3 Gennaio 2026

Direttore: Alessandro Barbano

4 Nov, 2025

Talento e infortuni: Dybala e quei campioni belli e fragili

Per l’argentino 19esimo ko da quando è alla Roma: come lui illustri predecessori come Gianni Rivera e Roberto Baggio

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Un rigore calciato a San Siro, la parata di Maignan, poi il dolore improvviso: Paulo Dybala che esce dal campo sconsolato, l’ennesimo infortunio muscolare. È il diciannovesimo stop da quando veste il giallorosso, l’ennesima battaglia persa dal suo corpo proprio sul più bello. Amore fragile. Niente toda Joya, resta la grande tristeza. Dybala incanta Roma a sprazzi con il suo talento purissimo, ma deve fare i conti con una fragilità cronica che lo rende calciatore a metà.

Gli infortuni a raffica

In due anni e mezzo ha saltato metà delle gare ufficiali della Roma, e anche stavolta resterà fuori almeno fino alla prossima sosta (le partite non disputate sono già 60). Lo hanno definito esile, delicato, vulnerabile. Angelo Di Livio, che tutti chiamavano Soldatino, ha rotto le righe ed è andato oltre: «Dybala a oggi è un malato immaginario, in carriera non mi è mai capitato di avere un compagno fragile come lui. Per gli allenatori diventa difficile preparare una formazione perché non garantisce la sua presenza».

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La tifoseria si divide

Nella Città Eterna l’attesa non è per tutti. Infatti c’è una parte di Roma che Dybala non lo vuole più. L’altra parte lo ama, va bene anche a mezzo servizio. E così, puntualmente, torna ad accendersi il dibattito: il campione vale l’attesa oppure no? Questa spaccatura rievoca un tema antico quanto il calcio: il conflitto tra genio e prestanza fisica. Dybala sembra essere l’ultimo, solitario rappresentante di una stirpe di calciatori belli e fragili. Don’t touch, please. Ma qui non siamo in una cristalleria. Il calcio ha cambiato forma, faccia, grandezze (anche i piedi dei calciatori sono più grandi), altezze. E forze.

I campioni fragili

I fantasisti che furono, fuoriclasse cristallini spesso accompagnati da un fisico delicato. In un’epoca dominata da atleti potenti e schemi esasperati, l’argentino sembra quasi un’anomalia romantica: mancino purissimo, geniale nelle giocate, ma costretto a convivere con muscoli che non sempre reggono. Il suo destino ricorda da vicino quello di illustri predecessori italiani.

Rivera l'”Abatino”

Gianni Rivera fu il primo Pallone d’Oro azzurro nel 1969 nonostante un corpo esile e leggero. Gianni Brera lo soprannominò “Abatino”, e lui stesso ammise di non avere certo «un fisico da Maciste». Eppure quel Golden Boy con il ciuffo di lato incantava per visione e tocco, tanto che l’Italia negli anni ’70 cercò un equilibrio tra estro e solidità alternando Rivera con Sandro Mazzola nella celebre staffetta al Mondiale messicano. Il Paese, ovviamente, si divise.

Mariolino Corso

Negli stessi anni ’60 brillava all’Inter un altro genio ribelle, Mariolino Corso, simbolo perfetto di grandezza e fragilità. Aveva un talento straordinario e anarchico, ma l’allenamento pesava anche a lui. Helenio Herrera impazziva di rabbia di fronte a quel genio inarrivabile, a volte un po’ pigro, certi giorni un po’ svogliato, refrattario alle regole. E tuttavia Herrera non poteva farne a meno. In lui la qualità purissima sfidava e vinceva sulla preparazione atletica, dimostrando che la classe può prescindere dalla prestanza agonistica. Corso giocava con i calzettoni abbassati e seguiva soltanto il proprio estro, come un artista in campo: Pasolini lo adorava, i tifosi anche. Era un poeta del pallone, sublime e indisciplinato, l’uomo capace di accendere all’improvviso la luce contro ogni logica di tattica e fatica.

Il Divin Codino

E poi lui: Roberto Baggio, il Divin Codino. Baggio è stato l’ultimo fuoriclasse italiano a ricordarci che la magia spesso cammina insieme al dolore. Le sue ginocchia martoriate lo accompagnarono per l’intera carriera: sei operazioni chirurgiche, legamenti ricostruiti, ricadute continue. Il suo storico manager Vittorio Petrone ha raccontato che fu «una battaglia quotidiana». Baggio, hanno sempre detto tutti, ha giocato con una gamba sola per l’intera carriera. Chiunque avrebbe smesso, ma non lui.

I problemi di Dybala

Oggi Paulo Dybala sembra aver raccolto questa eredità. Forse retrò. Magari un po’ esagerata. Certamente molto scomoda. A volte, ha detto, «per capire bisogna anche saper tacere. Ascoltare di più e parlare di meno. Io spesso sto zitto, ma è un piacere, non una sofferenza. Mi piace sentire cosa hanno da dire gli altri, formarmi un’opinione, non essere costretto a intervenire per forza». È un campione d’altri tempi catapultato nell’era moderna: talentuoso ma di difficile collocazione tattica, spesso ai margini per infortuni.

Dalla Juventus alla Roma

Nella Juventus, dove pure ha vinto molto, non sempre è riuscito a imporsi con continuità, frenato da paragoni ingombranti (Sivori) e da quei muscoli fragili che ne hanno minato la continuità. A Torino hanno finito per rinunciare a lui. A Roma invece Dybala ha ritrovato amore e centralità: presentazioni in stile rockstar, maglia numero 21 (il 10 resta idealmente di Totti), subito gol e magie. Claudio Ranieri lo scorso anno l’aveva rivitalizzato, proteggendolo. Ora con Gasperini il numero 21 giallorosso aveva persino mostrato nuovi progressi atletici. Finché è durata.

Il dilemma

Dybala, 31 anni, è un dilemma. Ha detto: «Cerco di divertirmi come facevo quando ero ragazzino. Anche se adesso esistono più responsabilità e sul tavolo c’è il mio futuro, non voglio smettere di farlo. Se si stanca la testa, a non girare più sono subito le gambe». Ogni volta che Paulo finisce in infermeria c’è chi sospira rassegnato e chi freme per rivederlo al più presto. Vale la pena aspettarlo? Fino a quando? Rinnovare il contratto sì o no? Il ds Frederic Massara è stato chiaro già qualche giorno fa: «Al momento non è stata intavolata alcuna trattativa». In questa attesa non c’è nessuna bellezza. Quella rimane tutta sul campo. E non poterci andare limita la magia.

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