28 Marzo 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

28 Mar, 2026

Le conseguenze del referendum e il futuro del riformismo

L’esito del referendum costituzionale fa sorgere problemi alla premier Meloni, che dovrà fare i conti con la cultura istituzionale del proprio governo. Ma anche problemi al campo largo


Il day after del referendum sulla giustizia si annuncia lungo, in continuità con la campagna elettorale che ci porterà al voto nel 2027. Lungo anzitutto per il governo; ma anche per l’opposizione. Per il governo, una volta posatesi le polveri, emerge il fatto che buona parte dei suoi elettori non si sono impegnati per la riforma: molti non sono andati a votare e qualcuno ha perfino votato no. Questo è vero in primo luogo per Forza Italia, che era intestataria della riforma, e che non potrà evitare scossoni, già iniziati con le dimissioni del capogruppo al Senato.

Lo scontro sulla Costituzione

Ma il problema non può non ricadere sulla presidente del consiglio. Al di là degli innumerevoli errori di comunicazione fatti da vari personaggi del governo, a partire dal ministro Nordio, è evidente l’incapacità della premier di cogliere il punto dello scontro: che è stata la Costituzione. La propaganda dell’opposizione ha avuto buon gioco nel chiamare alla difesa della Costituzione e nel diffondere il pericolo di un suo stravolgimento.

In verità, questo è avvenuto tutte le volte che è stata proposta una riforma costituzionale, tranne il caso della riduzione del numero dei parlamentari: obiettivo populista quant’altri mai, e perciò capace di trovare un largo consenso, e prima ancora della riforma del titolo V, sostenuta da sinistra e da destra. Tutte le altre sono state bocciate dagli elettori. È innegabile dunque che ci sia un conservatorismo costituzionale degli italiani, che si è spinto in questo caso a una sorta di feticismo nei confronti della nostra carta fondamentale, vista come intoccabile. Tutto questo va al di là evidentemente del governo Meloni.

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Dove va il campo largo


Ma proprio per questo, stupisce che la premier non abbia fiutato il pericolo e non sia stata capace di spiegare che non si trattava di attaccare la Costituzione, ma invece di difenderla e attuarla.
Argomenti di questo tipo sono venuti solo dalla sinistra del Sì. La sensazione è che la premier non abbia nel suo bagaglio una cultura e perfino una sensibilità costituzionale. In mancanza di una argomentazione in questo senso, la riforma è stata facile preda di una opposizione che ha cavalcato senza esitazione il feticismo costituzionale di cui sopra.


La conclusione di questa vicenda è che ogni prospettiva di riforma della nostra Costituzione è affossata per chi sa quanto tempo, mentre la galassia progressista sempre più abbandona la prospettiva riformista. Questo infatti è l’altro lato del quadro: dove va il cosiddetto campo largo? È chiaro che la vittoria referendaria spinge non solo a pensare, con qualche imprudenza, che l’alternativa sia pronta, contenuta in quei No che, invece, sono venuti in parte anche dalla destra e comunque non sono automaticamente traducibili in consenso politico; ma anche che il tasto giusto non sia quello delle riforme ma, al contrario, quello della difesa dello status quo. Con ciò la sinistra rappresentata dal Pd si allinea alla politica dei 5 stelle e abbandona una lunga tradizione riformista che risale addirittura alla fine degli anni Ottanta.

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Le ceneri di Mani Pulite

Fu in quegli anni, segnati dalla fine dell’Unione sovietica e, in Italia, dalla crisi del sistema politico, che cominciò, nel Pds e non solo nel Pds, la ricerca esplicita di un progetto di trasformazione del sistema di governo: una trasformazione che si estendeva anche al rapporto tra stato e mercato e alle strutture burocratiche e corporative del paese. Di quella stagione non è rimasto niente: è stata bruciata nel grande falò di Mani pulite (le cui braci, come abbiamo visto, sono ancora vive) ed è stata del tutto ignorata dall’attuale dirigenza del Pd.

Che ne sarà dunque del riformismo? E che ne sarà dei riformisti, dentro e fuori il Pd? Il riformismo resta inevitabilmente schiacciato dal bipolarismo estremo che si è affermato in questa fase, e che esce rafforzato dalla campagna referendaria. È ironico pensare che queste forze politiche così nemiche non riuscirebbero mai a scrivere qualcosa di simile alla nostra Costituzione, con la sua capacità di guardare al futuro e, in nome di ciò, di trovare compromessi tra culture politiche diverse. Probabilmente non riusciranno neppure a scrivere insieme una legge elettorale condivisa, che sia in grado di assicurare quella stabilità di governo di cui il nostro paese manca da sempre e di cui avrebbe più che mai bisogno, in questa fase così difficile delle relazioni internazionali. Sarà probabilmente, per il riformismo e per i riformisti, una lunga traversata nel deserto.

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