nello spezzare le barriere e nel creare un futuro più sostenibile insieme”. “Inizia il viaggio della torica _ ha aggiunto _ e celebriamo la stessa idea di armonia che unir il mondo in 72 giorni. Il passaggio della torcia costituisce un ponte tra antichità e era moderna”.
Il viaggio
Ora la torcia è in giro per la Grecia, come facevano gli spondoforoi, gli antichi araldi che annunciavano la tregua olimpica; sarà a Roma il 4 dicembre, ad accoglierla il presidente Mattarella al Quirinale. Poi inizierà il viaggio in Italia, 63 giorni, 60 tappe, 110 province, 10.001 tedofori. E mentre questo accadeva Federica Brignone ricominciava a sciare con i primi esercizi di stabilità. E’ partito anche il viaggio olimpico della Tigre…









