Home / Sport / L’Italia vince ancora la Coppa Davis: Berrettini e Cobolli decisivi

L’Italia vince ancora la Coppa Davis: Berrettini e Cobolli decisivi

Terzo trionfo consecutivo, per la prima volta in Italia. 2-0 alla Spagna. Il legame speciale fra i due singolaristi azzurri


BOLOGNA – “Respira” dice babbo Stefano, che è anche il coach, dalla panchina. “Adesso adesso” gli grida Matteo Berrettini con il cappellino rosa portafortuna. Lui Flavio, si batte la mano sul cuore. O forse chiede un po’ di cuore al pubblico perché è stremato. Siamo al tiebreak del secondo set. Il primo lo ha perso 6-1 senza capirci nulla, trenta minuti preso a sberle dal toro rosso Munar. Lui Flavio è un folletto leggero, simpatico e spiritoso ma con un cuore e un coraggio da vendere. È sempre stato, fino adesso, il suo problema più grosso: vincere le partite che si mettono male, quelle che devi vincere perché magari giochi in casa. Figurati ieri a Bologna con gli occhi dell’Italia addosso. In quel tie break ha impiegato sette set point e 19 minuti per chiudere il set e assicurarsi di giocare il terzo. Due giorni fa ne ha impiegati il doppio per un tie break che non finiva mai contro Zizou Bergs. “In quei momenti – ha detto Cobolli dopo il match – penso alla squadra, alla panchina, nei momenti più difficili cerco di giocare per loro e non per me. Credo che sia stata questa la chiave per andare a vincere”.

PARADISO E INFERNO, E DI NUOVO PARADISO – Paradiso, Inferno anche un po’ di Purgatorio, andata e ritorno in cinque ore che difficilmente saranno scordate da chiunque ama lo sport. Non solo il tennis. Dalle 15 alle 20 di una domenica fredda e incerta fino all’ultimo quindici Matteo Berrettini prima e Flavio Cobolli poi, senza dimenticare capitan Volandri, Lorenzo Sonego, Bole & Wave che si erano già andati scaldare per un doppio decisivo che sarebbe stato peggio di una roulette russa a prova del cuore anche più robusto. L’Italia del tennis è campione del mondo per il terzo anno di fila, per la quarta volta in assoluto ma per la prima volta vince in Italia. Meglio di noi solo gli Stati Uniti (sette titoli tra 1968-1972), Francia (sei), Australia e Uk (quattro). Solo Italia Usa e Australia hanno però vinto nello stesso anno la Davis maschile e la Billie Jean King cup femminile (pr il secondo anno di fila). E’ una giornata di record. L’Itf sforna fogli e statistiche. Ma è soprattutto una giornata di cuore e passione.

Bastano i due singolari per battere la Spagna. Prima Berrettini con un perentorio 6-3/6-4 in un’ora e 18 minuti contro Carreno Busta. Poi tocca a Flavio Cobolli, l’eroe di venerdì contro il Belgio. Impiega tre set e oltre tre ore per battere un indomabile Jaime Munar. Nella prima partita Flavo non riesce a giocare, sembra impaurito e paralizzato, la stanchezza e la responsabilità, 4-0 e 6-1 sotto in trenta minuti. Il secondo set si aggiusta con un tiebrek thriller che l’azzurro chiude 7-5 dopo sette set-point. Il terzo set è un’altra partita, finalmente l’azzurro libera il braccio, conquista campo e riesce a breakkare lo spagnolo all’undicesimo gioco sul 6-5. “Grazie a tutti, in questo momento riesco solo a dire che siamo campioni del mondo ….” grida alla fine con i diecimila del Palafiera di Bologna in delirio.

La Spagna, la prima finale dal 2019, perde se non schiera Alcaraz. L’Italia vince senza mai dover giocare il doppio anche senza Sinner. Questa la grande differenza che dice tutto sulla straordinaria stagione del tennis italiano. Maschile e anche femminile.

LEGGI ANCHE : Il Maestro Sinner batte ancora il re

TANTE NARRAZIONI – Tante diverse narrazioni hanno accompagnato questa vigilia di finalissima Italia-Spagna, i paesi del numero 1 e 2 del mondo che però non sono qua ma si trovano in finale. Quella che ha a che fare con la regola del contrappasso: due volte l’Italia ha vinto a Malaga, in Spagna, e la prima volta che si rigioca una finale in Italia con gli azzurri in campo vincerà la Spagna; quella che sfida il fascino della prima volta, e quindi la prima vittoria dell’Insalatiera in Italia. Il presidente della Fitp Angelo Binaghi ha giocato la carta degli affetti: “E’ la prima volta che Nicola Pietrangeli, che è la leggenda vivente della Davis, non è qui con noi e quindi dobbiamo vincere per dargli la forza di esserci il prossimo anno”. Poi l’unica narrazione possibile è quella del campo. E il rettangolo blu del Palafiere di Bologna ha deciso che l’Italia deve alzare l’Insalatiera per la terza volta di fila.

MATTEO E LA PARTITA PERFETTA – Quella di Berrettini è stata la partita perfetta: un’ora e 18 minuti, 6-3/6-4, match deciso con due soli break. Nel primo set sul 4-3 per l’azzurro, al servizio Carreno Busta che va 0-40, poi recupera 30-40 con due ace sporchi finchè Matteo trova l’angolo giusto per scendere a rete e chiudere con una volèe in back di rovescio lungo linea. Nel secondo set la faccenda è un po’ più tesa e il break arriva sul quattro pari, lo spagnolo al servizio che va sotto 0-40 (con un passante incrociato di rovescio tirato a tutto braccio dall’azzurro). La chiave del match è stato il rovescio in back con cui Berrettini ha un rapporto di odio-amore. “E’ un colpo – racconta – che ho dovuto imparare quando ero ragazzo e mi infortunai, tanto per cambiare, al polso”. Ci vuole umiltà per giocare il back frainteso come un colpo di difesa quando invece è di attacco se colpito in modo convinto e soprattutto sul veloce. Ieri è stato decisivo per togliere ritmo allo spagnolo e poi chiudere il punto col dritto.

IL CAPITANO, IL PADRE, L’ALLENATORE, L’AMICO – Ci sono protagonisti e comparse in questa Davis. E spesso i ruoli s’invertono senza un copione. Filippo Volandri e la squadra arrivano in sala stampa sfiniti, con addosso l’odore della champagne versato mescolato al sudore. Occhi lucidi e testa piena di parole ed emozioni. Si soffre più in panchina che in campo, fidatevi. Volandri confessa: “Per le prima due Coppe non ho pianto, non so perché, per questa invece sì”. Perché questa era cominciata malissimo, prima il forfait di Sinner, poi quello di Musetti. “Hanno chiamato e messaggiato tutti i giorni” ha tenuto a dire. “Il mio privilegio è di poter pescare ogni anno tra talmente tanti giocatori sapendo ogni volta di poter aver una supersquadra.

Francamente però non mi aspettavo che avrebbero vinto ogni vinto ai due singolari”. Berrettini che gli siede accanto gli tira una gomitata, “grazie per la fiducia Capitano”. C’è voglia di leggerezza. Cobolli fa un ulteriore sforzo per rispondere in inglese alle domande dei giornalisti. Non trova le parole e gli viene da ridere. “A Flaviè, stai a diventa famoso, hai capito o no” lo canzona Berrettini. E poi c’è Stefano Cobolli, il padre, il coach, l’ex giocatore, la sfinge, la statua di sale. E’ emozionato anche lui: “Non mi aspettavo che (Flavio, ndr) portasse a casa questa partita, hanno fatto un cosa incredibile senza perdere un incontro, due ragazzi che erano amici da piccoli, non so se un regista sarebbe riuscito a a scrivere una storia simile”. Stefano è stato un buon giocatore, ma allora era un’altra Italia, un’altra federazione, altri mezzi, altri destini. Ci ha riprovato con il primogenito Flavio. “Ora si può dire che ha fatto una partita da campione. Ha tirato fuori attributi, tecnica, tattica, cuore: e quando in una condizione così difficile come una finale di Davis giocata per la prima volta si riesce a esprimersi così vuol dire essere un campione. Ringrazio tutti i ragazzi della squadra, anche chi non ha giocato, perché lo spirito di gruppo che si è creato è incredibile: giocatori, tecnici, dirigenti, preparatori. Non sono parole a caso e se lo dico è perché sono stati davvero bravi”.

IL BABY SITTER – Durante il match, ieri ma anche venerdì, tutti abbiamo potuto vedere il legame speciale che c’è tra Matteo Berrettini e Flavio Cobolli: giravano insieme circoli e tornei giovanili, Matteo 15 anni, Flavio 8 al seguito tipo mascotte e con il mito, ovviamente, di Matteo. “Stefano (Cobolli, ndr) era il mio coach a cui si era già unito Santopadre. E s’andava in giro con il ragazzino, Flavio, per me tipo fratellino, ero un po’ il suo baby sitter” racconta Matteo. Per Flavio, “Matteo era il mio mito da bambino, cercavo di imitarlo in tutto”. C’è un video che racconta bene questa storia. E’ virale da ieri: Matteo quindicenne già bellissimo e molto alto ha appena vinto una partita under 16 e analizza il suo match con un sito che si occupa di tennis e di giovani fenomeni. Accanto a lui c’è un bimbo (Flavio) che gli arriva alla vita, uno zaino sulle spalle pieno di racchette più grandi di lui e che sogna di giocare come lui, “magari” dice sgranando occhi e patatine.
Ieri, quasi quindici anni dopo, Matteo e Flavio hanno giocato, sofferto e vinto insieme. Per l’Italia.

Tag:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

EDICOLA